Privacy Policy Gauguin – L’arte di evadere - The Serendipity Periodical
Gauguin – L’arte di evadere

Gauguin – L’arte di evadere

In che modo l’arte di Gauguin e i suoi paesaggi esotici ci salvano dalla noia

Chi di noi non ha mai sognato di mollare tutto e partire alla volta di terre lontane e inesplorate? L’irrefrenabile attrazione per il lontano, l’ignoto e il misterioso, d’altronde, è una prerogativa propria del genere umano. Culturalmente, fa le sue prime apparizioni in Europa già nel Medioevo, grazie anche all’influenza a lungo esercitata dai bizantini. È durante l’Ottocento, però, che l’Esotismo prende un nuovo slancio vitale e si colora di nuove peculiarità. Molti artisti, per evadere dalla noia della vita borghese di fine Ottocento, scelsero di abbandonarsi all’irresistibile fascino delle terre e delle culture esotiche. Questi si lasciarono sedurre dall’idea di un mondo idilliaco e idealizzato, che più di tutti si contrappone alla città emblema della quotidianità borghese: la Parigi ottocentesca. È questo il quadro storico in cui collocare Paul Gauguin, artista parigino, che scelse di partire alla ricerca di luoghi incorrotti e primitivi. Dopo aver trascorso la propria infanzia in Perù, lavorato nella marina mercantile e visitato il Madagascar, Paul Gauguin decise di trasferirsi a Tahiti.

Gauguin –  L’arte di evadere
Paul Gauguin, Autoritratto dell’artista con il Cristo giallo, (1889); olio su tela, 30×46 cm, museo d’Orsay, Parigi (Credits: www.analisidellopera.it)

Persino il Madagascar è troppo vicino al mondo civilizzato; andrò a Tahiti nella speranza di vedere la fine dei miei giorni lì. La mia arte, che vi piace, è solo una piantina per ora e spero di poterla coltivare per mio piacere personale nel suo stato più selvaggio e primitivo.

– Paul Gauguin, in una lettera indirizzata all’artista Odilon Redon, settembre 1890.

Il paradiso primitivo: la Tahiti di Gauguin

Tahiti, straordinaria isola della Polinesia francese, rappresenta per l’artista la possibilità di essere “finalmente libero”. Gauguin sente di aver trovato il paradiso primitivo tanto agognato, che gli consenta “di vivere nell’estasi, nella calma e nell’arte”. Un primo viaggio verso l’Isola avviene nel 1891, ma si tratta di un soggiorno con scadenza, dalla durata di soli due anni.

Gauguin –  L’arte di evadere
Strada di montagna a Tahiti – Paul Gauguin, Olio su tela
(Credits: www.copia-di-arte.com)

La civiltà mi sta lentamente abbandonando. Comincio a pensare con semplicità, a non avere più odio per il mio prossimo, anzi ad amarlo. Godo tutte le gioie della vita libera, animale e umana. Sfuggo alla fatica, penetro nella natura: con la certezza di un domani uguale al presente, così libero, così bello, la pace discende in me; mi evolvo normalmente e non ho più vane preoccupazioni.

– Gauguin in Noa-Noa, la profumata – racconto biografico e romanzato sua scoperta dell’isola.

Seppur breve, il primo soggiorno a Tahiti, lasciò un solco indelebile nel cuore e nell’animo dell’artista, tale da ispirare alcuni dei suoi dipinti più celebri, e da instillare nella sua mente il desiderio di passare il resto dei suoi giorni sull’isola.

Ia Orana Maria (Ave Maria) 

Uno dei primi e più suggestivi dipinti, realizzato durante il primo anno di soggiorno sull’isola, è “la Orana Maria” (Ave Maria). In questa tela vediamo raffigurata una donna tahitiana, vestita con un pareo rosso e luminoso, che porta sulle spalle suo figlio. Il bambino, nudo, poggia il proprio capo su quello della madre, in una posa abbandonata.

Gauguin –  L’arte di evadere
Paul Gauguin, Ia Orana Maria (1891); olio su tela, 113,7×87,7 cm, Metropolitan Museum of Art, New York
(Credits: www.commons.wikimedia.org)

L’allegoria con la figura della Vergine e Gesù Bambino è chiara fin da subito; ipotesi confermata dalla presenza delle aureole a cingere i loro capi, e di un angelo, sulla sinistra. Nonostante il riferimento sacro, il quadro è spogliato della mitizzazione tipica del motivo iconografico tradizionale e traslato in un contesto più semplice e quotidiano. La scelta dei costumi tradizionali del posto e la raffigurazione della natura lussureggiante della Polinesia, sono tutti fattori che contribuiscono alla rappresentazione di una religiosità primitiva e incorrotta.

Aha oe feii? (Come, sei gelosa?)

