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Le vie del segno: arbitrarietà e convenzionalismo una dialettica senza sintesi

Semiotica come storia delle idee

La tradizionale dicotomia tra arbitrarietà e naturalismo, per quanto concerne il rapporto tra significante e significato nel fenomeno della significazione linguistica, sembra aver assunto il carattere di una vera e propria guerra tra civiltà e barbarie.

L’idea che la completa arbitrarietà di tale rapporto sia un fatto, e si presenti, da un punto di vista pragmatico, come il principio teorico di base nella storia e nella cultura umana, basterebbe a garantire quel fondamento umanistico di tutta la consueta civiltà occidentale: il libero arbitrio, e la libertà umana in generale. La manipolazione arbitraria del segno linguistico inaugurerebbe, per il soggetto umano, la possibilità di manipolare allora i segni attraverso i quali si crea e si struttura gnoseologicamente la realtà esterna, la possibilità stessa che all’ordine naturale si opponga un ordine culturale[1].

Si percepisce accademicamente una sorta di difesa a spada tratta nei confronti del convenzionalismo arbitrario, in quanto postulato, a prescindere dalla sua stessa dimostrabilità, poiché esso, così interpretato, verrebbe a costituire il fondamento epistemologico dell’autonomia delle scienze umane rispetto a quelle naturali[2]. Per contro, i sostenitori di uno stringente naturalismo opterebbero per un indebolimento di tale principio, riportando la questione ad un fondamento deterministico.

Saussurre e convenzionalismo

La linguistica odierna, camminando sul sentiero tracciato da Saussurre, e deviando di poco, rifiuta completamente la concezione naturalistica, ed opta per un severo convenzionalismo arbitrario nel definire il rapporto tra la forma ed il contenuto, ed essendo questi consustanziali nella formazione del segno linguistico, si conclude, più sinteticamente, che il segno linguistico in generale è arbitrario[3].

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Photo by Diomari Madulara on Unsplash

C’è un mondo extralinguistico, ed esterno, si suppone reale ed oggettivo, costituito da oggetti che vengono sottoposti al vaglio dei nostri organi sensoriali; tali percezioni generano a livello psichico una rappresentazione interiore univoca dell’oggetto percepito che possiamo definire l’idea dell’oggetto, alla quale si applica il segno linguistico in grado di significarlo[4]. La rappresentazione interna o idea è ciò che Saussurre identifica come il significato, cui va assegnato un determinato schema fonico in grado di relazionarsi con esso (significante);

 il segno linguistico sta per la rappresentazione interiore di un oggetto esterno[5].

Così il saussurriano autore del noto articolo apparso sulla rivista Histoire Épistémologie Langage, dal titolo « Le naturalisme linguistique et ses désordres », ha potuto affermare, facendo della questione una problematica di tipo antropologico, che un sostanziale indebolimento di tale fondamento arbitrario nell’approccio dell’uomo alla storia ed alla cultura, così come verificatosi nel corso del secolo XIX, avrebbe preparato l’intera società europea all’ascesa di fenomeni quali i totalitarismi novecenteschi[6].

 Dai segni alle idee

Non deve stupire come sia breve il passo che conduce da una problematica prettamente semiotica ad una materialmente storico-politica, e questo perché la storia delle vicende e degli accadimenti politici è la storia delle ideologie susseguitesi nel corso della dialettica storica[7], e una ideologia[8]è, per dirla con Eco:

La connotazione finale della totalità delle connotazioni del segno o del contesto di segni[9].

In altre parole l’ideologia è essa stessa strutturata attraverso una combinazione di sistemi di segni, i quali hanno un valore contingentemente storico, essi sono un prolungamento dell’ordine sociale temporaneamente instauratosi ed esprimono all’unisono una griglia di valori, di attese, di investimenti valoriali sul mondo, rappresentando, in quel dato istante storico-temporale, le modalità con le quali l’uomo storico si appropria del mondo, creando un ordine fittizio in quell’ammasso caotico e magmatico quale si presenta la realtà moderna; tale ordine fittizio viene creato e gestito da un eventuale sistema governativo al fine di legittimare efficacemente il suo potere, l’ideologia è il modo di vedere la realtà della classe dominante, si potrebbe aggiungere[10].

