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The Web of Earth - Traduzione di un passo dell'opera

The Web of Earth – Traduzione di un passo dell’opera

Introduzione all’opera e a Thomas Wolfe

Il presente articolo si prefigge lo scopo di analizzare, a livello linguistico e discorsivo, la scrittura del racconto The Web of Earth, scritto dall’autore Thomas Clayton Wolfe (Asheville, North Carolina, 3 ottobre 1900 – Baltimora, Maryland, 15 settembre 1938) e produrre una traduzione letteraria di alcune pagine dell’opera unitamente al commento sulle tecniche traduttive prese in esame ed adottate. Il testo venne pubblicato nel 1935 da Charles Scribner’s Sons, New York. Nella scrittura “wolfiana”, fluviale e in movimento, assume rilevanza il contesto storico dell’opera. Chi narra le vicende è Eliza, mamma di Eugene -personaggio alter ego di Thomas Wolfe-. Una mamma-coraggio, con la sua onda dei ricordi che assumono un ritmo particolare e avvolgono il lettore trasportandolo al tempo della Guerra Civile. Eliza racconta con orgoglio non solo la storia americana ma anche la sua, quella di madre, moglie, proprietaria terriera e imprenditrice.

The Web of Earth - Traduzione di un passo dell'opera
Thomas Clayton Wolfe

Tecniche di traduzione letteraria

Per la traduzione letteraria, l’intento è di far emergere la prosa poetica di cui molte pagine sono intrise, cercando di trasmettere il linguaggio pungente di Eliza che incarna la stabilità, la concretezza ed il focolare. Nella scrittura riecheggia il suono particolare della sua pronuncia e la cultura del Nord Carolina, ossia del Sud: la tradizione, il sogno, la famiglia, l’onore e la morte. A livello di registro linguistico, basso e informale proprio nell’occorrenza testuale della situazione familiare, sono le descrizioni minuziose della natura percepibili attraverso i sensi a spiccare; è come se dalle pagine affiorassero gli odori dei fiori, i colori, le sensazioni tattili dei cibi e dei vestiti. La scelta linguistica è spontanea, libera e immediata con espressioni semplici e popolari. Nella traduzione del testo si è cercato di produrre un equivalente che fosse accurato, coeso e coerente, mantenendo costante il tono colloquiale e familiare di Eliza, rispettandone la dialettalità e i costrutti pleonastici e prolettici, così come ci insegna Gian Luigi Beccaria.

Da pagina 294 a pagina 297 –  Traduzione di The Web of Earth 

“Eliza è incinta di due gemelli e ha quasi terminato il tempo di gestazione. È molto stanca, dopo una lunga giornata passata ad accudire gli altri tre figli e a mandare avanti la casa e l’orto. Mr. Gant, il marito, torna a casa dopo il lavoro. È un personaggio dissipato, rappresenta un peso per la famiglia, il più delle volte è ubriaco e per natura è un vagabondo.”

Considerata l’epoca in cui si svolgono i fatti, seconda metà dell’Ottocento, si è ritenuto opportuno usare l’allocutivo di cortesia Voi, quindi far dare del Voi ad Eliza, Mrs. Gant e a suo marito, Mr. Gant, quando interloquiscono tra loro. L’Accademia della Crusca, afferma che in Italia, nei romanzi ambientati nel Settecento e nell’Ottocento era opportuno usare il Voi; in particolare il suo utilizzo era concentrato nel Mezzogiorno. Nel nostro caso specifico, il racconto di Wolfe è ambientato in uno Stato del Sud degli Stati Uniti, ossia il North Carolina. Mentre per quanto concerne gli appellativi Mr e Mrs, sono stati mantenuti nella lingua originale allo scopo di reiterare una foreignization del testo.

