Frammenti di realtà diluiti in racconto: ‘El asesino timido’, il nuovo libro di Clara Usón presentato alla Fiera del libro Libri Come

Clara Usón presenta il suo nuovo libro all’Auditorium Parco della Musica in occasione della Fiera del libro, a Roma.

La scrittrice si converte in autrice/protagonista intrecciando un dialogo costante con le biografie di altrettanti personaggi e ricreando una visione storica collettiva. Cos’hanno in comune tra loro una bambina taciturna cresciuta durante l’epoca franchista in Spagna, una giovane e promettente attrice morta in circostanze a dir poco sospette ed un intellettuale austero ed irriverente del calibro di Wittgenstein?

Le loro sinossi biografiche si intersecano, si fondono e si alternano continuamente tra di loro nel racconto di quella stessa bambina, Clara Uson (Barcellona 1961), ormai cresciuta, che retrospettivamente a distanza di anni tira le somme di un’adolescenza condotta all’insegna della repressione dittatoriale di Francisco Franco che stava lentamente, suo malgrado, sfumando e convertendosi in un qualcosa di diverso, la democrazia, la quale sancì definitivamente l’ingresso della Spagna nel concerto europeo delle nazioni liberali. Questo il retroscena storico-culturale che accompagna l’impegnata narrazione autobiografica del nuovo libro dell’autrice spagnola edito da Sellerio Editore.

Ma come ogni forma di potere, la dittatura franchista ama sconsideratamente lo status quo, e nel tentativo di perseverarlo e procrastinarlo, mette in atto un’ultima disperata strategia, nell’intento cioè di sopravvivere nonostante le rinnovate condizioni sociali e politiche del dopoguerra: il cinema erotico e la proiezione sugli schermi cinematografici di nudi rigorosamente femminili, senza par condicio.

La presenza su schermo di nudità femminili, di sguardi ammiccanti e provocatori, e pose sconsiderate da parte di alcune delle attrici più famose del momento, mentre vestiti sempre più esili lasciano trasparire i dolci rilievi dei loro corpi voluttuosi, sono indicatori formidabili di un meccanismo di illusoria accondiscendenza al nuovo concetto di libertà che le rinnovate condizioni storico-politiche del dopoguerra esigevano.

Cinema erotico e politico

Il cinema erotico diffusosi in Spagna proprio durante l’epoca della Transizione, e poi repentinamente scomparso, di certo non casualmente, con l’imporsi della democrazia, risulta essere dunque molto meno ingenuo di quanto possa apparire, la sua è una portata di tipo politico poiché caratterizzato da un vero e proprio lavoro psico-sociale nei confronti della popolazione; il suo intento fu quello di spacciare l’incensurata presenza di nudità per libertà, così che i cittadini potessero illudersi di essere davvero entrati nella modernità liberale, così che la loro attenzione venisse distolta dalle ancora numerosissime limitazioni che la Spagna viveva, rispetto ad altri Stati europei, durante quegli anni. A tradire l’intento ideologico del progetto cinematografico, oltre alla scarsa qualità artistica del lavoro di regia ed i limitati mezzi filmografici messi a disposizione delle opere, è inevitabilmente l’esclusiva presenza di corpi femminili e mai maschili.

 

È questo il sentore più evidente di un Paese ancora ancorato a quel tipo di tradizionalismo patriarcale ostentato dal Caudillo e di una società ancora troppo incrostata di ancien regimeche relega la donna a semplice elemento funzionale della specie, stretta in un meccanismo coatto di preservazione familiare. Rispetto alle sinuose curve del cinema erotico mostrate sugli schermi, la convenzione sociale di quegli anni stride fortemente costringendo la donna a coprirsi e nascondersi interamente anche durante quei pochi giorni di uscita libera che avevano a disposizione e che quasi sempre coincidevano con le cerimonie religiose della domenica mattina. In questo preciso background storico-culturale avviene quella che potremmo a buon diritto definire la discesa agli inferi dell’autrice, attraverso un turbinio di conflitti interiori che accompagnano il suo Io durante tutta la terapeutica traversata.

Racconto biografico come indagine sull’uomo

Estendere e dilatare il confine della propria soggettività vuol dire approdare all’oggettività e all’universalità, poiché solo ritirandosi tra gli estremi meandri di sé stessi è possibile toccare le corde universali dell’animo umano e raggiungere i propri lettori; Clara Usón è perfettamente consapevole di questa implicita legge universale di ogni romanziere, ed è per questo che ha eletto come proprio lo stile narrativo del racconto autobiografico, a tratti immaginario, a tratti documentaristico e realista, per poter indagare a fondo la coscienza umana e le sue inclinazioni. La linea aneddotica che ne risulta prende vita da un pretesto narrativo che diventa l’asse trainante di tutta la visione disincantata della propria realtà sociale e culturale: la morte violenta ed improvvisa, apparentemente suicidio, di una giovane attrice del tempo, particolarmente dedita alle pellicole erotiche, la cui straordinaria leggerezza e bellezza vengono asservite ad un cinema scabroso e maschilista.

Sandra Mozarowsky, una bellezza slava, a soli 18 anni viene ritrovata fracassata al suolo, dopo un volo dal suo balcone, una notte di agosto a Madrid, mentre annaffiava le sue piante; ma le foto dell’abitazione di Sara, riportate di consueto dalle varie riviste ‘’rosa’’ (i giornali ‘impegnati’ non si occupavano di tali notizie) oculatamente considerate come materiale documentaristico durante la narrazione, ritraggono in realtà uno scenario completamente differente, ed escludono la pista del suicidio. Altre voci e rumori parlano di una segreta relazione tra la giovane ed il re Juan Carlos I, che potrebbe essere così implicato nell’accaduto. Tuttavia la realtà irrompe solo momentaneamente nella diegesi, il materiale giornalistico ed il repertorio fotografico fanno il loro brusco ingresso nella letteratura, ma solo per offrire un pretesto alla narrazione di sé, il cui passato giovanile si districa proprio durante tali circostanze.