 I neuroni specchio e la svolta sperimentale in un’antica controversia

 Le ricerche del team italiano

Verso la metà degli anni ’90, una nuova e considerevole scoperta scientifica, però, sembra aver minato le basi della testi convenzionalista, gettando nuova luce sull’argomento: il gruppo di ricerca di Giacomo Rizzolatti ha rilevato una nuova tipologia di cellule neuronali, denominate specchio, che sembrerebbero dimostrare una certa corrispondenza e connessione fisiologica tra la percezione delle azioni altrui e l’esecuzione delle proprie; tali neuroni specchio si attivano allo stesso modo sia quando è il soggetto stesso a compiere una determinata azione, sia quando quell’azione viene effettuata da un secondo soggetto e quindi semplicemente osservata dal primo[11], ma non finisce qui.

Pare, infatti, che tali cellule siano particolarmente abbondanti in quella regione del nostro cervello collocata nell’emisfero sinistro e denominata area di Broca, la quale è principalmente coinvolta nella produzione del linguaggio, e sarebbero una variante specifica dei neuroni specchio, denominati a loro volta eco-specchio; il semplice ascolto dei suoni linguistici o pseudo-linguistici in un soggetto, determina in esso l’attivazione dei potenziali motori dei muscoli richiesti per articolarli, e soprattutto, la portata di una determinata articolazione vocale sembra essere influenzata dall’ampiezza di simultanei gesti manuali, sia propri sia altrui[12]. La conseguenza più logica che se ne trae è che il linguaggio verbale potrebbe essere concepito, così, come un prolungamento o evoluzione del linguaggio gestuale, il significato originario dei suoni sarebbe così lo schema motorio condiviso precedentemente con la simultanea gestualità manuale, pertanto fonetica e semantica del linguaggio verbale sarebbero state codificate assieme in origine[13].

 Tra res e verba in un’antica controversia

La questione sembrava già essere particolarmente chiara alla metà del III secolo a.C., nel Cratilo di Platone(circa 386 a.C.), in cui, per la prima volta, la riflessione filosofica inizia a dubitare della precedente ed incontestabile omologhia tra essere e linguaggio instaurata dai presocratici[14]. Questa volta il bianco e canuto Socrate si trova a fare da mediatore in quella che sarebbe passata alla storia della letteratura come il problema fondamentale dell’ontologia linguistica; Ermogene è un sofista, e pertanto si schiera a favore della tesi convenzionalista[15], considerando il rapporto suono-significato come completamente arbitrario, Cratilo, invece, è un eracliteo che lo considera naturale ed iconico[16], la posizione di Socrate (Platone in realtà) è stata ridefinita negli ultimi anni come equidistante rispetto ad ambo le parti. Da questo momento in poi la problematica verrà ritrattata a più riprese da tutta la storia del pensiero occidentale, passando per Aristotele[17], che riprende la tesi di Ermogene; da qui fino ad Agostino[18], Tommaso[19], per poi giungere nelle mani di Dante[20]; una svolta decisiva ci sarà con John Locke[21], il quale porterà la problematizzazione a compimento, affacciandola alle soglie dell’età moderna.

Linguaggio verbale come compromesso tra iconico e convenzionale

Tuttavia, da ambo gli schieramenti teorico-metodologici, come è stato più volte sottolineato, esiste una certa tendenza a contemplare la tesi opposta al fine di ”riparare” alcune faglie teoriche[22]: la tesi di Ermogene può permettersi di postulare il proprio convenzionalismo solo in virtù di una considerazione preliminare, e cioè che le idee, a cui tali segni arbitrari si riferiscono, sono oggettive ed universali per tutti i popoli e le aggregazioni etniche, indipendentemente dalla loro appartenenza linguistica, ed in ciò consisterebbe il suo naturalismo.

