Testo e ideologia: una visione echiana

Ogni segno è portatore di un significato potenzialmente ideologico, che ritaglia una porzione di realtà occultandone un’altra, mediante le restrizioni di senso imposte dal testo

Il ruolo del testo

La mistificazione ideologica non può avvenire se non attraverso testi, ossia aggregati organici di segni correlati secondo precise norme morfo-sintattiche da cui scaturiscono legami logico-concettuali ed i rispettivi moduli narrativi veicolati; anzi è opportuno sottolineare che il testo rappresenta la conditio sine qua non, grazie alla quale è possibile la messa in pratica del suddetto meccanismo deformante. Il testo rende effettiva la trasmissione di ogni messaggio che voglia definirsi ideologico in senso echiano, e cioè un messaggio che seleziona una porzione univoca di sememi all’interno dei lessemi messi in gioco, occultando tutte le altre possibilità semiche potenzialmente presenti.

Sul piano del contenuto, il significato di un singolo segno non possiede quel grado di individuazione necessario e sufficiente per definirlo come unità minima autonoma, esso infatti viene a costituirsi a partire da marche semantiche ben distinte: il significato è un semema, ovvero il crocicchio della manifestazione e dell’incontro di semi che provengono da categorie e sistemi semici diversi e che intrattengono tra loro relazioni gerarchiche o ipotattiche[1].

Il piano del significato si basa su di una massa di nodi interconnessi da diversi tipi di legami associativi, in cui ogni nodo rinvia potenzialmente a tutti gli altri; in altre parole i semi che lo costituiscono possono essere impiegati in lessemi differenti ed i lessemi, a loro volta, possono essere collegati tra di loro, anzi potenzialmente ogni lessema può rinviare ad ogni altro lessema. Così il modello proposto da Eco nel suo Trattato ha abbandonato definitivamente la teoria di uno spazio biplanare dei segni per approdare ad una visione che li concepisce quasi come un labirinto multidimensionale, in cui ogni punto può essere connesso e deve essere connesso con qualsiasi altro punto, e in effetti non vi sono punti o posizioni ma soltanto linee di connessione[2]. Da questo punto di vista ogni unità semantica che venga presa nella sua singolarità abbraccia ed implica tutti gli enunciati in cui può essere inserita. Che la semantica riferita ad un’unica particella testuale presa individualmente possa essere teoricamente illimitata lo aveva, tra l’altro, già dimostrato ampiamente Peirce mediante il concetto della semiosi illimitata.

Il contributo di Peirce e la semantica ad Interpretanti

Il significato di una espressione, per essere compreso e penetrato dalla ragione di un individuo, necessita che quell’individuo se ne crei una propria rappresentazione interna (Interpretante) mediante la quale può afferrarne il senso; il segno si rivolge a qualcuno creando nella sua mente un segno equivalente che non è mai precisamente lo stesso segno, ma aggiunge sempre un qualcosa in più, una sfaccettatura che prima non esisteva, una devianza di significato di cui prima tale segno non era caricato, facendone conoscere qualcosa in più. La nozione peirciana di segno dimostra come i processi semiotici, attraverso spostamenti ed assettamenti continui di significato, che riferiscono continuamente un segno ad altri segni, circoscrivono i significati in modo asintotico, senza mai, come dice Eco, arrivare a ”toccarli” definitivamente, ma rendendoli accessibili solo ed esclusivamente per mezzo di altre unità culturali di riferimento. In una semantica ad Interpretanti allora ogni singola espressione può essere soggetto di un’interpretazione e divenire strumento per interpretarne un’altra; si delinea così il postulato semiotico dell’Enciclopedia, termine con il quale si indica l’insieme registrato di tutte le interpretazioni, una sorta di archivio in cui si ritrova raccolta tutta l’informazione verbale e non verbale che costituisce l’apparato di conoscenze possibili ed indefinite di chi mette in atto un meccanismo comunicativo[3].

Il testo definisce il senso: Barthes, Levi-Strauss

Ma se da un punto di vista teorico una espressione implica tutte le proposizioni o interpretazioni che possono esserne dedotte, ciò non implica di conseguenza che un individuo che percepisce p debba per forza dedurne automaticamente anche k e q[4]. Affinché il percipiente ne deduca tali conseguenze c’è bisogno che e siano indotte nel lettore mediante la struttura di un testo, ossia mediante un coordinamento di lessemi che si autodeterminano semanticamente in modo reciproco; in altre parole un lessema viene definito in modo particolareggiato ed interpretato in maniera univoca solo attraverso gli altri lessemi che gli stanno accanto; è solo attraverso questi che si sceglie un unico percorso ermeneutico a discapito di tutti gli altri possibili; quindi il testo, attraverso le sue molteplici coordinate, piega, per così dire, il significato dei suoi singoli lessemi in un’unica direzione ermeneutica scartando tutte le altre possibilità interpretative che soggiacciono in essi, tracciando un unico percorso semico tra i tanti e contraddittori che s’incontrano in un unico semema individuale.

