L’attività giornalistica di Carlo Collodi: Giornali e giornalisti (Parte III)

Introduzione

Gli ultimi due articoli esaminati, all’interno dell’attività giornalistica di Carlo Collodi, sono: Coda al programma della Lente, Giornali e giornalisti. Nel primo caso si tratta dell’editoriale per un nuovo quotidiano. Sicuramente non paragonabile a qualcosa dei giorni nostri, inarrivabile per stile, misura ed eleganza.

Il tratto più marcato di questo frammento è l’ironia. Un editoriale insolito, in cui lo stesso autore, traccia una caricatura de La Lente: un covo di matti da cui è impossibile scappare. E questo lo dice in riferimento proprio alla parola Programma. Inutile anticipare o ripetere ciò che seguirà tra poche righe.

Un giornalismo senza filtri, e soprattutto senza paura di dover compiacere qualcuno o qualcosa

Quanti giornalisti oggi avrebbero lo stesso coraggio? Probabilmente pochi. La carica di ironia che conferisce Collodi ai suoi pezzi è un sintomo di spiccata intelligenza, l’idea di poter stare fuori dai canoni, ma sempre con una certa classe e non sfociare nella banalità di attacchi gratuiti e insensati.

L’articolo dal titolo Giornali e Giornalisti mantiene ancora oggi un’attualità sconvolgente. Descrive innanzitutto cosa significa essere giornalisti, poi mette in atto una classificazione dei vari tipi di giornali. Potrebbe essere un manualetto di pronto uso da far leggere nelle scuole di giornalismo, almeno come premessa. In un mondo estremamente pratico, come il nostro, quest’articolo ha una sua importanza.

Tabù scardinati?

Alcuni concetti che forse oggi sono ritenuti tabù sono scardinati, o quantomeno spesso sembrano ridicoli se non vengono specificati. Argomentazioni simili oggi ne esistono moltissime, il problema è che si rimane sempre troppo in superficie. Non è un rimpianto per i vecchi tempi, ma è una questione di oggettività. Assistiamo decisamente a un altro tipo di ironia: quella colta, almeno per quel tempo.

Il giornale era un lusso

Infatti, si rivolgeva soltanto ai ceti più istruiti. Questo è l’unico limite che possiamo riscontrare. L’intento di questo lavoro è riportare alla luce questi pezzi d’autore, di un giornalismo che con il tempo ha perso la sua funzione di cane da guardia, divenendo sempre più incline alle esigenze dei padroni. Questo accade non solo per la crisi del sistema editoriale, ma anche e soprattutto alla mancanza di valori duraturi: la bella penna può essere uno strumento di rinascita.

Non solo un abbinamento all’estetica dello scrivere ma anche a un approfondimento più interessante. In un mondo veloce si perde tutto ciò, speriamo davvero che questo contributo possa condurre in una direzione più giusta. Cosa importa se occupiamo 2000 battute o 3500, l’importante è fornire qualità a un servizio distratto nel mondo contemporaneo troppo frenetico.

Giornali e giornalisti

Nella galleria dei ritratti umoristici, che Collodi disegna con penna apparentemente scherzosa e spesso pungente, non poteva mancare il ritratto del giornalista, con una messa a punto del giornalismo praticato ai suoi giorni, facendo così implicitamente un proprio autoritratto. Due articoli da questo punto di vista sono particolarmente interessanti: Coda al Programma della Lente[1]e Giornali e giornalisti[2].

Nel primo di questi due articoli Collodi, che della Lente è collaboratore, prende in giro la direzione del giornale per averne definito e pubblicato il Programma. «Un giornale senza programma» – scrive Collodi- è una donna senza capelli, un pranzo senza sciampagna, un lion … senza debiti.