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D’altra parte, Cratilo può stabilire teoricamente un rapporto naturale ed iconico tra suono ed idee solo in quanto considera le idee stesse come prodotti arbitrari e culturalmente relativi per ogni popolo e cultura, cioè solo considerando una parcellizzazione del tessuto semantico di tipo ”relativo”, e quindi differente per ogni aggregato etnico; altrimenti non vi sarebbero spiegazioni sufficientemente adeguate per la convivenza tra naturalismo e divergenze linguistiche.

I due principi possono essere considerati dunque come complementari, due poli entro i quali i segni linguistici oscillano costantemente[23]; è possibile assumere che sia la costituzione iconica, quanto quella convenzionale sono implicate all’interno del meccanismo di significazione linguistica[24]. L’aderenza-non aderenza della significazione al principio di realtà empirico sembra essere una peculiarità esclusiva, a questo punto, del linguaggio verbale umano, questo continuo gioco di rimandi tra convenzionalimo cosciente e rapporto iconico naturale[25].

Tutto ciò valga allora per ogni lingua che si consideri naturale, e cioè nata spontaneamente in seno ad un preciso aggregato etnico-sociale; quando il sistema segnico di trasmissione del messaggio è invece una costruzione artificiale, premeditata e aprioristicamente determinata in senso ideologico, il rapporto tra significanti e significati prevede delle dinamiche completamente differenti in cui le modalità di interazione tra forma espressive e contenuto semantico vengono ”corrotte” al fine di legittimare e naturalizzare un sovrastruttura culturale.

articolo di

Claudio O. Menafra

 

[1]   AUROUX, SYLVAIN, ”Le naturalisme linguistique et ses désordres”,  Histoire Épistémologie Langage, 2007, p. 7.

[2]     Ibidem, pp. 7-9.

[3]     SAUSSURRE, FERDINAND DE, Corso di linguistica generale, Bari-Roma, Laterza, 2009, pp. 85-87.

[4]   ARISTOTELE, De interpretatione, 1-2, 16 a-b; lo stagirita viene, a buon diritto, considerato il padre del convenzionalismo linguistico, il primo a stabilire in modo sistematico questa teoria.

[5]   Il punto di partenza è sempre un referente esterno, o extralinguistico; tale elemento è però giudicato da Saussurre ”accessorio” nelle modalità di significazione; la corrente semiotico-filosofica inaugurata da Peirce, invece, dona al refente un ruolo fondamentale: dall’oggetto esterno (oggetto dinamico) scaturisce l’oggetto immediato, che corrisponderebbe grossomodo a ciò che Saussurre chiama significato. L’oggetto immediato nasce dal ritagliare e/o mettere in rilievo alcune caratteristiche dell’oggetto dinamico, ossia dell’oggetto reale, ciò equivale a dire che l’oggetto immediato ci da solo una singola parcellizzazione o prospettiva, tra le tante possibili, dell’oggetto reale, l’arbitrarietà coinvolgerebbe, dunque, non solo le modalità di relazione tra foma e contenuto, ma anche la relazione tra oggetto dinamico/reale ed oggetto immediato/idea.

[6]   AUROUX, SYLVAIN, ”Le naturalisme linguistique et ses désordres”,  Histoire Épistémologie Langage, 2007, non manca l’autore di sottolineare come proprio il positivismo ed il darwinismo abbiano esercitato una profonda influenza nei confronti di tale indebolimento.

[7]   Una modalità ermeneutica della storia che va sotto l’etichetta di materialismo storico (materialistische Geschichtsauffassung), in cui la dialettica hegeliana ha una profonda influenza; le sovrastrutture ideologiche di un’espoca, intese come valori culturali predominanti, sono la diretta conseguenza del meccanismo di produzione economica che viene adoperato in quel preciso momento storico. Cfr. REALE-ANTISERI, Storia della filosofia, 2009, p. 178.