Il ragazzo di colore in divisa di cui parla Barthes nelle sue Mitologie, ad esempio, che rappresenta nella nota rivista francese una forma semioticamente piena attraverso cui il discorso mitico pretende di naturalizzarsi, sarebbe, a livello di immagine, un semplice lessema visivo suscettibile di qualsiasi altra interpretazione se non fosse per il contesto testuale all’interno del quale viene calato ed addomesticato secondo le esigenze; nulla ci vieterebbe di interpretarlo, singolarmente, come un giovane africano infiltratosi nell’esercito francese per poterlo sabotare dall’interno attraverso quel meccanismo di occultamento dell’identità tanto caro ad Odisseo[5]. È solo grazie al ”contesto” testuale di riferimento (il fatto che i suoi occhi siano pateticamente direzionati versi la bandiera tricolore che sventola orgogliosa, mentre tutta la sua tensione corporea sfocia nel consueto saluto plastico militare) che il lettore capisce che non si tratta di un traditore, ma al contrario di un fedele devoto alla causa nazionale.

Lo stesso Levi-Strauss nelle sue analisi mitologiche ha più volte sottolineato la necessità, per interpretare correttamente un simbolo mitico, di adottare un atteggiamento semiotico, e per atteggiamento semiotico intendiamo il calare quel simbolo all’interno dell’intreccio contestuale d’appartenenza, nella rete di nodi semantici a cui prende parte; si tratta di passare in primo luogo da una narrazione in cui i vari elementi sono considerati in semplice successione, uno dopo l’altro come se ognuno bastasse a se stesso, l’uno separato dall’altro, ad una narrazione in cui ciascun elemento si trovi confrontato, posto in relazione con uno o più altri elementi[6]. Bisogna, in conclusione, inserire ogni elemento del mito o di una narrazione in generale, in un habitat linguistico che sia in grado di precisarne la funzione semantica.

Verso una semiotica del testo

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In modo diametralmente opposto, trattare dei fenomeni di senso in termini di ”segni” secondo un modello strettamente saussuriano implica, dal punto di vista pratico della ricerca, una prospettiva che potremmo definire atomistica[7]; si tratta, secondo tale modello, di individuare nel segno una semplice correlazione tra un significante, il più possibilmente circoscritto e quindi definito, ed il suo corrispondente significato altrettanto ben delimitato, e questo in base alle regole di corrispondenza biunivoca di ogni buon codice che si rispetti. Lo scopo della semiotica saussuriana era quello di individuare nella complessità dei fatti comunicativi un processo regolare di suddetti segni elementari e poi di classificarli ed ordinarli per tratti pertinenti, cercando di individuare anche delle regole semantiche che rendessero conto di tale meccanismo cumulativo[8]. Era ben chiaro a tale approccio che i segni elementari potessero interagire tra di loro venendo a costituire la complessità empirica dei messaggi comunicati, ma l’interazione era concepita da un punto di vista ”esterno” rispetto al complesso indivisibile del segno in quanto unità, rispettando anche le regole di una certa sintassi attraverso la quale era possibile rintracciare una semantica organizzata anch’essa in modo cumulativo e compositivo[9]. I nessi dovevano trovarsi al di fuori del segno stesso, pur attualizzando qualche volta alcuni riverberi relazionali; si finisce in questo modo per concentrare la ricerca sulla formulazione di immense grammatiche e raccoglitori lessicali che possano regolare la combinazione di tali unità.

Ben presto è parso chiaro ai linguisti che il piano del significato non si lasciava così semplicemente incasellare in scompartimenti gerarchici (monemi, morfemi, tratti pertinenti etc.) così come era avvenuto in modo sistematico con i rispettivi significanti, e si è progressivamente abbandonata l’idea di una semiotica atomistica del segno a favore di una semiotica testuale, il cui principale strumento metodologico fosse definito in partenza dalla complessità del suo oggetto e dalla sua contingenza locale. Da questa prospettiva il concetto di testo non può essere relegato al tradizionale oggetto letterario cui il senso comune si riferisce, ma il testo viene pensato come una nozione teorica astrattamente universale che può essere applicata ad un numero abbastanza elevato di materiali espressivi; si parla anche di testi della ”pratica”, con riferimento a linee d’azione sufficientemente stabilizzati e dotati di senso per poter essere analizzate[10].

Il concetto di testo si avvicina indefinitivamente a quello di messaggio fondendosi con esso e diventandone un sinonimo che indica un frammento compiuto e fornito di senso, in senso propriamente etimologico[11]: dobbiamo intendere con esso un ritaglio sull’asse sintagmatico di ogni fenomeno sociale che sia dotato di senso.

 

 

Articolo di

Claudio O. Menafra

 

[1]   ECO, UMBERTO, Trattato di semiotica generale, Bompiani, Milano, 1975, p.137.

[2]   ECO, UMBERTO, Semiotica e filosofia del linguaggio, Einaudi, Torino, 1984, pp. 109-140.

[3]   Ibidem.

[4]   Ibidem.

[5]   Come Canetti ha spesso egregiamente sottolineato con enorme sensibilità antropologica, la metamorfosi e quindi l’occultamento dell’identità sarebbe in un certo senso il vero discriminante tra l’uomo ed il regno animale, la capacità cioè di dissimulare e celare se stessi sotto altre spoglie; per approfondimenti si veda CANETTI, ELIAS, Massa e potere, trad. Furio Jesi, Rizzoli, Milano, I ed. 1972.

[6]   FERRARO, GUIDO, Il linguaggio del mito. Valori simbolici e realtà sociale nelle mitologie primitive, Meltemi, 2001, p.89.

[7]   VOLLI, UGO, L’analisi semiotica, Comparative Studies in Modernism, 2014, p. 133.

[8]   Ibidem, p.134.

[9]   Ibidem.

[10]MARRONE, GIANFRANCO, Introduzione alla semiotica del testo, Laterza, Roma, 2011.

[11]”testo” dal lat. ”textum”, tessuto, intreccio, trama.

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