Privacy Policy "Isole di ordinaria follia" di Marco Steiner - recensione - The Serendipity Periodical
L'Isola di M. Steiner, Marcianum Press - Recensione

“Isole di ordinaria follia” di Marco Steiner – recensione

 O Nïobè con che occhi dolenti
 Videa io te segnata in su la strada,
 fra sette e sette tuoi figli spenti!
 (Dante Alighieri, Purg.XII, 37-39) 

L’Isola, figlia e madre della follia: un viaggio ‘diverso’ a San Servolo

Cos’è davvero un’Isola? 

Un luogo e uno spazio lontano dal tempo, chiuso, ben perimetrato, fagocitato dall’esterno dal mare che ne erode sempre più i confini allontanandola dal tutto. Un lembo fluttuante privo di legami visibili con la terra ferma. E ancora: la condizione dell’anima umana, individuale e conclusa in sé stessa. Apparentemente non vi si può fuggire, solamente entrare. Ma non è così. L’Isola non è impermeabile, vi si giunge facilmente, e con altrettanta semplicità si fugge da essa. Un’intera vita trascorsa dinanzi al mare che funge da viaggio iniziatico per l’approdo.

Io sfido bellezza, ricchezza e torpido abbandono.

Le mie storie suonano note invisibili,

penetrano l’aria,

la memoria,

l’inconscio,

e si sciolgono nell’azzurro del cielo.

(L’isola, Figlia n°7)

Nessuno sa, di fatto, cosa può riservare la marea il giorno seguente. Si è in balia del gioco divino, del vento e delle onde. Nessun indovino o vaticinio di sorta potrà interpretare il volere del caso, altrimenti non sarebbe più tale per definizione. Nessuno sa cosa potrebbe giungere sulle rive dell’isola. L’ignoto, la non-conoscenza è ciò che muove ed innesca il viaggio. Ignorare, non sapere è il presupposto. L’isola è il crocicchio degli eventi, punto di tensione e al contempo statico, vertice di vettori in movimento, il fuoco delle rotte geometriche disegnate dai fendenti degli scafi che solcano ed incidono i loro percorsi sulla grande tela bluastra. Linee e tragitti che scompaiono non appena vengono tracciati; l’acqua ha una memoria debole, per questo è leggera, senza carichi, scorre continua, come il tempo che passa, ‘senza ordini, senza senso, senza un motivo’.

Le isole…unire, separare..

C’è uno strano paradosso per cui l’isola è, allo stesso tempo, luogo di solitudine ma anche luogo di incontri magici, inaspettati, suggestivi ed inconsueti. Capaci di spezzare le prigioni anguste delle anime relegate ai margini della società ‘civile’. Ogni incontro con l’Altro è pur sempre una rinuncia a tutti gli altri, come direbbe Derrida: perché si verifichi un incontro c’è bisogno d’esser soli e lontani da tutto. L’isola di San Servolo ha rappresentato per secoli tutto questo, prima che divenisse uno spettro dimenticato dai tempi ancora capace, per chi lo ascoltasse davvero, di raccontare migliaia di storie sepolte e dimenticate tra le mura delle sue celle. Migliaia di tomi, registri ingialliti ed impolverati aspettavano di essere letti per poter continuare a raccontare quella memoria leggera dell’acqua. Simile al nulla, che è tutto ma anche niente.

Posso entrare e uscire dal tempo,

perché sono libero,

perché sono acqua e continuo ad andare

e non m’importa sapere.

(Sono acqua e continuo ad andare – Figlio n°7)

Scrivere immagini e disegnare parole

Rievocare storie dimenticate, isolate dal vocio confuso e indistinto della terraferma, questo l’intimo desiderio di Marco Steiner, Gianni Berengo Gardin e Marco D’Anna, e che attraversa di continuo le pagine di ‘’Isole di ordinaria follia’’ (Marcianum Press, 2019). Le parole e le immagini hanno la stessa funzione che ha il mare aperto rispetto ad un’isola: uniscono e separano. Le parole ingrigliano il reale frammentandolo in una costellazione concettuale gravida di storia e memoria. Le immagini sono più dirette ed eloquenti, tuttavia, come il mare, possono smarrire l’animo nella molteplicità caotica dei richiami analogici. Ecco, parole ed immagini separano: le parole concettualizzano e inibiscono l’esperienza originaria con il mondo (portano con sé il grande peso della storia e delle sovrastrutture culturali susseguitesi nei tempi). Le immagini disperdono il significato immergendolo nella totalità dei richiami. Tuttavia, quando entrambe collaborano riescono a compensarsi vicendevolmente, trovando un equilibrio nell’unione, restituendo all’uomo un’esperienza vivida e immediata, originaria, con una storia reale e mentale, concreta e fantastica. 

