Il viaggio di Kavafis a Parigi – Intervista a Ersi Sotiropoulos

Il 17 marzo all’Auditorium Parco della Musica, Ersi Sotiropoulos ha presentato il suo romanzo Cosa resta della notte, appena tradotto da Andrea Di Gregorio per Nottetempo, nel corso della manifestazione Libri come

Con lei, davanti alla sala gremita, l’autore Mario Fortunato e il giornalista e traduttore Angelo Molica Franco. Fin dal primo istante i due presentatori riescono a trasmettere all’uditorio l’atmosfera della Parigi di fine Ottocento, quella in cui è ambientato il romanzo. Lo sfondo è quello della Belle Époque, dell’inarrestabile sviluppo culturale, della Festa parigina di Renoir, della vivacità del Café de la Paix e del Procope; la vicenda è il viaggio a Parigi del giovane poeta greco Kostandinos Kavafis.

Con la sua scrittura piena, carnale, fisica, Ersi Sotiropoulos riesce a raccontare tanto l’erudizione del poeta greco quanto i bagliori di erotismo che si accendono nelle sue giornate, ma anche temi delicati e intimi come il rapporto con la sessualità, con la vergogna e la colpa, con la famiglia, con la propria arte. Molti lettori già conoscono l’autrice greca grazie a due libri tradotti in italiano (Il sentiero nascosto delle arance, Newton& Compton e Mexico, Donzelli), ma in questo caso il tema è molto diverso: Sotiropoulos ha infatti deciso di ricostruire il viaggio che portò Kavafis a Parigi nel 1897 in compagnia del fratello John, un’esperienza poco documentata dopo la quale la sua scrittura cambiò radicalmente.

Dal primo viaggio in Italia

Nel suo italiano perfetto, la scrittrice spiega che si era interessata a questo viaggio fin dal 1984, quando aveva organizzato una mostra su Kavafis a Palazzo Venezia, e più tardi, nel 91, durante la preparazione di una sceneggiatura per un documentario sul poeta che sarebbe stato trasmesso dalla televisione francese. Era stato l’unico viaggio di piacere della sua vita, eppure se ne sapeva ben poco. Il grande salto di qualità che il suo stile aveva fatto dopo quell’occasione lasciava immaginare che fosse stata un’esperienza ricca, intensa, stimolante. Quando si pensa a Kavafis si pensa inevitabilmente a un poeta vecchio, perché è questa la veste in cui è meglio conosciuto; ma in quel viaggio a Parigi il futuro autore di Itaca aveva solo trentacinque anni, non aveva scritto niente di paragonabile per qualità alle opere della sua maturità. Sotiropoulos racconta un poeta emergente che si è recato in quella che all’epoca era la capitale culturale del mondo, forse nella segreta speranza di incontrare i grandi autori al confronto dei quali si sentiva schiacciato. Il suo girovagare affascinato e al contempo disorientato, puntellato di stimoli sessuali e di battibecchi con il fratello, intesse la trama di questo romanzo.

Entriamo un po’ nel laboratorio dello scrittore. Com’è la sua giornata tipo, quando lavora a un libro?

Comincio a lavorare molto presto. Scrivo con difficoltà, lentamente. Quando ero più giovane, lavoravo di notte. Adesso non mi è più possibile, ma mi alzo di prima mattina, così presto che è ancora notte. Durante l’ultimo anno e mezzo di lavoro a questo romanzo, mi svegliavo alle 3:30. Però non andavo a dormire presto, non ci riuscivo. Semplicemente, c’era una tensione che mi teneva in piedi anche se dormivo due o tre ore a notte. Comunque le ore creative vanno fino a mezzogiorno, all’una o due del pomeriggio al massimo. Poi la sera rivedo quello che ho fatto. Ho bisogno di silenzio. Più passano gli anni, più ho bisogno del silenzio.

Leggendo il romanzo ci si accorge subito che ha richiesto una ricerca estesa e approfondita. È rimasta fedele alle sue fonti, o se ne è distanziata?

La documentazione era molto vasta. Già nell’84 avevo organizzato la mostra su Kavafis qui a Roma, a Palazzo Venezia, e nel 91 avevo scritto la sceneggiatura per un documentario della televisione francese. Le mie fonti sono state l’Archivio Kavafis, testimonianze e interviste di persone che lo avevano conosciuto, gli archivi di E.L.I.A. Oltre a questo, ho consultato documenti di ogni tipo, dati riguardo alla storia della Parigi dell’epoca, ho letto romanzi del XIX secolo, dei fratelli Gouncourt, di Zola, di Maupassant… La storia economica dell’Egitto, cronache della comunità greca di Alessandria, documenti sulla guerra greco-turca del 1897.