Molti credono che il Programma sia una futilità: ma non è vero, il Programma è fatto apposta per promettere tutte quelle cose che non siamo disposti a mantenere. Il Programma è una figura retorica, che sarebbe stata ideata da Nembrot, che fece il progetto della Torre di Babele con tutto quello che poi è successo e che poteva essere di ammaestramento per le generazioni successive, che in realtà non hanno imparato nulla. Ma che cosa significa programma?[3]

Programma = gabbamatti

Secondo Collodi, infatti, il vocabolo, tradotto nel vernacolo fiorentino, significa “gabbamatti” e deriva da «pro = gabba e gramma= matti ….Il programma della Lente si riepiloga in due parole: caricature e articoli». L’articolo di Collodi è appunto una caricatura della Lente.

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Tassonomia dei giornali secondo Collodi

Nell’articolo sui giornali e giornalisti Collodi descrive, con procedimento scherzoso e umoristico, l’attività giornalistica nella quale è direttamente impegnato. I giornali sono da lui classificati in relazione al loro contenuto e all’orientamento politico. In base al contenuto i giornali sono distinti in tre categorie:

  • giornali serinell’opinione di molti, giornale serio è quasi sempre sinonimo di giornale noioso. Il giornale noioso è sempre sinonimo di giornale serio;
  • giornali umoristici: sono quei giornali che fanno ridere, o che suppongono di far ridere. Se per caso, leggendoli, nessuno ride, la colpa si capisce bene che è tutta dei lettori. Un lettore che compra un giornale umoristico, e poi non ride, è un imbecille che non sa spendere i suoi quattrini giustificati;
  • giornali pornografici:servono a dire in pubblico tutte quelle cose che, per decenza, non è permesso dirle in privato.

Quanto poi all’orientamento politico, i giornali si dividono in:

  • giornali neutri: non hanno sesso; ermafroditi della politica, nascono all’improvviso e dopo pochi mesi o un anno muoiono di morte repentina;
  • giornali ministeriali: i giornalisti ministeriali sono fantaccini di uno dei ministeri del governo; essi non devono necessariamente fare il panegirico del ministero a cui sono legati; basta che dicano male dell’opposizione. I ministri, secondo Collodi, sono come le prime donne del teatro, che non chiedono all’amico giornalista di essere lodate a patto che qualifichi come cagne tutte le prime donne che dovranno cantare dopo di lei. Nella Redazione di un giornale ministeriale ci sono “due uomini che, lisciandosi i baffi, stanno scrivendo un articolo politico, il quale per il solito comincia con queste parole: Siamo lieti…”.
  • giornali indipendenti: i giornalisti dei giornali indipendenti nel dedicarsi all’arte del giornalismo hanno scelto di arruolarsi nei cavalleggeri dell’opposizione. Nella redazione del giornale indipendente ci sono in genere “due uomini che, mangiandosi i baffi, stanno scrivendo un articolo politico, il quale per il solito comincia con queste parole:Siamo dolenti….[4]”. 

Alla classificazione dei vari tipi di giornali segue la descrizione umoristica di alcuni importanti momenti della giornata del giornalista

Il momento più solenne, afferma Collodi, è l’arrivo della posta, quando la tavola si allaga di lettere e di giornali che occorre “spogliare”, cioè spogliare delle notizie più fresche ed appetitose senza nemmeno citare il nome del giornale svaligiato. Allo spoglio dei giornali segue quello delle lettere: alcune contengono un vaglia e sono le migliori, certamente preferite alle lettere di Cicerone e di Annibal Caro; seguono le lettere anonime, sempre spregevoli, che il vero giornalista non legge mai, perché sa, su per giù, quello che dicono; più spregevoli ancora sono le lettere senza francobollo.

Tra le lettere anonime alcune sono firmate con pseudonimo che rappresenta il coraggio della paura

Gli Pseudonimi finiscono sempre le loro lettere protestando che, se si nascondono, hanno però il coraggio della propria opinione: peccato, commenta Collodi, che non abbiano nessuna opinione del proprio coraggio.