Initium

Marco Steiner esplora la sua Isola accompagnato dalle fotografie di Marco D’Anna e le impressioni di un veneziano giramondo: Gianni Berengo Gardin che, come Pratt, porta con sé tutta la bellezza, la magia, i sogni di questa città di marinai. L’idea è di raccontare, però, una storia che vada oltre i confini di Venezia, una storia che abbia a che fare con le Isole e con il mare. Si lasciano la terraferma alle loro spalle, senza mai voltarsi. Sfumano indefinitamente le voci, il chiasso e la fretta di turisti, cittadini e della vita ordinaria. Il mare che separa Venezia da San Servolo ha un valore iniziatico, di preparazione. Lava via i detriti di una società imbrigliata nella geometria. Il mare prepara i viaggiatori al silenzio straziante del manicomio di San Servolo e i suoi archivi clinici con storie, vite di spettri rimasti incagliati nelle profondità dei suoi fondali.

La lunga storia dell’isola di San Servolo

San Servolo ha una storia misteriosa, antica e frammentaria. Collocata alla confluenza del canale Lazzaretto nel canale di San Nicolò, è stata a lungo un luogo religioso e di raccoglimento dello spirito. Le prime notizie risalgono addirittura al IX secolo d.C., quando si ergeva sulle sue terre un grande monastero in piena attività. Per tutta la durata dell’età di mezzo l’Isola fu dedita alla religione, al cosiddetto contemptus mundi. Come dicevamo, luogo perfetto per allontanarsi dalle mondanità terrene. Solo a partire dal 1715 divenne un ospedale militare prima, poi nel 1725 ospitò il primo malato di mente. Gli archivi di San Servolo, le cartelle cliniche impolverate, i resoconti quotidiani e le diagnosi hanno fornito a Marco Steiner il materiale ideale per poter costruire e reinventare le storie di questi pazienti relegati nella loro solitudine. 

Sono documenti di immenso valore storico, che aiutano anche a comprendere la concezione che all’epoca si aveva della malattia mentale: secondo questo antico approccio la malattia corrispondeva ad un qualcosa di ‘rotto’, come l’ingranaggio di un congegno non funzionante che deve essere scovato con il metodo più ortodosso. Il cervello era considerato alla stregua di una scatola chiusa, misteriosa, difficile da penetrare. L’autopsia rappresentava l’unica prospettiva scientifica percorribile. La mente aveva, per questi studiosi del passato, al suo interno, celato, un problema da dover estirpare. Oggi le cose sono molto diverse: la mente ed il cervello sono considerate materie plastiche e modificabili, e questo attraverso le esperienze, le percezioni, gli incontri con l’altro, in una parola: le connessioni.

Legame come guarigione dalle isole

Per questo motivo i pazienti/personaggio di Steiner non sono casi clinici isolati, ma, al contrario, le loro storie sono interconnesse tra di loro, perché proprio il legame, la congiunzione, la relazione rappresentano la via per la guarigione e la redenzione. Steiner immagina il percorso di guarigione dalla malattia mentale come un viaggio che parte proprio dall’isola, dalla sua condizione di straniamento dal tutto, dal dolore scaturito dall’incomunicabilità. Così i malati hanno ancora un’arma a disposizione, la più forte tra tutte, qualcosa che manca agli individui ‘normali’ che vivono la grigia consuetudine delle loro vite: l’immaginazione, la fantasia. Più i confini dello spazio sono stretti, angusti e circoscritti, maggiore è il potere della fantasia che si rinvigorisce quanto più la si cerca di costringere. È un rapporto di proporzione inversa. 

