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L'erbario di Emily Dickinson

L’erbario di Emily Dickinson

Quando ancora nell’800 la scienza sbarrava le porte alle donne, gli erbari erano una forma d’arte mista alla botanica, accessibile a tutti

La scienza, come la poesia, attira coloro che non possono comprenderla ma la apprezzano. Anche Emily Dickinson, oltreoceano, cominciò a dare forma al suo erbario. Si tratta di una raccolta che è arrivata a comprendere 424 fiori della regione di Amherst. L’erbario, ancor oggi conservato nella casa-museo Dickinson in Massachusetts, è consultabile online fra le risorse digitali dell’Università di Harvard.

Alcuni osservano la Domenica andando in Chiesa —
io la osservo, stando a Casa —
con un Bobolink per Corista —
e un frutteto, per Cupola —

Alcuni osservano la Domenica con Paramenti —
io indosso soltanto le mie Ali —
e anziché suonare la Campana, per la Chiesa,
il nostro piccolo Sacrestano — canta.

Dio predica, un Religioso di fama —
e il sermone non è mai lungo,
sicché invece di arrivare in Cielo, alla fine —
io ci resto, tutto il tempo.
(324)

L’amore per la natura

Emily Dickinson iniziò ad appassionarsi di botanica già a nove anni, molto prima di scrivere, aiutando la madre in giardino. I boschi e la campagna erano la “chiesa” che amava frequentare, diversa da quella visitata la domenica dai genitori («Sono religiosi — tranne me — e tutte le mattine si rivolgono a un’Eclissi — che loro chiamano “Padre”»).
La collezione di fiori e piante nacque però quando Dickinson cominciò a frequentare il collegio femminile di Mount Holyoke, dove la sua preside Mary Lyon incoraggiava le studentesse a studiare e conservare i fiori locali.

I facsimile fotografici dell’erbario, adesso disponibili ai lettori presso l’Houghton Library, ci presentano ancora in modo accattivante la giovane Emily: colei che commetteva errori di ortografia, che disponeva i fiori pressati in forma artistica, che considerava sua amica la natura con tenerezza wordsworthiana.

(Judith Farr, The Gardens of Emily Dickinson, 2004)

L’erbario di Emily Dickinson è così fragile che è vietato persino agli studiosi di esaminarlo, se non digitalmente. Si tratta di un album di sessantasei pagine rilegato in pelle, dove i frammenti di piante sono disposti in modo artistico, indicati con delle sottili etichette dall’inconfondibile ed elegante calligrafia della poetessa.

L'erbario di Emily Dickinson
Una pagina dall’erbario di Emily Dickinson (Houghton Library, Harvard University)

Il gelsomino e l’esotico

Come nota Judith Farr in The Gardens of Emily Dickinson (2004), una caratteristica peculiare dell’erbario di Dickinson è la sua scelta per la pagina d’apertura: il gelsomino tropicale, una pianta non originaria della sua regione.

Nella primissima pagina, il primo fiore pressato dalla giovane Emily era il Jasminum, o gelsomino, il fiore tropicale che avrebbe potuto simboleggiare la passione per lei in quanto donna. Questa «bella di Amherst», come ha immaginato se stessa una volta, questa poetessa che voleva vedere le cose «alla maniera di un New Englander», era, sebbene puritana nella sua ferrea educazione, profondamente attratta dall’estero e soprattutto dai climi semitropicali o tropicali, di cui aveva letto nell’Atlantic Monthly di Harper: Santo Domingo, Brasile, Potosi, Zanzibar, Italia… Addomesticando il gelsomino nel clima freddo del New England, scrivendo sensuali poesie sull’amore proibito in pochi metri quadrati, Dickinson seguiva un filone paradossale che, in una ricerca avventurosa, sovrapponeva il poeta al giardiniere. E mentre la sua predilezione per i ranuncoli, il trifoglio, gli anemoni e le genziane indica un’attrazione per il semplice e il normale, il suo gusto per le strane fioriture esotiche è quello di chi è attratto dall’ignoto, dal non comune, da ciò che è esteticamente avventuroso.

[…] La presenza del gelsomino come primo fiore dell’erbario è simbolica di quell’aspetto nella vita di Emily Dickinson maggiormente associato con l’amore e la crisi. La poetessa che alcuni considerano una fanciulla reclusa molto «spirituelle» (come la moglie del suo ministro di culto disse sul suo “incontro” con la morte), ebbe anche i suoi incontri con l’eros, in quanto “Maestro” letterario, e lo chiariscono le sue lettere malinconiche, ardenti, a volte deluse, per Susan.

(Judith Farr, The Gardens of Emily Dickinson, 2004)

I lillà — piegati da molti anni —
dondoleranno carichi di violetto —
le api — non disprezzeranno il motivo —
che le loro antenate — cantarono —

La rosa selvatica — arrosserà lo stagno —
l’aster — sulla collina
detterà — la sua moda perenne —
e le genziane pasquali — crinoline —


finché l’estate ripiegherà il suo miracolo —
come una donna la gonna —
o i sacerdoti — ripongono i simboli —
quando il sacramento — è finito —
(342)

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