 

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Ci sono poi le lettere dei corrispondenti ordinari e straordinari, poi quelle degli amici, che dicono al giornalista «coraggio e avanti!», poi quelle degli invidiosi, che gridano «faresti meglio a smettere», poi quelle dei soliti lettori che si lamentano del Municipio, del Governo che non governa, dei Tranvai perché corrono troppo, dei portalettere perché corrono poco, dei borsaioli che fanno il loro mestiere e delle guardie di questura che non lo fanno.

Il giornalista, poiché non può prendere in considerazione tutte queste lettere, sceglie il loro fior fiore e getta le altre nel cestino dei rifiuti.

Altre figure redazionali

Della redazione del giornale, oltre al giornalista politico fanno parte anche:

  • il romanziere,autore di romanzi spesso solo promessi o anche non portati a termine;
  • l’appendicista musicale al quale, secondo Collodi, occorrono soprattutto due cose: non saper nulla di musica e ritenersi molto intelligente; la musica, come la politica, sono materie di pubblico dominio di cui anche gli analfabeti possono discorrere, anche nelle questioni musicali, come in quelle politiche nessuno ha torto e nessuno ha ragione;
  • la rassegna drammatica: un settore del giornale è riservato in genere agli spettacoli teatrali. Se la commedia poco applaudita è di un amico, il giornalista usa la formula: “non vi sono stati applausi entusiasti, ma si è trattato di un vero successo di stima”; in caso di fischi, il giornalista dice che il pubblico non era il pubblico intelligente e imparziale, ma un pubblico di giovani di banco, di pizzicagnoli e di garzoni di stalla. Infine, se la commedia non è di un amico, allora il giornalista ne dice bene o male come gli detta la coscienza o gli stivali che porta ai piedi.
  • il fatti-diversaio o compilatore della cronaca quotidiana: il suo ufficio, secondo Collodi, è modestissimo, ma può avere grande importanza, se conosce a fondo il mestiere;
  • il corrispondente a piè fermo: è l’uomo valigia, che in meno di un quarto d’ora, consegna alla direzione del giornale corrispondenze dirette provenienti dalle principali capitali d’Europa; sono dette anche “lettere particolari”, perché non viaggiano con la posta.
  • giornalista incaricato di “far la Camera, cioè di fare il resoconto dell’attività del Parlamento. Nessuno, osserva Collodi, ha saputo mai spiegare l’origine del termine “far la Camera”; d’altra parte, anche dei barbieri si dice che fanno la barba, mentre in realtà la disfanno.

Giornalismo politico come musica: questione d’orecchio

Il giornalista che fa la Camera dà ai suoi resoconti parlamentari l’intonazione che è propria del giornale per il quale egli scrive. Se si tratta di giornale di opposizione, il resoconto dà particolare risalto ad episodi magari anche insignificanti per attribuire importanza all’opposizione parlamentare e svalutare le scelte della maggioranza governativa;

  • gerente responsabile: tutti i giornali hanno un gerente responsabile, che, secondo Collodi, è di due specie: vero e falso. Un gerente, che sappia leggere e scrivere, è un falso gerente, è solo una comparsa teatrale; il vero gerente è “il mammifero bipede nello stato vergine d’analfabeta”, che diventa giornalista davanti alla Corte di Assise, da cui è chiamato a rispondere di un articolo che non ha scritto, che non ha letto e non leggerà mai; la legge quindi salva lo scrittore e mette in carcere l’analfabeta. “Non capisco – commenta Collodi – perché i tribunali non debbano condannare piuttosto il calamaio o la penna. Nei reati di stampa, fra il gerente e il calamaio, il più colpevole è senza dubbio il calamaio[5]”.

 

articolo di

Daniele Altina

 

 

[1]Collodi C., Coda al programma della Lentein La Lente, 1 gennaio 1856

[2]Collodi C., Occhi e nasi. Racconti dal vero, op. cit. p. 61 sgg.

[3]Collodi C., Coda al programma della Lentein La Lente, 1 gennaio 1856

 

[4]Collodi C., Occhi e nasi. Racconti dal vero, op. cit. p. 61 sgg.

[5]Ibidem

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