Elio Crifò e Piergiorgio Odifreddi in Esotericarte, tra numerologia ed esoterismo medioevale

Al Teatro Sala Umberto di Roma è andato in scena l’eclettico Docu-Spettacolo a codice binario: due i protagonisti, due i linguaggi messi in scena in cerca di una sintesi

‘’E’ la tecnica l’età del buio’’. Così esordisce Elio Crifò, prima metà e primo interlocutore di questa endiadi teatrale dal titolo Esotericarte, andata in scena la sera del 19 novembre, a Roma, in una raccolta sala quadrangolare su cui vi si immerge dall’alto una maestosa balconata. Ci troviamo al Teatro Sala Umberto, in via delle Mercede, a ridosso della veemente e rinomata Piazza romana del centro. Uno spettacolo questo, in cui la penna attenta e scanzonata di Crifò ha incontrato la regia di Massimiliano Vado, e la progettazione artistica di Stefano Baldrini.

Ma la spiritualità, sebbene sommersa ed annegata nella mondanità frenetica e dall’incedere compulsivo del nostro mondo tecnocratico, continua segretamente a sopravvivere nell’esoterismo, così come ci viene tramandato sin dal Medioevo, attraverso le opere di un’umanità così antropologicamente distante dalla nostra; numerologia, esoterismo, esegesi artistica ed ermeneutica dei testi, un oceano immenso in cui dimenarsi alla scoperta dei significati latenti della nostra storia.

Chi ha affermato che il Medioevo è l’età del buio, dell’oscurantismo, dell’ottenebramento delle coscienze e del decadimento? Eppure è chiaro come l’immaginario comune sia assolutamente persuaso da un’immagine negativa (eufemismo?) e tenebrosa di questa età di mezzo. Quella stessa età in cui si susseguirono la monolitica certezza delle linee tracciate dalla pittura paleo-cristiana, le immense navate romaniche e gli archi a sesto acuto che, nell’arte gotica, salivano fulgidamente ad intersecare il cielo, ricercando così un contatto col divino.

Il Rinascimento è stato l’unico responsabile di una propaganda ideologica volta al rinnovamento dei valori che doveva pur passare attraverso la denigrazione di quelli precedenti. La tecnica si affaccia così nel nostro mondo, annientando la spiritualità ed imponendo la propria metodica logica della misurazione e contraffazione della materia a proprio vantaggio.

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Un docu-spettacolo teatrale di natura dialettica

La teatralità irriverente dell’attore e regista romano Crifò si scopre avere un interlocutore, un’antitesi nel senso dialettico della parola, un’opposizione con la quale evolvere il proprio discorso e forse giungere ad una sintesi, un superamento dei contrari: Piergiorgio Odifreddi prende posto dinanzi al secondo scrittoio situato al lato opposto del palcoscenico. Quello che va in scena durante la serata è un Docu-Spettacolo messo in atto mediante una dialettica costante tra le due voci agli antipodi per stile e carattere rappresentazionale.

Crifò con un’attenta ma sempre irriverente ed ironica performance passa in rassegna alcune delle principali opere d’arte medioevale mettendo in luce il loro intimo legame con l’esoterismo, la numerologia e l’ossessiva ricorrenza di simboli, dal verbo symballo, ci tiene a sottolineare, e cioè indicante l’azione del mettere insieme due metà divise, spezzate; tutto procede da un’antica divisione.

Un simbolo è una metà dell’intero pezzo, è parte lesa e divisa, ha bisogno di legarsi a qualcosa, deve alternare la propria natura. L’arte stessa è fatta, appunto, di simboli. Rappresentazioni del mondo costruite su dei frammenti, delle parti di qualcosa, entità multiple e divise. Un tempo, quando l’uomo viveva nell’Eden, nella sua condizione di beatitudine celeste, si trovò sul proprio cammino il serpente che gli impose di decide tra l’albero della vita e l’albero del Bene/Male; lì l’uomo si trovò a dover scegliere tra l’unità intrinseca con Dio e la dualità del mondo. Tra l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male, l’uomo scelse la seconda via ci dice la Kabbala ebraica.

