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San Manuel Bueno, martire

San Manuel Bueno, martire

Le azioni hanno più forza delle parole

San Manuel Bueno, martire è stato scritto da Unamuno nel 1930, poco dopo il rientro dal lungo esilio dovuto alla sua opposizione alla dittatura del generale Primo de Rivera. Viene pubblicato per la prima volta nel 1931 e, nella sua forma definitiva, nel 1933. In questa opera l’autore introduce nuovamente il paesaggio che era stato eliminato nei romanzi successivi a Paz en la guerra. Tuttavia, non si tratta di un paesaggio semplicemente descrittivo. È uno scenario in cui gli elementi della natura assumono valenze fortemente simboliche e si trasformano in paesaggi interiori. La storia, come riferisce il prologo del 1932, è scaturita dai luoghi suggestivi intorno alle rovine del monastero medievale spagnolo di San Martín de Castañeda. Luoghi circondati da una misteriosa leggenda, quella del paese di Valverde di Lucerna, sommerso nel fondo del lago di Sanabria, dal quale talvolta sembra provenire un rintocco di campane.

Valverde di Lucerna

Questo romanzo breve e molto profondo è quello in cui lo scrittore, sostiene Marías, riesce più adeguatamente a penetrare nella realtà della vita e nella personalità umana. È quello in cui affronta il problema della personalità nella dimensione che maggiormente angoscia la sua vita: l’immortalità, il timore che nulla sopravviva alla morte. Il racconto si incentra sulla figura di San Manuel, parroco molto amato dal popolo di Valverde di Lucerna e sul suo tormento. Sentimento che nasce dalla lotta interiore tra la volontà e la necessità di vivere come credente, di avere fede nell’immortalità e l’impossibilità di credere, che lo identifica con il sentire tragico della vita.

Il suo sonno di rassegnata speranza

La storia è narrata da Angela Carballino, testimone della vita di don Manuel e al suo fianco nella cura e nell’assistenza dei fedeli. Si svolge in concomitanza del processo di beatificazione del parroco che viene promosso, dopo la sua morte, dalla diocesi di Renada. Il lettore, attraverso i ricordi di Angela, è immerso nella vita del sacerdote, nella sua fervida attività quotidiana a conforto del prossimo. In quella “profonda tristezza dei suoi occhi, blu come le acque del lago”, che nascondono il segreto tragico della sua anima. Un segreto taciuto per sempre al popolo di Valverde perché possa vivere “in pace il suo sonno di rassegnata speranza”.

Nell’epilogo, Unamuno evidenzia due aspetti. Che la condotta e le azioni, ciò che esse riescono a trasmettere, hanno più forza delle parole. E che la dolorosa verità di don Manuel non avrebbe cambiato quello che gli abitanti del villaggio pensavano di lui, perché “Il popolo non sa neanche cosa sia la fede, né gliene importa molto”. La gente non si interessa delle motivazioni razionali, non si interroga. Forse crede per abitudine, per tradizione, ma non bisogna svegliarla perché possa preservare il proprio desiderio di pace e di vita eterna.

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San Manuel Bueno, martire

Il sacerdozio di don Manuel è attivo e operoso, rifugge dalla pura contemplazione mistica. La sua relazione amorevole e paterna con la gente del paese fa di lui un santo anche in vita. Questa sua condotta è volta a evitare al popolo la scoperta di una realtà dolorosa, che difficilmente potrebbe essere sopportata. Quella che non c’è vita dopo la morte, non c’è resurrezione. Ecco la confessione della sua triste ‘verità’, sussurrata all’orecchio di Lazaro: «La verità, Lazaro, è in realtà qualcosa di terribile, di intollerabile, di mortale. La mia religione è consolarmi nel consolare gli altri, anche se la consolazione che offro non è la mia.»

In questo modo l’incredulo sacerdote non intende ingannare i suoi parrocchiani, ma vuole risparmiare loro la sua stessa angoscia, la sua stessa intima tragedia: “lo facevo per la pace, per la loro felicità”. Egli sente che il popolo lo ama per la sua generosità e dedizione. Che ha bisogno del suo sostegno perché viva il sogno della vita ultraterrena, perché viva nell’“illusione consolatrice” della religione che, qualunque essa sia, mantenendo vivo l’ideale di trascendenza, rende sopportabile l’esistenza umana.

“Che vivano. È questo che fa la chiesa, li fa vivere. Tutte le religioni sono vere poiché consolano i popoli che le professano, e per ciascun popolo la religione più vera è la sua, quella che ha creato.”

