Doppia intervista alla Galleria Bruno Lisi di Roma in occasione della mostra di Claudie Laks

La redazione di The Serendipity Periodical è stata calorosamente invitata dalla prof. Irene Ranzato, presidente dell’associazione AOC F58, a prender parte alla mostra dell’artista francofona Claudie Laks, ancora in pieno allestimento sino al 29 Novembre.

Un interessante viaggio nel colore, soggetto incontrastato dell’esposizione, che esplode vigorosamente sulle piccole tele che corrono lungo le pareti della Galleria in un frenetico e compulsivo susseguirsi; ogni tela è promessa e tentativo di legittimazione di un senso che in realtà è costantemente rimandato, procrastinato, ma mai raggiunto. Lo sguardo del fruitore viene così violentemente invitato a perdersi nell’assenza di senso che è insieme causa e fine della produzione seriale di Claudie Laks.

 

1. Due domande al presidente dell’associazione AOC Flaminia 58, prof. Irene Ranzato

Cerco di darti del tu, rispettando il format dell’intervista, e ti chiedo di raccontarci brevemente il significato e la missione della Galleria

Noi gestiamo questa galleria che è stata intitolata all’artista Bruno Lisi, storico presidente dell’associazione, il quale è venuto a mancare nel 2012. Da allora la Galleria ha preso il suo nome, anche se la Galleria della AOC esiste di fatto da ormai una trentina d’anni. Facciamo generalmente una mostra ogni mese ed è una Galleria molto seguita da critici, storici dell’arte, da addetti ai lavori, abbiamo anche lanciato giovani artisti e curatori; sono personalmente molto felice per questo, perché si tratta di una realtà romana veramente molto sentita e viva. Un’altra cosa interessante è il fatto che si trova nella sede di studi di artisti che sono tali dall’inizio del ‘900; cioè si sono alternati ed avvicendati qui artisti della scuola romana fin dai primi del ‘900, quando ancora la struttura era poco più di una baracca.

 

La Galleria privilegia un certo canone artistico-stilistico, dando cioè un taglio ben preciso alle installazioni e agli artisti che sceglie di voler accogliere, oppure non pone alcun limite?

Siamo sicuramente una galleria molto varia, nel senso che i mezzi espressivi sono i più vasti possibili, al contrario magari di altri tipi di gallerie: fotografie, pittura, video, performances, installazioni etc., però noi cerchiamo di affidare soprattutto ogni mostra ad un curatore o ad uno storico dell’arte, questo ci da delle garanzie di qualità ecco. Può succedere, ma è raro, che un artista si presenti autonomamente e faccia vedere il proprio lavoro ma preferiamo che il lavoro sia presentato da qualcuno che ci garantisca un certo livello.

 

Un’ultima richiesta prima di passare all’artista: due cenni introduttivi sulla mostra di oggi

La mostra di oggi è la seconda in verità che fa qui Claudie Laks, un’artista francese, di Parigi. La prima ha avuto luogo invece nel 2015. Si tratta di un’artista di levatura internazionale perché ha esposto davvero ovunque in Europa, è molto seguita, si occupa anche di incisioni tra le altre cose; sono stata personalmente nel suo laboratorio di Parigi, in cui lavora proprio a queste incisioni davvero molto interessanti. Nello specifico però, in questa mostra tenutasi alla AOC, si è dedicata soprattutto, come hai visto, al colore. Tutta l’installazione è veramente uno scoppio inaspettato di colore, ti consiglio vivamente di rivolgerle qualche domanda!

 

 

2. Vis-à-vis con l’artista Claudie Laks

Una domanda che fluisce naturalmente dal titolo della sua esposizione: che rapporto hai con la pièce teatrale Aspettando Godot di Beckett?

L’opera di Beckett è davvero il miglior modo per parafrasare il mio lavoro. Beckett nella sua pièce non ha dato un numero finito di scene, c’è un susseguirsi di scene senza una numerazione predefinita, c’è dunque questa idea di attesa. La mia è una produzione di tipo seriale, un susseguirsi appunto indeterminato di raffigurazioni in cui il fruitore è portato ad attendere quella successiva, per questo ogni dipinto deve essere assolutamente diverso dal precedente e dai successivi; quando dipingo vorrei sempre che ogni tela sia differente e nuova in un certo senso. Il desiderio, l’aspettativa, l’attesa sono il vero fine, nella sua totalità, di questa mia esposizione. Quando si lavora ad una singola opera, quell’opera stessa sta già generando la successiva.

Dunque il fruitore diventa l’altra metà della produzione artistica?

Io voglio sempre che il mio fruitore si trovi dinanzi all’opera poiché è solo in questo modo che la mia produzione acquisisce il senso d’attesa di cui abbiamo parlato. La storia, l’intreccio, di Godot non è così importante di per sé, quanto la smodata tensione verso un orizzonte di senso mai effettivamente compiutosi, e per tutto questo c’è bisogno che un qualcuno sia colpito da questo vuoto/assenza di significato.

 

C’è anche una critica nei confronti dei prodotti dell’industrializzazione, prodotti di tipo seriale appunto, identici a loro stessi, assolutamente riproducibili?

La mia è una serie ma non è una serie; è cioè anche il contrario stesso di un’opera seriale perché, come per Godot, il nostro fruitore si aspetta l’inatteso. Questa è la dimostrazione più forte che si tratta di tutto il contrario di una serie intesa in senso stretto, o come dici tu ‘industriale’; perché si crei l’attesa dell’inaspettato c’è bisogno che le singole tele siano diverse, uniche in sé, poiché la variazione e la novità espresse da ogni tela rispetto alle altre generano la speranza e la promessa di un senso in quella successiva, rappresentando quindi la molla che innesca aspettazione e struggimento.

 

Si nota sin da subito una forte predominanza del colore, supporto per antonomasia dell’arte pittorica raffigurativa, è dunque il significante attraverso il quale si comunica con il fruitore, è la forma per antonomasia; lei ha precedentemente detto che non c’è un senso predefinito, ma che il significato è assente e per questo si ingenera un senso di attesa, dunque, per arrivare alla domanda, la forma è più importante del significato nella sua arte?

Per me la forma non deve provenire da un moto volontaristico, cioè non deve ”voler” trasmettere un significato ben preciso o comunque preconfigurato dall’artista; la bellezza dell’arte consiste proprio nella pluralità di significati a cui può dar luce proprio in base alla diversità del soggetto interpretante, il processo ermeneutico non deve assolutamente essere standardizzato né può permettersi di indurre e spronare un unico senso o significato. L’arte stessa è creazione sin dalla sua stessa nascita, è dunque un processo creativo che si rinnova di volta in volta nello sguardo del fruitore, è quello il vero prodotto artistico sempiterno ed imperituro, sebbene differente e variegato.

 

 

Intervista di

Claudio O. Menafra

 

 

 

 

 

 

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