Lo stesso albero mirabilmente rappresentato nella Cattedrale di Otranto (1088 ca.), all’incedere della navata centrale, sorretto da due Elefanti, simboli di conoscenza, il primo portatore di un cerchio vuoto, il secondo di uno pieno. Intorno ad essi anche dei suonatori affollati sui bordi dell’immagine. Tutti i contrari, le frammentazioni dello specchio rotto al principio, sono alla base quindi dell’immanenza in cui ci ritroviamo a dimenare barcollando.

Le parcellizzazioni si sono riunite in coppie antitetiche di contrari dati dalla natura ambigua della dualità; nell’albero della Vita, invece, tutti contrari e le opposizioni si riuniscono nel perno centrale dei Sephirot, nella compassione che supera la dualità e unifica le divergenze. La gestualità, la mimica e l’espressività dell’attore sono un groviglio di nervi tesi che fanno da cornice a questo discorso che invoca un ritorno alla dimensione spirituale, in cui il mondo materiale non era che una pallina imitazione del divino a cui rivolgere ben poca attenzione. Il ritratto dell’epoca medioevale continua poi a modellarsi nella mordace performance oratoria di Crifò anche attraverso la narrazione di aneddoti ‘rilassati’: pornocrazia romana, scappatelle di monarchi con giovani vedove, papi che intentano capi di accusa contro dei cadaveri (che con il loro silenzio offendono la curia ecclesiastica) il ‘trip’ di Jung nel Battistero Neoniano a Ravenna e molto altro ancora.

 

L’antitesi analitica del matematico

Piergiorgio Odifreddi

Ma l’esoterismo non è roba da rivolgere al grande pubblico, i misteri, i simboli ed i significati da essi sottesi, non sono adatti alla generalità; è la parola stessa a suggerircelo continua Odifreddi facendo il suo ingresso sulla scena. Tutta la sua fisionomia e presenza estetica sul palcoscenico dichiarano a gran voce l’opposizione rispetto alle movenze audaci ed espressive del suo precursore; l’accademico si comporta da accademico, niente teatralità, nessuna modulazione espressiva della voce, il corpo quasi gli è d’intralcio durante l’esecuzione della sua dialettica; non è più la ragione umanistica, bensì quella matematica e scientifica ad essere chiamate in causa.

La pluralità e la divisione sono l’essenza della conoscenza umana. Alla logica unitaria di Crifò, Odifreddi oppone la pluralità frastagliata ed atomistica del mondo. Alle origini l’uomo aveva una visione unitaria degli elementi e dei fenomeni, e questo perché non era ancora abbastanza maturo; non possedeva ancora quella sensibilità induttiva ed osservazionale che gli avrebbe concesso, in futuro, di scovare nel mondo le tracce di una differenziazione intrinseca alle cose. Non si tratta di far convergere tutto il divergente in un unico punto iniziale o finale che sia, bensì di considerare ognuna di questa molteplici manifestazioni come unica in se stessa.

Anassagora, Leucippo, Democrito, Lucrezio lo avevano percepito sin da subito; ci sono voluti secoli perché finalmente nel IX secolo affiorasse con solidità scientifica la teoria atomistica, quando anche l’arte in quel periodo scopriva il puntinismo, quintessenza espressiva di una concezione pluralistica degli elementi essenziali. E proprio come un dipinto puntinista, così funziona la nostra percezione stessa dei fenomeni nel reale: da lontano, con occhio superficiale, ci sembra che in questa grande tela tutto sia unito, monolitico, continuo e senza interruzioni; ma avvicinandoci sempre più al particolare, si scorge che l’unità apparente è in realtà data dalla convergenza armonica di sotto-unità minimali.

