Una via d’uscita dalla convocazione etica Nietzscheana

Critica della violenza etica

Come nella Storia e nei suoi percorsi storiografici in cui, attraverso precisissime date e luoghi, è possibile delineare arbitrariamente eventi spartiacque di ampli contesti,qui, allo stesso modo, vogliamo soffermarci sul marzo 2006 e su alcune nuove ed altre prospettive che da esso scaturiscono e che ci riguardano più contemporaneamente. È proprio in questa data che prende vita, dall’intelletto della filosofa statunitense Judith Butler, Critica della violenza etica, testo fondamentale per la palingenesi di un’etica ristagnante anche nei fumosi anni 60′ e, prima ancora, nel tradizionalismo, a tratti oscurantista, rappresentato dalla figura di Nietzsche. Ciò che è centrale nella speculazione butleriana è l’attenzione alla questione del “rendere conto di sé”, ove proprio partendo dalla netta impossibilità di dare pienamente conto di sé, dei nostri atti e delle nostre scelte più o meno deliberate, si esperirebbe il riconoscimento di una nuova limitatezza (come anche di una certa opacità riflessiva) che contribuisca alla riformulazione della nozione di responsabilità morale, riposizionando ed elevando a cardini centrali dell’etica concetti pratici come modestia e relazionalità.

Sarebbe proprio quest’apertura verso gli altri

verso ciò che è “altro” da noi e, ancora, verso ciò che è limitato e riflessivamente opaco a sé stesso ad opporsi in aperto contrasto alle filosofie etiche “violente”, che garantiscono la piena e limpida possibilità dell’io sovrano di narrarsi, di essere autotrasparente.

Continuando su questa scia Judith Butler opera una decostruzione del pensiero filosofico etico precedente considerando le riflessioni apportate da Nietzsche in Genealogia della morale e ricavandone un pensiero contrastante sul modo in cui l’io emerge e sulle modalità in cui quest’ultimo dà conto di sé.

Secondo il filosofo tedesco, nella ricostruzione offerta da Butler, possiamo rendere conto di noi stessi in termini morali, diventare realmente responsabili verso gli altri, solo in virtù della paura e del terrore.
È a partire da queste istanze che la nostra vita nel contesto etico prende forma e, considerando ciò, possiamo capire come nella visione nietzscheana sia imprescindibile, ai fini dell’acquisizione della coscienza del sé nel tessuto della sua dinamica morale, essere colpiti da “offese“.
C’è qualcuno che soffre e, di conseguenza in un sistema giuridico, vi è qualcuno che agisce in sua difesa, un avvocato, che cerca di accertare le cause di questa sofferenza domandando se possiamo essere stati noi causa di tale sofferenza.

È quindi nell’interesse di stabilire una corretta punizione per il colpevole

per chi arreca l’offesa, che la domanda si pone e che il soggetto in questione a sua volta interroga se stesso.Nell’atto di chiederci se siamo responsabili di una tale sofferenza, veniamo interpellati da un’autorità costituita non solo per stabilire un nesso causale tra le nostre azioni e gli effetti che ne conseguono, ma anche perché diveniamo responsabili di tali azioni e dei loro effetti.
Sarebbe in questo contesto, quindi, secondo l’analisi che Butler opera su Nietzsche, che ci troviamo nella posizione di dover dar conto di noi: iniziamo a rendere conto di noi solo perché interrogati in quanto esseri che possono dar conto di sé in virtù di un sistema giuridico-punitivo.
Così, con una risposta spaventata, ci si offre sotto forma di un io cercando di ricostruire i propri atti; sarebbero questi i parametri al cui interno la mia responsabilità, il mio dar conto di me, ha luogo.

Secondo Nietzsche, questa forma di narrarsi deriverebbe unicamente da questo tipo di accusa che ci viene mossa da qualcuno preposto ad elargire una punizione.

Butler, però, tentando di decostruire e, al contempo, superare positivamente questa impostazione, ci offre un’ulteriore visione sull’essere interpellati o “convocati” da un altro, sottolineando come questo possa comportare significati che superino la paura e il terrore.
Potrebbe esserci un desiderio di conoscere e capire che non si alimenti solo dal desiderio di punire e un desiderio di spiegare e narrare che non sia meramente indotto dal terrore di una punizione. Sfruttando un passo importante proprio della speculazione nietzscheana, Butler sottolinea infatti come sia stato il filosofo tedesco stesso a capire, ma non a cogliere interamente, la portata di tale impostazione: quella per la quale la storia di “me“, del mio io, ha origine solo di fronte ad un altro, ad un “tu“ che ci individuerebbe in quanto relazionali.

Ontologia morale

È grazie al lavoro congiunto e attraverso il richiamo più o meno subliminare alle figure storiche, tutte al femminile, di Hanna Arendt prima e Adriana Cavarero poi, che possiamo soppesare e inquadrare la portata trasformativa di questa impostazione.
La via d’uscita sarà allora rappresentata dalla vera domanda etica “chi sei tu?” e dal fatto di presupporre l’esistenza di un altro di fronte a noi, mai del tutto conoscibile e, proprio come noi stessi, mai completamente afferrabile in una linearità narrativa.
Impostazione, quella nietzscheana, che apparirebbe troppo limitata alla miopia di una visione punitiva che assume, implicitamente, l’interrogazione, il narrarsi, sempre posti all’interno di un sistema giuridico volto a normativizzare la vendetta.

L’attore del piano sociale, inoltre, non sarebbe colto nella sua dimensione relazionale se fosse considerato agente solo attraverso un’attribuzione retrospettiva, che lo vede conformarsi a un’ontologia morale imposta da un sistema “giuridico” che stabilisce responsabilità e offese assumendo un sé specifico e “individuato” quale agente causale della sofferenza.
Questo atteggiamento comporterebbe la conformazione di un io che, implodendo in una aggressività originaria rivolta ora verso sé stesso, genera una riflessività sul modello di un auto-rimprovero che qui si vuole sventare.

Bibliografia

  • Arendt H., The Human Condition, 1958
  • Butler J., Critica alla Violenza Etica, Feltrinelli, 2006
  • Cavarero A., Tu che mi Guardi, Tu che mi Racconti: Filosofia della Narrazione, Feltrinelli, 1997
  • Nietzsche F. W., Genealogia della Morale, 1887

 

Relatore Dott.essa Caterina Botti

Articolo di Gabriele Scassaioli

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