Privacy Policy La Nave dei Folli, un diario di bordo: filosofia, psicologia e letteratura nel non-romanzo di Marco Steiner - The Serendipity Periodical
San Servolo, manicomio

La Nave dei Folli, un diario di bordo: filosofia, psicologia e letteratura nel non-romanzo di Marco Steiner

L’infinito vivente, pensai.

Era tutto lì, in quelle due parole.

(La Nave dei Folli. Un diario di bordo)

Ogni storia che sia degna di questo nome non ha un vero inizio. 

Non c’è un punto del tempo a partire dal quale si possa dire che sia cominciata, di fatto, ad esistere. Non c’è un ‘prima’ della storia. Perché, come si dice, se un qualcosa inizia, allora finisce. E una storia fatta bene, certo, non finisce mai, si nutre dell’immaginario collettivo e si ripropone sotto diverse forme. Ogni storia degna di questo nome, allora, è sempre parte di un’altra storia, iniziata in un Altrove inconsumabile, da cui tutte le storie provengono. Ogni storia ne prosegue un’altra, e nel momento in cui inizia ad essere narrata crea nuove possibilità d’essere, altri percorsi, altre storie. Traccia diversi cammini. Lo stesso accade per La Nave dei Folli, di Marco Steiner. 

Se, però, volessimo provare a rintracciare – dal punto di vista diegetico – l’inizio di questa storia, allora dovremmo andare lontano. Molto lontano. Non mi riferisco al tempo, perché quello non è che un andirivieni continuo, che siamo abituati per convenzione a collocare su di una linea retta. Attesa, desiderio, aspettativa che si contorce su sé stessa: un’increspatura attraverso la quale ci è dato di guardare l’Infinito, perché forse, tutto d’un colpo, non ne saremmo in grado. 

L’Altrove da cui inizia questa storia è un Altrove geografico, ma non convenzionale. Una topografia dell’immaginario, un altro non-luogo da cui tutto il viaggio prende inizio: il mare, l’infinito vivente. L’inizio, ma anche la fine.

Marco Steiner a Più Libri Più Liberi 22 – Foto di Gabriele Scassaioli

Un ipotetico ‘inizio’

Una nave fende il mare con delicatezza e tenacia, accompagnando lo scalciare impetuoso delle onde, sospinta da un vento deciso. A bordo, ci sono tre uomini senza sogni intenti nel trasporto di un carico proveniente da Cipro. Il meccanismo è semplice: tanti soldi in cambio di un lavoro fatto bene. All’improvviso, però, durante la navigazione, il diesel si ingolfa, l’imbarcazione si ferma e sono costretti allo stallo, all’attesa. Tutto si ferma: l’inconsueto irrompe nella linearità del cammino. Un corvo dal manto nero e lucente si avvicina accarezzando in volo la rotta dell’imbarcazione, poi si posa su quella nave. Uno degli uomini tira fuori la pistola e la punta verso il volatile senza pensarci. Poi fa fuoco. Essi vedono in quel corvo solamente un pregiudizio, una superstizione, un malaugurio. Non sanno, però, che in tal modo hanno decretato anche la loro fine. 

Il mare non perdona chi decide di attraversarlo come se avesse ancora i piedi saldi sulla terra ferma, e così uno ad uno, i tre uomini iniziano a morire di stenti. Hanno perso la loro rotta, hanno perso il controllo dell’imbarcazione. La loro è una morte lenta, atroce. In questo modo, allora, la nave ritorna ad essere libera: un legno leggero senza nessuna guida che accondiscende al volo del vento che la sospinge in ogni direzione, senza fretta, senza una mappa. Finché quel corvo non ritorna nuovamente a posarsi su di essa, rivelandole quello che le aspetta da quel momento in poi: dirigersi verso l’Isola di San Servolo, a Venezia. Lì c’è un uomo che conosce il mare, sa come trattarlo, e che ha la testa piena di sogni e di storie che rimangono mute. L’uomo è pronto a salpare, ma ancora non lo sa. Sarà la Luna a rivelarglielo in una notte di rivelazioni. Le navi e il mare sono così: danno ausilio e rifugio a coloro che sulla terra ferma sono considerati dei diversi, che vorrebbero un mondo liquido, cangiante, dalle infinite possibilità. 

Gli uomini come Efrem Jorge Caminante, detto Indio

La vera storia di Indio: un viaggio apparentemente impossibile

Indio, il protagonista di questa storia, è stato rinchiuso nel manicomio di San Servolo, a Venezia, perché è un ‘diverso’: giudicato violento, ubriaco, dalle frasi sconnesse, che non sa dare alcuna spiegazione ai carabinieri che lo hanno beccato in strada ad urlare, spaccare bottiglie e farneticare con la gente impaurita. Giudicato pericoloso, uno squilibrato, lo rinchiudono in manicomio con una diagnosi grossolana. Poi arrivano i medici con le camicie di forza, i sedativi, le loro pratiche invasive. A quel punto la sua storia inizia ad essere raccontata in modo diverso, con bugie e diagnosi falsate. Indio è un individuo pericoloso: questa è la versione che ne dà la cronaca. La verità, però, è che Indio non è fatto per la terra ferma, e quegli uomini che lo hanno rinchiuso non capiscono il dono di cui è portatore. Indio vive con un battito vitale diverso dai ‘normali’. Mentre quei ‘mostri in camice bianco’ lo sedano e, giorno dopo giorno, cercano di indirizzarlo verso la normalità a colpi di elettroshock e pasticche e sedativi, solamente un giovane dottore riuscirà a dargli una scappatoia, l’inizio di un percorso veramente terapeutico attraverso la scrittura: un taccuino bianco, sul quale trascrivere le proprie immagini. Una via diversa, una speranza di guarigione, un Altrove che fino a quel momento sembrava inesprimibile, celato. Ed è così che Indio inizia la sua avventura su quella Nave che, durante una notte con ‘due lune’, lo chiama a sé, per farlo salpare con altri compagni, altre storie. Sono tutti in cerca di loro stessi, ma ancora non lo sanno: sanno solamente di dover andare, anche senza uno scopo preciso, di imbarcarsi e iniziare quel viaggio verso la guarigione. 

San Servolo Venezia, Museo del Manicomio – Foto da Facebook

Il significato nella forma

Quello di Marco Steiner è un non-romanzo in un senso molto semplice: non rientra nella definizione del genere letterario. Anzi, a dirla tutta, non c’è un genere letterario calzante per definirlo o per meglio inquadrarlo. Farlo significherebbe snaturare il suo vero senso, oltre che mancare completamente l’obiettivo di una buona critica. C’è un dato evidente: a partire dalla forma stessa in cui viene scritta questa storia, si instaura un legame profondo tra le forme e i percorsi di senso. Lo stile di scrittura qui impiegato da Steiner non è una forma vuota al servizio di un significato, o comunque separata da questo: è essa stessa il significato, in quanto il dialogo e la tensione continui tra la prosa e la poesia tradiscono un binomio semantico che appartiene agli universalia del pensiero dell’autore.

Emiliano Ventura, in questo senso, definisce il modo in cui Steiner presenta la sua storia simile al ‘prosimetro’, o prosa poetica, ma con tutte le glosse e le premesse del caso. Una su tutte il fatto che anche in questo caso la definizione di prosimetro, inteso in senso classico, non è pienamente aderente. Come lo stesso Ventura avverte c’è sì una tensione continua – dialettica quasi – tra la prosa e il verso, ma la poesia di Steiner non ha una metrica definita. Non si può pensare al prosimetro come lo intendeva il Dante della ‘Vita Nova’, per intenderci. 

I momenti lirici, in cui la prosa tende al verso, sono indice di una tensione anche ‘onirica’ all’interno del testo e della storia: la poesia coincide con i momenti di ‘smarrimento’, in cui l’Altrove si palesa, liquefacendo il mondo in un sogno continuo. La prosa, invece, incalza la narrazione avventuriera de La Nave, i percorsi, le rotte. Diventa la prosa uno strumento di navigazione, mentre la poesia dà voce alle ‘sospesioni’, ai silenzi, e alle pause di smarrimento durante il viaggio. Così che possiamo dire, in un certo senso, che sin dal punto di vista strettamente stilistico, ritroviamo gli elementi più cari all’autore Steiner: il viaggio e lo smarrimento (straniamento), prosa e poesia. Il movimento e la sospensione (silenzio). Il primo serve a viaggiare, sradicarsi e generare l’incontro con l’Altro; il secondo per meditare su quelle immagini, riconciliarle col desiderio o moltiplicarle all’infinito per continuare il viaggio in un’altra dimensione. 