Entro la dentro e non mi serve altro,

mi perdo e sono felice,

c’è tutto,

le scariche di luce,

la mia dose di sogni,

la distanza,

il silenzio pulito

(Hikikomori, Figlio n°5)

Una storia di quattordici anime dimenticate, quattordici profili clinici che Marco Steiner riporta alla luce dalle ombre del manicomio e dalle frammentarie cartelle cliniche che non disdegnano un lessico scientista, oggettivante, da vivisezione (una paziente, la figlia n°1, verrà tacciata ad esempio di ipomoralità costituzionale). Sono storie isolate dal mondo e dagli altri ‘civili’, c’è bisogno di collante, di legame. 

Una poetica dell’attesa

Steiner non piega gli eventi sotto la sua penna, non li costringe a rivelare qualcosa. La sua poetica è una poetica dell’attesa che si alimenta di un animo responsivo per scorgere la meraviglia congenita degli eventi. Il suo occhio attende paziente una suggestione capace di dilaniare l’opacità che il tempo ha depositato su quelle storie. Non deve attendere molto. Dinanzi a lui, nel cortile di San Servolo, Steiner scorge, irriverente, l’effigie di Niobe, una divinità minore nel Pantheon greco, severamente punita dagli dei per la sua tracotanza, per aver osato varcare il limite imposto. Niobe si è macchiata del peccato peggiore per la filosofia greca, la hybris, l’indisposizione ad accettare i sobri margini del mondo greco. 

Il mito racconta che Niobe fu la madre di sette splendidi figli e sette meravigliose figlie, quattordici doni della vita di cui andò fin troppo fiera, facendo indispettire gli dei. Osò paragonare la sua potenza generatrice a quella di Latona, osò inorgoglirsi troppo per le sue forti e belle creature. Quegli dei si sentono ancora oggi minacciati dall’esuberanza della vita. Sono fin troppo simili alle nostre società tecnocratiche e razionaliste, pronte a delineare confini, marcare chiusure e delimitare i pensieri. Il calcolo e l’anticipazione trionfano sul caso e lo stupore, poiché questi destabilizzano, creano sconforto, angoscia e, più di ogni altra cosa, ci scaraventano in uno stato aporetico in grado di sradicarci dallo spazio. 

La sfida agli dei contemporanei

Anche i matti, i folli, quelle anime recluse e fustigate dalle fatiscenti mura di San Servolo, costretti a terapie d’urto, elettroshock, bagni ghiacciati ed isolamento coatto, hanno sfidato gli dei moderni. Quegli stessi che impongono, oggi come allora, regolarità, proporzione e prevedibilità nei comportamenti. Questo perché tutto ciò che è prevedibile e razionale tranquillizza l’uomo, non è in grado di scompaginare la grigia consuetudine della sua esistenza. Il folle, al contrario, compie un tragitto irregolare e imprevedibile, la sua rotta, i suoi pensieri sono ignoti, dunque terrorizzano la società civile. I folli si ritrovano a vagare tragicamente in un mondo fatto di corpi indifferenti. Sono tutti figli di una Niobe che ancora li attende, tramortita dal suo immenso dolore. Ma sono anche marinai, irrimediabilmente approdati su quell’Isola fatta di dolore ed incomunicabilità.

”Sono acqua e continuo ad andare”

La nave dei folli non possiede rotte né tragitti segnati su mappe, non segue alcuna meta se non l’andare continuo ed imperterrito del vento. Con bruschi cambi di direzione, con lo stesso capriccio dei fanciulli. Anche loro sfidano gli dei ogni giorno. Anche loro valicano di continuo il limite della ragione normalizzante scavando sempre più a fondo. Questa nave è in grado non solo di scovare, per sua natura, nuove ed inesplorate rotte, ma soprattutto è capace di raggiungere coste lontane altrimenti inarrivabili. Rasentare mondi che si trovano al di fuori dello scorrere ordinato ed ordinario del tempo. Quella nave è l’unica in grado di raggiungere l’Isola: figlia e madre della follia. Un luogo non-luogo dell’anima, il reame della fantasia che si pone al di là di ogni claustrofobica reclusione. Quattordici maestri involontari che insegnano al lettore ad essere come l’acqua, ad impastare storie con polvere e terra, compiendo, ad ogni movimento, il fatidico atto della creazione:

 Non bastano gabbie,
 camicie,
 scosse,
 lucchetti e catene,
 non bastano chimiche amnesie,
 l’importante è continuare,
 come acqua che scorre,
 sgorgare, evaporare, cambiare.
 (M.S.) 

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