Da pagina 294 a pagina 297 – Traduzione di The Web of Earth

“Tanto che una sera prima di cena, verso l’una risentii dentro di me quei dolori. Oddio! È come se qualcosa si fosse strappato. E lui, pensa,  se ne stava in cortile, per la miseria, visto che  era tornato prima.

Però, che stava facendo? Indovina un po’? Ebbene, aveva avuto la meglio su quel lardo di maiale che aveva comprato. Quindi gli urlai “Ma che diavolo è ora quello? Perché mai li avete comprati? Come Vi è saltato in mente?”, figliolo  mio,  non sai che spreco orribile, che spreco orrendo!

Beh, poi, come gli dissi, se non fosse stato per me a quest’ora avrebbe speso ogni centesimo che guadagnava per arricchire i macellai, i contadini e i baristi – non riusciva a resistere, pensa te. Quindi,  gli chiesi “Oi, sveglia! Cos’è che Vi ha spinto a fare una cosa simile?”.

Ci siamo ritrovati con la credenza stracolma di prosciutti e pancetta che aveva comprato lui, addirittura sei prosciutti affumicati, roba da non credere, e poi arriva con quel maiale intero. Gli dissi “Sentite Voi, ma Volete proprio ucciderci a tutti con questa carne di porco!”.

Ma come, con tutti i polli che avevamo già di nostro e poi per non parlare  di quell’arrosto da dodici libre che si era fatto consegnare dal mercato – “Ma non capite, ci ammaleremo tutti, per colpa Vostra i bambini resteranno a letto! Tutta quella carne non fa bene alla salute”. Perbacco, se ci ripenso!

Sai, mi riferisco, più che altro, allo spreco – figliolo mio, sapessi quante volte, in preda allo sconforto ho pianto alla sola idea che lui andasse in giro a sperperare i soldi a quella maniera. “Ma perché Dio buono? Non ho mai incontrato un ingordo come lui in tutta la mia vita!” Pensavo di  colpire il suo orgoglio.

Quindi gli dissi “Pensate solo alla Vostra pancia! Adesso fermatevi e riflettete per un momento: come potete pretendere di mettere i soldi da parte per comprarvi una casa se tutto quello che guadagnate se ne va giù nel vostro gargarozzo per nutrire le Vostre budella? Ecco, ci metto la mano sul fuoco che tutto il  Vostro cervello ce  l’avete nella pancia!”.

Perché vedi, lui era capace di incontrare per strada un contadino di una certa età che aveva un carro stracolmo di cose di cui si voleva disfare e beccava tuo padre che stava a zonzo e così gli rifilava tutto.

Ma perché non te l’ho detto?

Era un tale asino, pensa che una volta mi arrivò a casa con quaranta dozzine di uova – Dio Santo! Ebbene, ero così scocciata che gliele avrei tirate addosso! – quando invece qui a casa avevamo le nostre galline, che facevano del loro meglio per deporre uova fresche tutti i giorni.

“Ma come Vi è saltato in mente di fare una cosa simile?” gli chiesi e lui con la sua faccia da innocente ebbe il coraggio di dirmi  “Se pagavo sette centesimi a dozzina mi avrebbe venduto tutto. Era un tale affare che era un peccato non approfittarne”.

Ma io gli risposi “Non me ne importa nulla, pure se Ve le faceva pagare due centesimi a dozzina, erano sempre soldi sprecati, non le consumeremo mai”. Ma lui, dovevi vederlo, con fare sicuro mi disse “Ma certo che le consumeremo, le daremo ai bambini”, “Ma che dite Dio mio, li farete stare così male che non vorranno vedere più nessun uovo in vita loro” e aggiunsi “non le mangeranno mai perché comunque sia andranno a male!”

Dovevi proprio vedere la sua faccia perplessa, come dire, sembrava caduto da un pero, ma ti rendi conto?, quindi  mi disse “Ma io pensavo di fare un grande affare. Credo che Voi mi abbiate frainteso”.

