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Il Velo di Maya di Schopenhauer

Il Velo di Maya, scopriamo cos’è e conosciamo meglio Schopenhauer

Farsi un’aspettativa è esattamente come dipingere un’immagine mentale di come una cosa sarà secondo il nostro io, ma nel mondo della realtà dove non ci sono certezze assolute su cui contare, è facile vederle perdere di colore e svanire, prendendo la forma non più di dipinto ma di densa nebbia che avvolge e pervade ogni nostro senso, prendendo il nome di illusione. Tale illusione ha il pericoloso potere di far perdere totalmente il contatto con la realtà, inducendo l’uomo a vedere in quest’ultima ciò che si vuole vedere per convenzione ma quando l’effetto ammaliante di questa nube svanisce ecco che inevitabilmente ci si scontra con essa: se non si è pronti ad incassare il duro colpo si rischia di perdere la cognizione del reale. Questo fenomeno è definito da Schopenhauer il ‘’velo di Maya’’, ed è il fulcro di tutta la sua filosofia: nato a Danzica nel febbraio del 1788, è stato uno dei maggiori pensatori del XIX secolo e dell’epoca moderna.

Come nasce il velo di Maya per Schopenhauer? Ma soprattutto cos’è e che funzioni ha?

Innanzitutto sarebbe opportuno prendere in considerazione la distinzione Schopenhaueriana tra due concetti chiave già utilizzati nel pieno ‘800 da Kant ossia Fenomeno, inteso da quest’ultimo come l’unica oggettivazione della realtà così come la vediamo attraverso le nostre strutture mentali e Noumeno, che rappresenta invece il ”limite” oltre il quale non si deve mai andare in quanto altrimenti, secondo Kant, si cadrebbe nella metafisica e non più nella filosofia, è una sorta di promemoria che ci mostra i limiti della conoscenza. Da quanto segue è quindi chiaro che Kant vuole spiegare che la realtà è un dato soggettivo e viene filtrata attraverso le nostre strutture mentali che la modellano attraverso le forme con le quali la percepisce, mentre Schopenhauer attribuisce alla realtà una natura ingannevole ma soprattutto illusoria, intendendola più specificamente come un sogno: è come se tra noi e la realtà, intesa come prodotto della nostra coscienza, ci fosse una sorta di velo che ci impedisse di vedere chiaramente ciò che realmente essa è e contiene. Tale schermo è il Velo di Maya, di cui parla la filosofia indiana e alla quale il filosofo attribuisce il motivo per cui non siamo in grado di vedere oltre la rappresentazione fenomenica e il motivo per cui il mondo è la mia rappresentazione, ossia, una mera illusione ottica che nasconde la vera realtà, quella Noumenica.

Fortunatamente a noi esseri umani è possibile l’accesso a tale realtà

poiché non siamo dotati solamente di sensibilità e di rappresentazione puramente esteriore di noi stessi, ma siamo anche dotati di un corpo grazie al quale possiamo viverci da dentro ossia soffrire, godere e provare emozioni che riflette in nostro io interiore e quindi tutte quelle attività puramente mentali che esistono dentro di noi. Tra tutte le attività presenti nel nostro io, quella che riesce ad affermarsi con più forza è la volontà di vivere, un impulso o energia irrazionale aspaziale, atemporale ed incausata che ci spinge a volere, a desiderare ma soprattutto ci spinge a vivere e ci allontana dalla morte e coincide con la stessa realtà noumenica che ci fa capire che noi siamo parte integrante del mondo. Tale Volontà di vivere, essendo la via di accesso alla realtà noumenica, è lo strumento con il quale è possibile squarciare il velo di Maya, in quanto non ripieghiamo più nel mondo fenomenico come rappresentazione puramente esteriore delle cose e di noi stessi, ma come un mondo che esiste dentro la nostra coscienza che ci permette di viverci in maniera consapevole. 