Nel 1892, Gauguin, dopo numerosi appunti grafici e schizzi preparatori, prende in mano tela e colori per imprimere il ricordo di un momento di vita quotidiana vissuto sull’isola. Il risultato è l’opera “Come? Sei Gelosa?”. L’artista riproduce a memoria l’incontro con due giovani del posto, sdraiate sulla spiaggia, intente a raccontarsi segreti amorosi.

Paul Gauguin, Aha oe feii? (1892); olio su tela, 66×89 cm, Museo Puškin, Mosca (Credits: www.commons.wikimedia.org)

Sulla spiaggia due sorelle che avevano appena fatto il bagno, distese in voluttuosi atteggiamenti casuali, parlano di amori di ieri e di progetti d’amore di domani. Un ricordo le divide: “Come, sei gelosa?”

– Paul Gauguin, in Noa-Noa

I corpi nudi delle giovani campeggiano su una spiaggia dai toni rosati; mentre uno specchio d’acqua riflette i colori di una natura selvaggia e rigogliosa. Questo sfondo, dai colori quasi innaturali, contribuisce a rendere la scena più irrealistica e allo stesso tempo idilliaca. La nudità raffigurata da Gauguin, d’altra parte, si presenta in modo naturale e non provocatorio, ingenua e priva di volgarità; a differenza delle donne parigine dipinte dagli impressionisti (non erano passati che ventisette anni dall’esposizione dell’Olympia al Salon di Parigi).

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Nonostante gravi problemi di salute e difficoltà economiche, Gauguin scelse di tornare a Tahiti, e questa fu la volta definitiva. È in questo periodo che Gauguin realizza la sua opera più emblematica della parentesi tahitiana:Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, tela del 1897 che rappresenta l’intero ciclo della vita. L’opera fu dipinta dall’artista in un momento assai delicato della sua vita. Iniziata poco prima di un tentativo non riuscito di suicidio, dovuto dal peggioramento della sua malattia e i dissidi con le autorità locali, la tela fu portata a termine quando all’artista giunse la notizia della morte della figlia Aline, avvenuta pochi mesi prima. Un dolore tanto grande, quanto le dimensioni della tela sulla quale scelse di realizzare l’opera (3,74×1,39 m).

Paul Gauguin, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897); olio su tela, Museum of Fine Arts, Boston (Credits: www.commons.wikimedia.org)

La struttura dell’opera è costruita in maniera magistrale. Partendo da destra, si possono scorgere le figure di alcune donne, poste di fronte ad un neonato in fasce; il rimando al miracolo della nascita e alla spensieratezza dell’età fanciullesca è più che diretto. Al centro della tela, campeggia la figura di un uomo che, nel pieno della sua giovinezza e delle sue forze, coglie un frutto, maturo e sano come il suo corpo; forse a simboleggiare il momento più propizio dell’esistenza, momento, tuttavia, fugace, poiché nessuno può sottrarsi dall’inevitabile scorrere del tempo. Alla sua sinistra, infatti, vi è la figura di un’anziana donna, nascosta nell’ombra, che quasi con imbarazzo si copre il viso. La donna è investita dallo straziante assalto dei ricordi e dei rimorsi; la sua giornata terrena sta per concludersi, ed è tremendamente spaventata dal destino ignoto che la attende, ovvero la morte. In secondo piano, inoltre, si può scorgere la figura blu di un idolo; forse un riferimento alla scelta dell’uomo di spiegare il senso della vita attraverso l’esistenza di entità sovrannaturali. Questo, per l’artista parigino, è il miglior modo di rispondere ai quesiti esistenziali: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”

La gloria postuma di Gauguin

Nell’ultimo periodo della sua vita, Gauguin, in preda all’esigenza di scoprire ambienti ancora più esotici e stimolanti, si trasferì nelle Isole Marchesi. L’aggravarsi della malattia, però, lo condusse alla morte nel 1901. Purtroppo, come spesso accade, l’artista non visse abbastanza da poter assistere al successo dei propri lavori; i contemporanei, infatti, non seppero apprezzare il suo utilizzo inconsueto dei colori, e non colsero il simbolismo dietro le sue opere. La gloria arrivò postuma, ma seppe prendersi le meritate rivincite: le opere dell’artista furono esposte al Salon d’Automne di Parigi e successivamente il pittore e collezionista Daniel de Monfreid mise in mostra la prima retrospettiva. Da allora, l’arte di Paul Gauguin non smette di farci sognare ed evadere, anche solo con il pensiero, verso terre lontane, esotiche e felici.

Un commento su “Gauguin – L’arte di evadere

  1. L’arte di evadere … e questo bellissimo ed inaspettato articolo mi ha permesso di “evadere”, durante il breve lasso di tempo concessomi dalla sua lettura, dai problemi reali della quotidianità.
    Grazie per l’emozione
    Fausto

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