[8]   Il termine ideologia nell’italiano corrente si presenta come un lessema fortemente stratificato dal punto di vista storico e quindi semantico, il che comporta una pluralità di significati e di campi pragmatici di applicazione; l’uso che ne faremo in questa sede fa riferimento a due accezioni complementari: da una parte il termine è inteso semplicemente come sinonimo di ”mentalità”, ”interpretazione del mondo”, ”cultura”, ”dottrina politica”, dall’altra, in senso negativo, come sistema di idee ermeticamente chiuso e non suscettibile di modifiche, dunque dogmatico, che cancella tutte le altre possibilità di significazione, scartando apriori l’intrinseca contraddizione della materia semantica di riferimento. Vedi ECO, UMBERTO,Trattato di semiotica generale, Bompiani, Milano, 1975.

[9]   ECO, UMBERTO, Struttura assente. La ricerca semiotica e il metodo strutturale, Bompiani, Milano, p. 96.

[10]MARX, KARL e ENGELS FRIEDRICH, Ideologia tedesca, Bompiani, Milano, 2011.

[11]RIZZOLATTI, GIACOMO e SINIGAGLIA, CORRADO, So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006, pp. 114-120.

[12]Ibidem, pp. 157-163. Nell’esperimento di Gentilucci e colleghi, ad alcuni volontari è stato chiesto di pronunciare le sillabe BA o GA mentre osservavano un altro individuo prendere oggetti di taglia diversa; si è notato che la cinematica dell’apertura delle labbra e lo spettro vocale ne risultavano influenzati: in particolare, l’apertura ed il picco delle frequenze erano maggiori quando l’atto osservato era diretto a oggetti più grandi.

[13]Ibidem, pp. 152-154.

[14]L’identità ontologica tra essere-pensiero-linguaggio è una prerogativa tipica della filosofia greca delle origini; la sofistica per prima farà del linguaggio e dell’arte retorica i cardini della propria speculazione indipendentemente dalla questione ontologica, postulando nichilismo e relativismo antropocentrico, tra i più eloquenti Gorgia e Protagora. Vedi PERILLI, LORENZO, e TAORMINA, DANIELAP., La filosofia antica. Itinerario storico e testuale, Utet, Torino, 2012.

[15]PLATONE, Cratilo, p. 2, http://www.ousia.it/SitoOusia/SitoOusia/TestiDiFilosofia/TestiPDF/Platone/Cratilo.pdf.

[16]Ibidem, p. 25-27; Cratilo afferma che i nomi posseggono la capacità di ”insegnare” le cose, poiché conoscere i nomi vuol dire conoscere le cose.

[17]ARISTOTELE, De interpretatione, 1-2, 16 a-b, https://www.yumpu.com/it/document/view/15930000/aristotele-dellespressione-de-interpretationepdf-condivisione.

[18]AGOSTINO, De doctrina christiana, II, http://www.augustinus.it/latino/dottrina_cristiana/index2.htm.

[19]TOMMASO, Summa theologica, I-85.

[20]ALIGHIERI, DANTE, De vulgari eloquentia, I-3.

[21]LOCKE, JOHN, Essay concerning human understanding, III, 2.

[22]GENSINI, STEFANO, Criticism of Arbitrariness of Language in Leibniz and Vico and the ‘Natural’ Philosophy of Language, in SIMONE, RAFFAELE(a cura di), Iconicity in Language, Amsterdam/Philadelphia, Benjamin, 1995, pp.39-40.

[23]Ibidem, p.40

[24]Ibidem

[25]NOBILE, LUCA, La voce allo specchio. Un’ipotesi sull’interfaccia fonetica-semantica illustrata sulle più brevi parole italiane, Université de Bourgogne, 2016.

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