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Le Ciaramelle di Giovanni Pascoli

Le Ciaramelle di Giovanni Pascoli

Le Ciaramelle è una poesia di Giovanni Pascoli, che fa parte della raccolta “Canti di Castelvecchio”; poesia forse tra le meno note ma che rispecchia completamente la profondità del suo mondo interiore

Le Ciaramelle di Giovanni Pascoli; dalla lettura della poesia infatti, si percepisce una nota autobiografica in riferimento al suo paese d’origine dove si trovava il suo nido familiare. Molto spesso, questa poesia è stata sottovalutata per via della sua musicalità, quasi a sembrare una filastrocca e per il registro infantile che è stato utilizzato. Ma è proprio la poetica pascoliana a suggerire che il poeta deve farsi bambino nel guardare il mondo e nel descriverlo.

Le Ciaramelle di Giovanni Pascoli

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

 

In questi versi, Pascoli fa un’accurata descrizione, dando molta importanza ai particolari. Alterna gli elementi sonori a quelli visivi, i primi concentrati nel suono delle zampogne, i secondi sull’apparire delle luci, stelle e lumi di candela; tutto si gremisce di vita, trasformando il paese in un piccolo presepe. Il suono delle ciaramelle udito dal Pascoli adulto, riesce a ristabilire un contatto con il suo passato felice e a rievocare quei momenti di spensieratezza legati alla fanciullezza. Basta questo ritorno al passato per portare la serenità, poiché la realtà confortevole e materna nella quale vivono i fanciulli, prende il posto della dura realtà di chi è assalito dalle preoccupazioni continue. Il poeta rimpiange la gioia e la calda atmosfera di un Natale sognante che si è in grado di vivere solamente da bambini. Rimpiange il letto caldo cullato da una voce familiare, ma anche le lacrime che patiscono i bambini, che per un adulto sono certamente preferibili alle sofferenze del proprio presente. Questa poesia è per Pascoli un’occasione per commuoversi di fronte ad un ricordo e di cercare nel pianto stesso una liberazione dalle angosce.

Giovanni Pascoli, note biografiche

Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855 e morì a Bologna il 6 aprile 1912. Nacque in una famiglia della piccola borghesia rurale e rimase orfano giovanissimo. Si formò nell’ottica un po’ ristretta e riduttiva di una mentalità contadina, legata alla terra e alla tradizione. Le sue esperienze di vita e culturali furono fondamentali per la sua poesia: dal punto di vista biografico, hanno inciso profondamente sulla sua sensibilità le numerose sventure familiari, tra cui l’assassinio del padre, mai chiarito e punito; e la morte della madre e di vari fratelli. Sul piano culturale, invece, Pascoli ha risentito in modo drammatico della crisi di fine Ottocento. Inevitabilmente, la sua poesia è nata dal fondersi di queste due deludenti esperienze di vita. Pascoli ha interpretato la crisi dell’uomo moderno, fragile e incerto, la poesia quindi, non poteva che essere un lamento sulla precarietà e sulla tristezza della propria condizione di uomo.

Le Ciaramelle di Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli

Una poetica di stampo prettamente decadentistico. Nella sua prosa intitolata “il fanciullino”, per Pascoli la poesia è qualcosa di irrazionale e illogico, e il poeta è colui che, con l’animo semplice e puro di un fanciullo, sa stabilire un contatto immediato con le cose, sa conservare sempre un’ingenua capacità di stupirsi e sa inventare una sua forma mistica di conoscenza e comunicazione. Per Pascoli, fare poesia significa scartare tutte le tecniche stilistiche e adottare, per forza di immagini, di colori e di suoni le intuizioni del cuore. La produzione pascoliana è costituita da quattro nuclei tematici fondamentali: il primo è quello autobiografico del recupero del proprio passato di uomo sventurato; e il culto ossessivo dei morti. Il secondo è quello che potremmo definire della vertigine cosmica e del mistero: insieme di simboli e di implicazioni ideologiche. Il terzo è quello georgico-idillico-naturalistico. Infine, il quarto, è identificabile nel motivo delle rievocazioni o delle ricostruzioni storiche o antiquarie.

Articolo di

Isabella Amicuzi

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