E poi! Non fu lui che una volta tornò a casa con un carico intero di meloni e cocomeri – ventisette cocomeri, se mi capisci e Dio solo sa quanti meloni, a centinaia credo. “Ma dove la tenevate la testa!” dissi io “Oh, beh li mangeremo, eh sí che li mangeremo” fa lui e continua “I bambini se li mangeranno tutti”.

E infatti, Luke si sentì male, gli feci “C’è la ricevuta del dottore da pagare” . . . oppure tutte quelle volte che venne a casa con il furgone pieno di pannocchie arrosto, pomodori in scatola e fagiolini verdi e patate dolci e cipolle e ravanelli e barbabietole e rape e tutti i tipi di verdure da orto e tutti i tipi di frutta, pesche e pere e mele e prugne, quando invece qui avevamo un grande frutteto e un orto proprio dietro a casa e che ci dava tutto quello di cui avevamo bisogno, sissignore.

Anche se stavo pensando a come conservare tutto quel cibo per non mandarlo in malora, gli dissi “ma come pretendete che mi prenda cura dei bambini se continuate ad ammollarmi tutte queste cose?” – voglio dire che io stavo in quelle condizioni, mi capisci, e mettere da parte tutte quelle conserve, Signore mio, mentre lui se ne stava là fuori a sistemare quel lardo.

Oh! Poi quell’odore, quel vecchio odore di lardo vecchio

– per non parlare di quella volta che mi arrivò con 437 barattoli di preserve di ciliegie, pesche, mele, uva e gelatina di prugne, miele di mela cotogna, pere sciroppate, ketchup di pomodoro, conserva di scorza d’arance, cetrioli sottaceto e tutte cose del genere, pensa che non potevi nemmeno entrare nel ripostiglio tanto era pieno fino al soffitto e fammetelo dire ora, lui sí che ce la faceva a mangiare tutte quelle cose: io ne ho vista di gente che mangiava tanto ai miei tempi, ma non ho mai visto nessuno che poteva  trangugiare e ingozzarsi a quella maniera come era capace di fare solo lui.

Penso che l’abbia ereditata da quella gente che proveniva dai campi, sai, durante la sua fanciullezza, quelli che quando si mettevano seduti a mangiare il pranzo ci impiegavano una vita a consumare un bue.

Io stessa quando andammo lì da loro, vidi quella vecchia donna, mangiare un pollo intero e tre bei pezzi di torta – mi ricordo pure che disse ad Augusta, “Figlia mia, riempimi di nuovo il piatto”, avrà avuto una settantina d’anni e fu proprio per questo motivo che morì.

“Se solo ci penso quando mi dissero che all’età di novantasei anni era caduta dalla sedia e si era rotta  la gamba mentre cercava di afferrare una pannocchia di mais: ovvio che la caduta la uccise, sfido io, era troppo vecchia per riprendersi dalla frattura, le ossa non si sarebbero ricomposte, “cose dell’altro mondo!”

Beh, te lo giuro! È un mistero che tuo padre sia andato avanti – immaginati solo: cervelletto e uova e pancetta e bistecca fritta e fiocchi d’avena e biscotti caldi e salsicce e due o tre tazze di caffè a colazione oppure due o tre tipi diversi di carne, fegato e manzo arrosto e maiale e pesce e pollo, una mezza dozzina di verdure diverse, fagioli e patate schiacciate e un contorno di mais e fagioli bolliti, cavoli verdi e pesche sciroppate e torte, e tutto sempre così, a pranzo e a cena.

“Vedi”, come dissi a Wade Eliot, “Credo che sia questa l’origine dei guai. Si è scavato la fossa con i suoi stessi denti”. “Beh”, disse lui “Era da tanto che se la scavava, non è vero?” ed io dovetti ammetterlo, ti giuro! A volte penso che se fosse stato più giudizioso, sarebbe ancora vivo oggi!”

Articolo scritto da,

Liliana Pierbattista

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