Il dolore e la noia

Come già detto questa volontà di vivere ci permette di provare ogni sorta di emozione che nell’uomo  sfocia nel conseguimento del proprio piacere materiale, vale a dire l’appagamento dell’atto sessuale e li dove l’uomo crede di trarre il maggiore piacere per se stesso si rivela un’altra illusione:  tale atto è infatti volto solo alla conservazione della specie, quindi possiamo dire in parole povere che si riduce solo all’accoppiamento tra due persone di sesso opposto facendo diventare l’uomo lo zimbello della natura. Se però non ci fosse l’aculeo del desiderio  allora si sfocerebbe nella noia, costante nemico molto temuto dall’uomo che induce Schopenhauer a comparare la vita ad una sorta di pendolo che oscilla tra il dolore e la noia: il dolore è il vero stato in cui l’uomo si trova costantemente immerso, perché la felicità che tutti inseguono non ha natura duratura e quindi nel momento in cui ognuno di noi desidera qualcosa ha dietro di se uno stato di dolore che cessa solamente nel caso in cui quel particolare desiderio viene appagato, ma dopo che tale desiderio viene appagato ne spunteranno di nuovi altri e questo  dimostra che l’uomo tende sempre ad alleviare quella forma di dolore che tanto lo turba.

L’arte, l’etica e l’ascesi

L’unico modo in grado di far sparire ogni sorta d’illusione da parte dell’uomo nei confronti del mondo è un iter salvifico che consiste nell’annullazione della volontà di vivere che consta di 3 tappe: l’arte, l’etica e l’ascesi.

L’arte in quanto consiste nel vivere la vita in modo contemplativo, svincolando l’oggetto dalle condizioni che lo individuano in un particolare contesto nel mondo rendendolo come universale e ci rende liberi per un istante dal desiderio e dalla preoccupazione ma una volta terminata la breve visione artistica si ricade nel mondo fenomenico, luogo dei vizi della volontà di vivere. La seconda tappa è l’etica, nella quale l’uomo riesce maggiormente a svincolarsi dai mali del mondo attraverso due virtù: la giustizia che è intesa come tappa negativa  perché consiste nel non fare del male e nel combattere l’egoismo , tutelando la vita di ogni uomo; la carità come tappa positiva in quanto consiste nel fare del bene al prossimo e coincide con il vero amore, quello puro e disinteressato che proviamo verso gli altri in quanto riconosciamo i mali altrui come i nostri e che facciamo tutti parte dello stesso destino. L’ultima tappa è quella dell’ascesi che consiste nella negazione di qualsiasi tipo di esistenza, voglia o godimento che sia e si realizza nella castità che impedisce la perpetuazione del dolore in quanto reprime l’impulso sessuale e impedisce quindi l’affermazione della volontà: bisogna vivere una non-vita raggiungendo la nolontà ossia il nulla o l’esperienza del Nirvana che porta quindi alla negazione del mondo e della volontà di vivere stessa.

Squarciare il Velo

Dopo aver squarciato questo ”Velo”, secondo Schopenhauer si giunge ad un’altra vita: non più fenomenica ed illusoria ma noumenica, ossia senza false illusioni che viene identificata con il momento in cui annulliamo la nostra volontà di vivere e ci apriamo all’esperienza del nulla, alla privazione dei piaceri materiali. A questo punto, a mio parere, sorgono spontanee due domande: è l’uomo in grado di smettere di crearsi delle illusioni? Vuole veramente squarciare questo velo illusorio? Ebbene no. Squarciando questo velo l’uomo si sentirebbe privato di sé stesso in quanto essere umano e, non essendo intenzionato a perdere tutti quei suoi bisogni fisici e materiali che lo rendono tale, di lacerare il velo non vuol proprio saperne.  Tutte quelle illusioni che impiega per avvicinarsi alla sua idea di felicità sono necessarie, in quanto permettono di staccarsi da una realtà che non viene percepita come propria, ma viene percepita come un velo annodato attorno al collo soffocando la volontà di vivere.

Articolo di

Tiziana Longo

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