Diluire la propria biografia

Clara e Sara sono simili per età e condizioni sociali, quasi come sorelle, flebilmente legate ad un filo rosso sottilissimo; due combattenti che lottano per conquistare il proprio futuro, promessa di libertà, e ambedue implicate in un cammino verso l’autodistruzione. L’attrice Sara pagherà un prezzo altissimo per la sua ambizione sociale e cinematografica, arrivando ad essere implicata in quello che ha tutta l’aria di un omicidio, forse a causa delle sue relazioni con il re; l’autrice Clara, invece, evoca incessantemente, attraverso la prospettiva del presente, il difficile percorso di redenzione dalle droghe, dagli ospedali e dal nichilismo.

 

Tuttavia questa è sola una delle tante increspature narrative che attraversano il libro. La vicenda personale dell’autrice viene nuovamente diluita in un altro contesto, e cioè quello della complicata relazione con la madre, un’altra donna, di un’altra generazione, anch’essa invischiata nel chimerico meccanismo dell’educazione familiare di genere; ed è qui che si gioca ancora il confluire di soggettività biografica ed universalità dell’esperienza, poiché pur trattandosi di avvenimenti piuttosto personali non compongono mai una realtà intimista, bensì sono capaci di prender parte ad un racconto collettivo, ricreando il ritratto occasionale e determinato di una generazione, preminentemente femminile, negli anni dell’estrema maturazione del regime dittatoriale franchista.

 

 

Wittgenstein personaggio inaspettato

Le tragiche esistenze femminili vengono anche considerate dall’alto della prospettiva filosofica attraverso l’irruzione di altre figure di tipo sapienziale, austere, definitive, anch’esse però dotate di un loro vissuto biografico che, sebbene paradossalmente contrapposto al destino delle altre protagoniste, è intriso della loro realtà sociale. Wittgenstein in particolare, nato in una ricca e nobile famiglia austriaca, di cui tutti i figli sono inclini sin da subito al suicidio e all’autodistruzione, Ludwig sarà infatti uno dei pochi a sopravvivere tra i suoi fratelli, e lo farà attraverso la filosofia e la speculazione, ma anche attraverso la partecipazione alla guerra e ad una vita vissuta in povertà e isolamento.  Nonostante le due nature diametralmente opposte di Sara e Wittgenstein, i due diversi destini sociali, ambedue però giungono alle stesse conclusioni esistenziali: Sara, a soli 18 anni, rispondendo ad un’insidiosa domanda di un giornalista circa la paura della morte, risponderà che la morte non può interessarla, perché non avendola sperimentata non ne poteva avere idea e quindi paura, così come lo stesso Wittgenstein dopo lunghe speculazioni era giunto all’ardua sentenza ‘’Su ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere’’.

Sisifo, la roccia e la montagna

Così la vita di Wittgenstein, come anche le costanti allusioni alle esperienze di Camus e Pavese, continuano a fungere da corollario a questo tipo di scrittura e narrazione distribuita su molteplici livelli narrativi, tutti volutamente autoreferenziali, attraverso sentenze e citazioni; emerge di modo sempre più evidente anche una certa spinta psicologica a sorreggere l’indagine interiore del proprio passato. Questi tre personaggi inaspettati riportano la riflessione verso tematiche filosofiche universalmente umane, sul senso della vita e sugli stratagemmi e racconti che siamo costretti a narrarci come forma di sopravvivenza, per tirare avanti, imponendo di volta in volta uno scopo ed una meta diversi. Centrale a tal proposito il mito di Sisifo nelle parole di Albert Camus, in cui il protagonista è costretto per l’eternità a dover sollevare un masso sino alla cima di una montagna, ed una volta in cima sarebbe stato costretto a cadere e rovinare in basso; cadere per poter risalire nuovamente, per riprovare di nuovo, poiché se il masso non dovesse fracassare allora Sisifo stesso non avrebbe senso, non avrebbe uno scopo, si scoprirebbe assurdo. Così l’uomo per sopravvivere deve inventare dei racconti, dei valori e prefissarsi delle mete che lo possano distrarre dall’antica evidenza di assurdità del senso della vita.

Frammenti di realtà in opera di finzione

A questo punto inizia a delinearsi quale sia il ruolo narrativo affidato alla molteplicità di personaggi e punti di vista che costantemente intrecciano il loro dialogo con la scrittrice, e nei quali la sua biografia si diluisce a più riprese. Diluendo il proprio punto di vista in quello di altri personaggi, l’autrice è così in grado di ottenere una visione disincantata, lucida e distaccata; la materia narrata si presenta come un puzzle in cui tutti i pezzi, seppur differenti, confluiscono per dare un’immagine unitaria al racconto della propria realtà. Il fatto che il lettore sia scaraventato continuamente da una prospettiva all’altra richiede uno sforzo che è indice di una letteratura seria, impegnata ed esigente. La scrittura traduce in uno stile fervido e dissacrante le questioni esistenziali che attanagliano l’animo dell’autrice, sostituendosi ai ricordi personali e trafugando il materiale documentaristico alle volte utilizzato; senza dubbio una narrazione che confonde di proposito realtà e finzione, poiché Clara è autrice/protagonista che cerca di aprirsi a se stessa assaltando il suo passato attraverso la ricreazione letteraria di molteplici prospettive che possano finalmente gettar luce su uno dei periodi politici e culturali più bui della storia di Spagna.

 

articolo di

Claudio Oreste Menafra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto