Privacy Policy ''La cattiva moneta. Un ragionamento sul falso'' di E. Ventura - Recensione - The Serendipity Periodical
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”La cattiva moneta. Un ragionamento sul falso” di E. Ventura – Recensione

Il falso affascina, manipola, attrae. Crea una coerenza tutta sua nell’ordine degli eventi che si pone come alternativa al vero, ma più seducente ed ammaliante.

È il trionfo della retorica sulla logica, del barocco sul gotico, della persuasione sull’assioma. Non c’è causa nella sua genesi, nel senso che il falso non viene ‘fondato’ da nulla se non da sé stesso e, in questo modo, si autogiustifica e diventa inconfutabile. La sovra-interpretazione è il suo campo. Anche la metafisica lo è (il suo campo), e tutto ciò che pretende di dare un ordine arbitrario agli eventi postulando un piano parallelo che tesse continuamente una trama diversa per la storia. 

Il vero è noioso – per dirla in modo scanzonato – e per questo ha meno presa sulle coscienze. Un altro elemento: il vero non è letterario – letteratura è per definizione ‘finzione’ – sebbene sia esistita una letteratura come ‘intercettazione’ che proprio del falso ha fatto il proprio oggetto. Infine, nei casi più estremi, il falso non si limita a creare un’alternativa al vero, ma riesce ad annientalo, distruggerlo. In quanto distorsore della realtà, ecco che il falso è ambiguo e ambivalente. La sua natura – per usare un lessema caro al nostro Autore – è simile a quella del farmaco. 

Emiliano Ventura
”La cattiva moneta. Un ragionamento sul falso” di E. Ventura – Recensione

”La cattiva moneta”: per una definizione di falso

Emiliano Ventura, nel suo viaggio attraverso quella che potremmo definire – fingendoci filosofi – una protoeziologia del falso, e cioè un ragionamento intorno alle cause e all’essenza dello stesso, si appella alla legge di Gresham per fare un po’ d’ordine. Il postulato si potrebbe semplificare nella formula «moneta cattiva scaccia moneta buona». Allo stesso modo, sostiene Ventura, si comportano le idee: se sono ‘cattive’, viaggiano rapidamente e più a lungo che se fossero ‘buone’. Ma è bene ricordare che il falso, rispetto all’originale, non va considerato alla stregua di un plagio o di una copia; il falso ha una dignità tutta sua: è il falso a fondare l’originale e la sua aura di unicità. 

Già queste prime considerazione, con le quali sia apre il suo nuovo lavoro La cattiva moneta. Un ragionamento sul falso danno conto di quale sia l’obiettivo del suo Autore: una caccia al falso, non per demonizzarlo, scacciarlo o per stilare una biografia dei falsari, ma per definire cosa sia e che tipo di relazione instauri con il vero. 

Il falso declinato su più livelli

Quella di Ventura si delinea, sin dalle prime battute, quale fenomenologia del falso declinata però su molteplici livelli che finiscono per intersecarsi tra di loro: falsi storici (il Constitutum Constantini, il privilegium maius dell’Arciducato d’Asburgo, i Protocolli dei Savi di Sion), falsi compromessi (il cavallo di Troia, il patto Molotov-Ribbentrop), falsi profeti (Alessandro di Abonotico, Montano, Gioacchino da Fiore, Sio Vivi), falsi τόποι (la doppia verità di Averroè, le cartografie immaginarie di Borges, Tolkien e Lovecraft), falsi artistici (la fotografia che “ruba l’aura” ai dipinti, le teste di Modigliani), falsi involontari (i sogni dell’ipnosi regressiva, la memoria strumentale di Owen Flanagan). 

Ma parlare del falso, implica inevitabilmente un discorso sul vero. I due termini sono in una relazione dialettica per cui l’una non sussiste senza l’altra, sin dalla definizione. E così il discorso di Emiliano Ventura diventa anche un discorso sulla verità e la dignità ontologica dell’originale. Dunque, un esercizio filosofico in piena regola sull’oggetto stesso della filosofia, la verità e la sua continua mistificazione. Ma cos’è il vero? L’oggettivamente reale?

”Non esistono fatti, ma solo interpretazioni”

Una prospettiva che si nutra di un certo radicalismo filosofico, vorrebbe addirittura che tale elemento – il vero oggettivamente vero – ci sia completamente precluso aprioristicamente. Di fatto, è inutile tentare di escludere dalla nostra riflessione le ultime conquiste in seno alla fenomenologia e che qualche autore ottocentesco aveva già in parte anticipato. Senza dover necessariamente ricorrere al pessimismo gnoseologico di Schopenhauer e al suo fortunatissimo velo di Maya, basta il ricorso a Nietzsche e alla sua mania per le ‘interpretazioni’.

Siamo fatti di storie, di finzione

Oppure, basterebbe rivolgersi alle ultime frontiere dell’antropologia culturale, secondo cui tutta la nostra realtà percepita è organizzata come una narrazione: correlazioni diegetiche tra elementi che di certo, ontologicamente parlando, non sussistono all’interno di una storia narrata. Insomma, per farla breve, tutto ciò che dall’uomo viene percepito, viene anche automaticamente ‘interpretato’ e ingrigliato all’interno delle sue maglie cognitive. Così che il fatto nudo e crudo, ci è impossibile da afferrare nella sua essenza. Volendo usare un’espressione letteraria: noi non riusciamo a vedere Dio, nonostante esso ci permei tutto intorno. 

Logica vs Retorica

Questo primo discorso è di per sé sufficiente per dimostrare quanta priorità abbia il falso rispetto al vero. Siamo nati nel falso, o meglio, viviamo continuamente in un mondo filtrato dalle nostre strutture cognitive che automaticamente ci consegnano l’evento già interpretato. Continuamente sonnambuli all’interno di automatismi cognitivi. Dunque, il falso per le nostre coscienze ha gioco facile: esse sono già abituate. La verità presuppone un ‘risveglio’ e quindi un’uscita dall’automazione: per Schopenhauer, non a caso, era possibile squarciare il velo di Maya solamente attraverso due esercizi: l’arte o l’ascesi.

In entrambe la volontà dell’individuo viene annullata e si fa strada la verità. Non roba da poco, dunque: o si è artisti o si è asceti. Dunque, per dire, che il risveglio è difficile, così come è difficile e penosa la logica rispetto alla retorica e alla melodia delle parole. Ancora, è lo stesso Nietzsche a dirlo: dobbiamo immaginare un uomo che sogna, la cattiva moneta sussurra di lasciarlo sognare, mentre la buona moneta si augura il suo risveglio. Insomma, la formula nietzschiana secondo cui «l’intelletto è maestro di finzione» non è applicabile solamente alla letteratura – con interpretazione ottimistica dell’affermazione – ma ha un proprio valore gnoseologico. 

''La cattiva moneta. Un ragionamento sul falso'' di E. Ventura - Recensione
”La cattiva moneta. Un ragionamento sul falso” di E. Ventura – Recensione

La memoria come falso

E ancora, la nostra mente è così abituata al falso – potremmo azzardare ‘biologicamente abituata’ – che anche i ricordi sono portatori di menzogne, come Ventura sottolinea sin dai primi paragrafi della sua discettazione. Il ricordo, di per sé, non coincide con il fenomeno, in quanto, potremmo dire, ne è una registrazione a-posteriori, e il suo modo di ‘registrare’ è uguale a quella degli amanuensi tardo-antichi: essi avevano delle sovrastrutture culturali ed ermeneutiche diverse dagli autori che ricopiavano o traducevano, di conseguenza era inevitabile un deragliamento continuo rispetto al senso originale del testo (da qui l’esigenza di una scienza che monitorasse questa attività, la filologia).

E questo, senza considerare gli errori umani che comunque venivano di continuo e involontariamente effettuati. Dunque, il nostro amanuense cerebrale cosa fa? Registra l’evento ma lo fa in base alle proprie prerogative, alla sua storia e al canovaccio che sta seguendo; farà di tutto per allineare l’evento, e la sua immagine, alla narrazione coerente che continuamente tesse e crea la coerenza interna dell’Io di ognuno di noi. Gli dà quella precisa prospettiva. 

Leggi anche: Gli inganni della post-memoria: Rome and the Memory of WWII

I ricordi sono quasi tutti falsi

Le conseguenze di tutto ciò sono inevitabilmente che: 1. Il ricordo non è l’originale, e nella migliore delle ipotesi può esserne una copia più o meno fedele; 2. Radicalizzando: il ricordo non è neppure una copia dell’originale, perché rimodella e ricrea l’evento in base al passato e alle aspirazioni future del soggetto percipiente, arricchendolo di emozioni e coloriti di certo non previsti dalla nuda realtà. Ne possiamo concludere che il ricordo è tra quei fenomeni che più fra tutti condivide attributi con il falso.

Anche il falso non è una copia della verità, ma un prodotto nuovo, completamente altro, con una propria dignità ontologica. I ricordi, dunque, sono quasi tutti completamente falsi. E come suggerisce anche il filosofo americano Owen Flanagan, sono quasi sempre strumentali, cioè servono a qualcosa per l’individuo. E quando un oggetto di qualsiasi natura assume un valore strumentale, allora si tradisce sin da principio la sua sostanza. Ma strumentale significa anche ‘utile’, il che porta inevitabilmente il falso – il ricordo – a trionfare in ottica darwiniana. Strumentalmente utili, grazie alla coerenza narrativa, in grado di agire a favore dello sviluppo delle nostre abilità e necessità. 

Risvolti morali

E poi c’è la morale. Come ogni narrazione ‘impegnata’, alla fine, arrivano le conclusioni morali. Cosa ha a che fare il falso con la morale? Un’affermazione di Levy è indicativa di quanto la questione possa essere rilevante, in termini speculativi: «È una questione difficile identificare il punto in cui incoerenza o falsità cessano di essere innocue». Perché c’è una linea di confine, varcata la quale, il falso irrompe nella realtà sostituendosi ad essa, spacciandosi per essa, e quindi generando effetti reali sul mondo. E tutto ciò che ha effetto sul mondo è declinabile in senso morale, soprattutto se c’è una certa abilità nel celarsi o sfuggire al monitoraggio della critica.

Se, dunque, l’inganno fa parte quasi della nostra ‘biologia’, diventa di per sé difficile, se non impossibile – a voler radicalizzare – riconoscere la ‘cattiva moneta’, ma anche la sua particolare capacità di volontà di potenza a voler essere, di volersi perpetuare di continuo, continuando ad infiltrarsi ovunque. 

La dialettica realtà – finzione

Emiliano Ventura spinge questa correlazione tra falso e morale al limite, nelle sue battute finali, chiamando in causa Hanna Arendt, quando dice che: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più», quando l’ideologia prende completamente il sopravvento, quando il falso si sostituisce al vero fino a distruggerlo completamente. È proprio in quel preciso istante che il falso smette di essere affine alla letteratura – come il falso mito del Graal – e cede il passo all’ideologia. Mentre il falso come letteratura non ha implicazioni morali, il falso come ideologia, invece, è tutta un’altra faccenda, poiché in grado di smuovere gli uomini e condurli alle azioni più atroci. 

Il falso nelle scienze

La scienza stessa non immune, e non è in grado di sviluppare i giusti anticorpi morali. «Le probabilità che una ricerca approdi a risultati falsi aumenta quando vi sono grandi finanziamenti, o comunque cospicui interessi economici in gioco», affermava in modo lapidario John P.A. Ioannidis in un articolo del 2005. Un suo collega di denuncia, il direttore della rivista The Lancet (rivista internazionale di scienze biomediche, tra le più diffuse), Richard Horton, lanciava un allarme simile nel 2015: «Gran parte della letteratura medica pubblicata è sbagliata […] più della metà dei saggi scientifici di argomento medico potrebbe essere semplicemente falsa».

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”La cattiva moneta. Un ragionamento sul falso” di E. Ventura jpg

La sindrome dell’arto fantasma

Tutta questo, solamente per confermare quanto l’Autore si sforza di far passare sin dalle sue prime battute, e cioè che il falso permea l’uomo nella sua totalità, e di conseguenza tutte le attività in cui si cimenta, siano esse anche quelle che hanno che obiettivo il suo opposto: il vero. Dalla filosofia alla scienza, passando per la storia, la letteratura, la filologia e la politica. Niente è immune. Come quei batteri che vivono tranquillamente nel nostro organismo perché propedeutici a determinate funzioni, ma che se alterati possono diventare nocivi, se non fatali.

La filosofia, unico pharmakos

Così il falso è consustanziale alla natura umana e non più pensabile ridurlo al semplice contrario del vero, né risulta salutare, perché sarebbe sottovalutarlo. Forse, sarebbe bene creare una sorta di compromesso, di quelli che si stipulano anche con sé stessi. Un armistizio, un riconoscimento che porti ad una critica convivenza con lo stesso, senza demonizzarlo in assoluto né lusingarlo. Ecco, forse, nell’era della tecnica e delle scienze dure, un altro posto riservato alla filosofia in senso stretto: laddove la scienza rinnega il falso, e lo allontana dalle proprie coordinate, soffrendo, per così dire, della ‘sindrome dell’arto fantasma’, spetta alla filosofia scovarlo, stanarlo, creare gli anticorpi necessari a contenerlo, contenere il ‘pharmakos’ entro i limiti salutari della sua funzione salvifica. 

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