L’amante di Lady Chatterley: Lawrence e i linguaggi della passione

Temeva la sua adorazione, eppure non l’avrebbe contrastata nemmeno per scherzo. Sapeva che avrebbe potuto farlo. Covava in seno il demonio della caparbietà che avrebbe contrastato l’ondeggiante adorazione del suo utero, schiacciandola. Lo avrebbe potuto fare anche in questo istante, o almeno era ciò che pensava, avrebbe potuto occuparsi della sua passione con tutta la sua forza di volontà.

 

Con questo incipit ci si addentra nel mese dedicato alla passione e alla sensualità.

è impossibile, infatti, con questa tematica, non pensare a uno dei romanzi più scandalosi del Novecento inglese. L’amante di Lady Chatterley, D.H Lawrence: una storia di amore che nasce da un tradimento, una passione eviscerale, una scrittura esplicita considerata oscena.

Questo romanzo controverso non solo nelle tematiche, ma anche nella loro esposizione non ha visto la sua gloria facilmente. Prima della sua pubblicazione ufficiale nel 1928, ad opera della famosa casa editrice inglese Penguin, il romanzo fu messo al bando in tutta Europa, considerato il più osceno sulla piazza. E D.H Lawrence, figlio di un minatore e di una maestra, un uomo eccentrico e ribelle, sapeva perfettamente durante la stesura del romanzo, il rischio che stava correndo e i motivi per cui una scrittura così scandalosa dovesse esistere.

Per Lawrence il linguaggio era un’arma di ribellione sociale. I suoi personaggi si sfidano a colpi di parole, si oppongono all’arretratezza culturale e la porosità di una borghesia indegna, avida e distruttiva. Nel contesto di L’amante di Lady Chatterley, c’è un’Inghilterra vittoriana, influenzata dalla rivoluzione industriale, incapace di espandere la propria mentalità chiusa e conservatrice.

Nonostante il progresso e le presunte rivoluzioni culturali, l’upper class non si può avvicinare al proletariato industriale. L’Inghilterra è puritana e bigotta tanto quanto dice di non esserlo. Per questo il vero scandalo in L’amante di Lady Chatterley non è il tradimento o l’affare passionale, ma l’ipocrisia dell’Inghilterra puritana. Constace, Connie, è una donna di spessore, è giovane, è intelligente e conscia che nella sua realtà debba esserci qualcosa di più delle regole sociali e dell’ipocrisia del suo tempo. Lei ricerca il piacere, il sesso, ma anche l’autenticità che c’è dietro questo.

Cerca la realtà dietro l’istinto, il cambiamento dietro l’imposizione.

Il passaggio proposto in questa traduzione è estratto dal capitolo dieci. Si tratta del momento in cui Constance, Lady Chatterley, vede per la prima volta dall’interno e dall’esterno la sua condizione di donna, e le sue possibilità in quanto donna all’interno di un contesto dove non le è possibile esprimersi e scoprirsi, fino al suo rapporto con guardiacaccia.
La passione, la sensualità, sono part integrante dell’erotismo della sua figura in quanto donna e in quanto amante, ma in questo estratto partivolare si evince anche come sia evidente il disagio sociale della sua condizione femminile. Il modo in cui connie si sente soggiogata dal pene e come un fuoco dentro di lei, fino alle sue viscere la animi, suggerendole cosa una donna come lei, come ogni donna vittoriana, possa fare se lasciata libera di essere. Nel mese dedicato alla passione non parliamo solo di quella erotica, ma di quella che muove gli animi, li porta a riflettere e a valutare, a analizzare i loro modi di essere e a prendere delle decisioni consapevoli su come proseguire o cambiare totalmente la propria vita.

 

L’amante di Lady Chatterley

Cap X

Connie tornò lentamente a casa, capendo l’importanza di quella cosa che sentiva dentro. C’era un’atra lei viva dentro di lei, colava fusa e docile nel suo utero e nelle viscere. E con questa sé stessa, lei adorava lui.
Lo adorava fino a sentirsi le ginocchia tremare mentre camminava. Nel suo utero e nelle sue viscere si sentiva fluida e viva adesso, e vulnerabile e indifesa in adorazione di lui, come la donna più ingenua del mondo.

“È come se ci fosse un bambino”, si disse, “come se ci fosse un bambino in me.”

E così fu. Come se il suo utero, che era sempre rimasto chiuso, si fosse aperto per accogliere una nuova vita, quasi un fardello, ma bellissimo.

“Se avessi un bambino”, pensò tra sé e sé, “se potessi portarlo dentro di me come un bambino” e le sue articolazioni si sciolsero al pensiero. Capì l’immensa differenza tra l’avere un bambino per sé e averne uno da un uomo che desiderava fin dentro le viscere.Il primo sembrava quasi una cosa ordinaria, ma avere un bambino da un uomo che adorava con tutto il suo utero e tutte le sue viscere, la fece sentire come se fosse diversa dalla sé stessa di un tempo, e come se stesse affondando sempre più profondamente verso il centro esatto della femminilità, nella nicchia della creazione. Non era la passione ad esserle nuova, ma l’adorazione ardente. Sapeva che si trattava di qualcosa che aveva sempre temuto, perché la lasciava totalmente indifesa. Era ancora spaventata, aveva il timore che se lo avesse amato troppo avrebbe perso sé stessa, eclissandosi; lei non voleva esclissarsi, non voleva diventare schiava, come fosse stata una selvaggia.

Non poteva diventare una schiava.

Temeva la sua adorazione, eppure non l’avrebbe contrastata nemmeno per scherzo. Sapeva che avrebbe potuto farlo. Covava in seno il demonio della caparbietà che avrebbe contrastato l’ondeggiante adorazione del suo utero, schiacciandola. Lo avrebbe potuto fare anche in questo istante, o almeno era ciò che pensava, avrebbe potuto occuparsi della sua passione con tutta la sua forza di volontà. Oh, sì. Essere passionale come una Baccante, e come una Baccante dileguarsi tra i boschi, chiamare Iacco, il fallo vibrante senza alcuna personalità   a seguito, servo assoluto e devoto della donna. L’uomo, l’individuo, che non gli fosse dato di intromettersi. Altri non era che un servo del tempio, il portatore e custode del fallo vibrante, che le apparteneva.

Così, nel flusso del suo nuovo risveglio, l’antica passione in lei vibrò per un momento e l’uomo venne ridotto all’indegno strumento,

il solo portatore di fallo da fare a pezzi nel momento in cui il suo compito si fosse espletato. Sentì la forza di una baccante scorrerle addosso e in tutto il corpo, la donna splendente e scaltra che sottometteva l’uomo. Nel provare ciò, però, il suo cuore si appesantì. Non era ciò che voleva. Erano fantasie sterili, prive di vita. Era l’adorazione il suo vero tesoro. Era talmente profondo, tenero, insidiato e sconosciuto. Oh no, no, avrebbe rinunciato al suo splendente potere femminile, era stufa, l’aveva irrigidita. Si sarebbe immersa in questo nuovo bagno di vita, nella profondità del suo utero e delle sue viscere che cantavano la silente canzone dell’adorazione. Era troppo presto per iniziare a temere quell’uomo.

Articolo di

Martina Russo

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