La religione come utile “oppio del popolo”

Il sacerdote è convinto del compito insostituibile della religione come utile “oppio del popolo“, necessario per sopportare il tedio di una vita che senza Dio appare priva di senso. “Poca teologia, eh?; religione, religione”, raccomanda Lazaro al prete che ha sostituito don Manuel dopo la sua morte. La religione di don Manuel è la religione del cuore e della compassione, fondata sulle buone azioni, sull’operosità, sull’assistenza spirituale ai fedeli e sulla tolleranza e solidarietà umana, e non sul dogmatismo che è imposizione, limitazione alla libertà individuale.

Il suo comportamento appare, quindi, contrapposto a quello della maggior parte dei preti dell’epoca. Coloro che assolvono al loro ministero attraverso la catechizzazione e l’autoritarismo, consapevoli di poter manipolare gli orientamenti del popolo che a loro si affida. Costoro sono membri della Chiesa cattolica conservatrice e intransigente – che Unamuno rifiuta –, connivente con il potere politico, che prende parte ed incita alla guerra e che predica l’obbedienza ad ogni costo alla legge esterna.

Don Manuel nelle sue prediche non ha mai preso posizione nei confronti degli schieramenti politici. Non ha mai inveito contro empi, massoni, liberali o eretici. Né ha mai cercato, dall’alto del pulpito, di influenzare i fedeli, perché questa non è la vera funzione del suo sacerdozio. Non lo riguarda la giustizia degli uomini, come sottolineerà al giudice di un paese vicino, né i conflitti, ma soltanto la misericordia e il perdono. Afferma Gullón: “Protettore degli illusi, farà della religione una droga, uno stupefacente che li mantenga addormentati”.

Vita politica e vita religiosa

La Chiesa cattolica, secondo Unamuno, risulta un’istituzione che privilegia le questioni politiche rispetto alle problematiche dottrinali e che si è allontanata dai reali bisogni dell’uomo a causa della teologia. Da ciò scaturisce la necessità di tenere separata la vita politica da quella religiosa, in quanto tale separazione è presupposto necessario per la libertà di coscienza e di pensiero, per una libera convivenza e tolleranza di tutte le credenze. Don Manuel afferma “che né l’attitudine progressista, né quella conservatrice possono essere condivise richiamandosi al cristianesimo”. Il fatto che si possano ottenere migliori condizioni economiche e di vita mediante una più equa distribuzione della ricchezza e una maggiore giustizia sociale non risolverebbe, comunque, il problema fondamentale dell’uomo, che è quello di vivere con la certezza di essere nato per morire.

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L’intrastoria

Unamuno penetra nella vita silenziosa di ogni giorno, nella quotidianità del popolo di Valverde di Lucerna. In quel “sentire comune che si plasma nell’infaticabile ma impercettibile intrastoria del vivere quotidiano e si trasmette in modo apparentemente intatto di generazione in generazione“. Per il popolo che ode nel giorno di San Giovanni, secondo la leggenda, il rintocco delle campane della chiesa sommersa, il lago azzurro rispecchia il cielo della vita eterna promessa, della quale già godono i morti e gli antenati. Fernández Sanz, riportando il punto di vista esposto da Fernández Pelayo, evidenzia che la città sommersa simboleggia anche la fede che don Manuel ha ereditato dalla tradizione e dalla intrastoria e che pulsa nel fondo della sua anima, sebbene creda di non credere.

La storia passa ma la natura permane

Durante una delle passeggiate al lago, don Manuel e Lazaro intravedono una giovane capraia che canta con voce soave sulla cima della falda della montagna. La capraia, che fa parte della Natura e non della Storia, domina il paesaggio in cui il tempo sembra fermarsi. Si tratta di uno dei paesaggi in cui si manifesta in modo più evidente la dimensione dell’intrastoria e dell’intima comunione con la natura, la cui contemplazione evoca in don Manuel sentimenti di pace e quiete che fanno intuire l’eternità. L’intrastoria che resta oltre l’effimero e il passeggero: la storia passa ma la natura permane.

Angela, che dopo la morte del sacerdote continua, comunque, a vivere eternamente nelle proprie opere, segue l’esempio da lui mostrato. Quello dell’identificazione con l’anima del popolo, della totale immersione nella comunità del villaggio e nei suoi luoghi, la montagna e il lago, in un tempo sospeso, sempre uguale, da sembrare l’eternità.

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