Un’altra storia: Isole di ordinaria follia

Un movimento simile, dal punto di vista narrativo, lo si intravede anche in ‘Isole di Ordinaria Follia’ che, non a caso, è un’altra storia prima di questa storia, forse quella più affine. Anche in ‘Isole’, infatti, siamo a San Servolo, anche qui abbiamo i ‘diversi’ che sopravvivono grazie alle loro storie, alle loro narrazioni. Ma qui, la tensione tra prosa e poesia si condensa a pieno nella forma e nelle modalità del racconto breve. Quattordici storie di quattordici anime, che condividono quell’Isola, quella via di fuga e quella possibilità di redenzione. Alcuni di questi personaggi, poi, diverranno parte dell’equipaggio di Indio, che li porterà via da lì. Un legame importante tra i due libri, ma non essenziale. La Nave dei Folli fa testo a sé, anche affidando interamente alla parola e all’immaginazione il compito di raccontare la storia, mentre in Isole il dagherrotipo, l’immagine (Imago lucis opera expressa) è ancora importante, anche per ‘testimoniare’ il viaggio reale tra le cartelle cliniche di quel luogo. Ne La Nave, Steiner molla gli ormeggi e invita il lettore a fare lo stesso, riducendo al minimo la dimensione ‘reale’ e fattuale della vicenda, dando tutto a favore dell’immaginario. Il viaggio di Indio e del suo equipaggio è un viaggio all’interno dell’uomo, tra le immagini recondite imbrigliate di quotidianità, un riscatto del desiderio in senso assoluto attraverso la scrittura e il sogno. 

In una recente intervista in occasione della fiera del libro ‘Più Libri Più Liberi’ a Roma, Marco Steiner ha, infatti, detto: ‘Le immagini – fotografie – sono importantissime per innescare la fantasia, e lo sono state di certo nel mio lavoro con Marco D’Anna e Berengo Gardìn in Isole, in particolare con la dialettica immagine e parola, il loro rincorrersi. Ma quando la fantasia parte libera, è il massimo dell’espressione dell’immaginario. Con la scrittura ho cercato di dipingere le immagini, o almeno far sentire le emozioni da esse sottese. Per cui, è stato il massimo della libertà espressiva per me.’ 

San Servolo Venezia, Museo del Manicomio – Foto da Facebook

Il sogno: cura, terapia e libertà

Indio e i suoi compagni fuggono dalla reclusione coatta del manicomio, e lo fanno a bordo della Nave, grazie al loro immaginario, alla loro fantasia, la facoltà che nell’uomo permea qualsiasi attività e linguaggio. Non c’è modo di imbrigliarla, è come una eco vagante che proviene da un altro luogo, non la si può imprigionare, forse solo il poeta può cercare di farlo attraverso un verso, o una giustapposizione di immagini in continua tensione nella parola. Tutto il non-romanzo di Steiner sembra dire: ‘Chiudi gli occhi, e ricomincia’. Ricominciare, sempre, ovunque, in ogni luogo una possibilità di un nuovo inizio. In questo senso, in questa storia, avviene quello che definirei un capovolgimento alla Borges. Il sogno si sostituisce alla realtà, e diviene più reale di questa, mentre la realtà si rivela come artificio. Se da una parte il sogno viene convenzionalmente (e tradizionalmente) definito come l’opposto del reale – in quanto veste del desiderio che spinge sempre un po’ più in là le nostre aspirazioni, creando un mondo ideale – nella storia di Steiner, invece, avviene precisamente il contrario: il sogno rappresenta la natura più autentica (veritiera) dell’individuo che solo rappropriandosi della dimensione del fantastico, riesce nell’impresa di guarire.

Sogno e Realtà, il capovolgimento di Steiner

Dunque, è quello che siamo abituati a chiamare ‘realtà’ del mondo – con tutto il suo apparato di regole, ideologie, reclusioni, leggi e convenzioni – ad essere una finzione: una fitta rete di compromessi e repressioni, che ha finito per smarrire la vera essenza dell’uomo, incatenandolo al suolo, precludendogli il possibile e sedando l’immaginario. Il binomio si inverte: proprio il sogno, in un mondo artificiale e fittizio dominato dalla tecnica e dal mito del progresso, è in grado di rivelare l’originarietà dell’uomo. Il sogno diventa, così, la vita autentica, mentre la vita reale e quotidiana si rivela in quanto vita da automi, della mancata consapevolezza, dei ‘dormienti’. Per questo il sogno, che si nutre dello slancio immaginario e dei desideri, assume anche una valenza terapeutica, poiché è in grado di riconciliare l’uomo con sé stesso, con quell’inventario di immagini originarie, ad un tempo universali e singolari: è un ri-trovarsi e comprendersi continuo.

Il mondo esterno vede, dunque, nei sognatori come Indio delle ‘falle di sistema’ che vanno recluse, allontanate, ‘rimosse’. Ma la verità è un’altra, la verità che scopriranno Indio e i suoi compagni è che nel sogno si trovano tutte le resistenze e le difese rispetto alle modificazioni sociali che provengono dall’esterno. Il sogno, e il ritorno ad esso, è in grado di rafforzare la propria identità umana, in quanto ritorno all’originario e riconciliazione con un senso smarrito. Non è una semplice fuga dalla realtà, ma qualcos’altro: è cura, terapia e libertà ad un tempo. 

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