Love’s Kamikaze – un’opera per riflettere

Eros e Thanatos in un bunker di Tel Aviv

La profonda spaccatura tra israeliani e palestinesi affonda le sue radici ai tempi di Abramo. Isacco e Ismaele sono figli di uno stesso padre ma hanno madri diverse ed è da questo che deriva il conflitto tra i due popoli.

Lo spettacolo teatrale “Love’s Kamikaze”, che va in scena dal 7 al 17 febbraio sulle tavole del Teatro Marconi, ci parla dell’odio atavico tra le due stirpi mostrandone la crudeltà e l’insensatezza. La prospettiva peculiare dei personaggi però riflette anche sugli interessi economici che sottendono al conflitto che trovano nella religione solo delle scuse.

love's kamikaze
love’s kamikaze

La quotidianità della vita di due giovani è costantemente spezzata da notizie di morti, attentati, conti da pareggiare.

Naomi ed Abdel, lei ebrea e lui palestinese, si amano profondamente, si amano al di là delle loro religioni e a dispetto delle loro famiglie. Questo sembra però non bastare mai e le piccole gioie della vita, come il rito del caffè o fare l’amore, vengono rovinate dall’incombenza di una guerra che non sentono loro ma che si infila tra le fessure del rapporto. Naomi non riesce a capire e il suo humor tipicamente ebraico diventa un’arma contro la mancanza di senso degli attentati e delle stragi a Tel Aviv. Abdel combatte con se stesso, è logorato da un conflitto interiore. Se da una parte la sua famiglia lo accusa di non essere abbastanza arabo, dall’altra viene rifiutato proprio a causa delle sue origini.

Naomi ed Abdel si amano ma nonostante tutto è difficile per entrambi liberarsi dei preconcetti con i quali sono cresciuti; per questo litigano di continuo e una parola fuori posto causa dispute epiche tra i due.

La cosa più interessante però è che ridono anche delle loro diversità

Infatti, si prendono in giro accettandosi allo stesso tempo per come sono. A quattordici anni dalla prima messa in scena sorprende come quest’opera, politica e strettamente legata alla storia contemporanea, risulti così attuale.

Marco Rossetti e Giulia Fiume, guidati dalla regia di Claudio Boccaccini, sono riusciti a portare in vita questi due personaggi così complessi ed articolati in modo straordinario nonostante un testo difficile da interpretare. Infatti, soprattutto nelle prime scene ci manca qualcosa, una motivazione forse, qualche elemento in più sui due. Sicuramente ci sarebbe piaciuto vedere un Abdel diverso all’inizio anche se più la messa in scena va avanti e più il lavoro di Marco Rossetti sul personaggio risulta convincente ed emozionante.

L’interpretazione di Giulia Fiume risulta brillante nelle parti comiche e toccante nel finale drammatico dell’opera. Lo spettacolo commuove, fa ridere e riflettere. Da vedere.

 

Articolo di

Simona Ciavolella

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