A un certo punto la continua ricerca di documenti sembrava quasi una scusa per non mettermi a scrivere. Il materiale era davvero tanto… ricordo che al tempo viaggiavo spesso, e portavo sempre con me una valigia in più solo per i libri, perché molti di quei contenuti non erano disponibili online. C’erano vecchie edizioni, riviste dell’Alessandria dell’epoca… Giravo con un bagaglio da 58 chili, che trascinavo di qua e di là sempre con me. Malgrado tutta questa documentazione, il libro non è un romanzo storico, neppure una biografia romanzata. Si tratta di finzione.

Tra i ringraziamenti dice che il romanzo è stato scritto in molti anni e con difficoltà. Com’è cominciato il percorso e quanto è durato?

Il materiale continuava ad accumularsi, e penso che ci fosse da parte mia un terrore all’idea di cominciare a scrivere. Mi ha aiutato molto in questo un amico, il poeta americano Paul Vangelisti. Un giorno, quando per l’ennesima volta ci ritrovammo a discutere di questo libro, mi disse: «Perché non scrivi un prooimion nel senso greco, un prologo, un testo in cui spieghi perché vuoi scrivere questa storia e come ti è venuta l’idea, che cosa vuoi fare? Potrebbe in futuro diventare una parte del libro, oppure no». E l’inizio del romanzo è proprio quel testo. Se non mi avesse dato quella spinta, non so per quanto tempo sarei rimasta lì a tentennare. Mi ci sono voluti sei anni per finirlo. Ci vuole sempre molto tempo. Anche se a volte mentre scrivo un libro, prendo note o comincio a scrivere quello successivo. Comunque non mi è mai successo di scrivere qualcosa in fretta.

Qual è stata la parte più difficile?

L’immagine che ho di Kavafis si è creata piano piano. Questa, direi, è stata la parte più difficile: trovare la voce del personaggio. Questo è valido per tutti i miei libri, che abbiano per protagonista Kavafis oppure un uomo della strada. Trovare la vera voce. E una volta trovata io non posso più cambiarla, non posso assoggettarla, non posso farle fare ciò che voglio. In Cosa resta della notte, anche se è scritto in terza persona, in realtà il narratore è sempre Kavafis, non ci sono scene in cui Kavafis non sia presente, ed è attraverso di lui che avviene il racconto.

La psicologia del personaggio Kavafis è finemente tratteggiata, e presenta dunque anche aspetti che alcuni potrebbero ritenere non ritenere positivi. Questo naturalmente lo rende più umano, ma che impressione ha fatto al pubblico greco?

Ci sono documenti in cui si parla anche se in maniera indiretta della tirchieria di Kavafis, e degli altri suoi difetti. Non ho inventato nulla, è tutto basato sul materiale che ho studiato. E questo me l’ha reso più simpatico, mi ha fatto sentire una grande complicità con lui. In Grecia da qualcuno è stato preso come un sacrilegio, ma non mi interessa.

In generale legge le critiche e le recensioni che riguardano i suoi libri? Si lascia mai influenzare da una critica?

Sì, le leggo, ma non con l’angoscia che mi provocavano quando ero più giovane. Cerco – e credo di esserci riuscita – di mantenere una distanza dalle critiche, da quelle negative ma anche e soprattutto da quelle positive o addirittura ditirambiche. Purtroppo di rado le recensioni sono creative, in grado di stuzzicare il lettore, di presentare il libro come un orizzonte aperto da esplorare. Tante volte sono noiose.

In Italia sono già stati tradotti altri due suoi romanzi (Il sentiero nascosto delle arance, Newton& Compton e Mexico, Donzelli) e molti altri sono stati pubblicati in altre lingue. Qual è il suo rapporto con la traduzione e con i traduttori?

Stimo moltissimo i traduttori e il loro lavoro. Non potremmo conoscere i capolavori della letteratura mondiale se non fosse per loro. Quando vengo tradotta in una lingua che conosco (inglese, francese o italiano) controllo la traduzione e molto spesso intervengo, durante la rilettura. È necessario perché io non scrivo libri d’azione, nei miei testi il linguaggio e lo stile sono importanti.

Mi è capitato qualche volta di scontrarmi con i miei traduttori. Ma comunque come ho detto prima stimo molto il loro lavoro. Sono cresciuta leggendo letteratura e sono diventata scrittrice leggendo altri scrittori, il più delle volte tradotti da altre lingue. Senza i traduttori nascosti dietro quei libri, io sarei un’altra persona, totalmente incasinata.

 

 

articolo di

Francesca Zaccone

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