L’ecclettismo e l’occhio acuto dei due personaggi antitetici presenti in scena, gettano uno sguardo a tutto tondo sulle opposizioni duali che continuano ad affollare maniacalmente il mondo, in un attrito continuo che tenta di sublimarsi in un superamento delle divergenze; i numeri non sono da meno.

 

Il viaggio esoterico tra i significati nascosti dell’arte

Immense cattedrali medioevali, contrapposte sin da subito al cemento anonimo e reificante della moderna architettura urbana, sono portatrici del significato esoterico dei numeri che dichiarano a gran voce, per chi sappia interrogarli, il mistero ultimo della natura delle cose. La Basilica di San Miniato del Monte a Firenze, la Basilica di San Marco a Venezia, i battisteri di Ravenna in età alto medioevale, la fortezza Castel del Monte voluta audacemente da Federico II di Svevia, sono solo alcuni dei tanti esempi eloquentissimi.

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In queste meravigliose composizioni architettoniche dello spirito umano, ricorrono incessantemente le medesime cifre, gli stessi numeri, utilizzati in qualità di indici proporzionali e geometrici per la loro costruzione. Il cinque su tutti, numero indicante geometricamente il pentagono, le cui diagonali formano la struttura scheletrica di una rinomata stella, tacciata di satanismo, la stella del Diavolo; anche qui l’etimologia la dice lunga: nella parola diavolo la giustapposizione di due morfemi greci dia- e ballo-, letteralmente colui che spezza in due, separare, dividere. Come se le forze del Male fossero archetipicamente vettori centrifughi che spingono alla dissoluzione e separazione della coesione unitaria. Cinque sono le navate, gli ingressi, i portoni, le colonne portanti di alcune di queste strutture meravigliose, perché cinque è il punto di convergenza del molteplice con la monade unitaria.

 

Per un tentativo di sintesi tra gli opposti

Cinque che è dato da due e tre: dualità, separazione, divisione, e tridimensionalità, e cioè triade, perfezione, sintesi degli opposti. Ma anche da uno più quattro, laddove l’unità è ancora una volta il divino, mentre il quattro rappresenta gli elementi fondamentali e costituenti della natura materiale. Tutto rinvia a questa convergenza tra Dio e l’uomo, tra cielo e terra.

Ed è forse proprio questo il senso di tutta una vita spesa a calcare la superficie convulsa di questa terra ormai strangolata dalla tecnica, ridotta a mera meretrice delle volizioni della nuova società di massa. Abbiamo ormai da tempo smesso di domandarci cosa sia e dove vada ricercato il divino e questo antico connubio tra l’uomo ed una dimensione oltreceleste; non c’è più tempo per fermarci a riflettere poiché l’uomo deve soltanto essere ‘’Rapido, Funzionale e Produttivo’’, tutto ciò che in realtà l’uomo non è per natura.

 

Teatro vs. Schermo

Il Teatro Sala Umberto si è prestato particolarmente a questo tipo di rappresentazione sui generis, in cui arte, teatro e cabaret hanno incessantemente cercato un dialogo con la fermezza del ragionamento lucido e matematico, attraverso un continuo gioco di scambi e chiaroscuri che hanno accompagnato l’intera rappresentazione. A supporto delle narrazioni dei due autori, anche un grande schermo sul fondale del proscenio, sul quale sono state proiettate le foto dei monumenti su cui si è riflettuto e nei quali sembra quasi che gli attori siano potuti fisicamente entrarvici, esplorandone dall’interno i segreti esoterici in essi scolpiti.

D’altronde la storia del Teatro stesso ha ispirato la proiezione su schermo di alcuni particolari narrativi: nel 1991 si verificò un cambio di destinazione che portò il tetro romano a diventare una sala di proiezione cinematografica e solo nel 2002 il Teatro Sala Umberto tornò ad offrire il suo proscenio ed il suo palco alle pieces teatrali.

 

articolo di

Claudio O. Menafra

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