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A Christmas Carol - Le metafora dietro Scrooge

A Christmas Carol – Le metafora dietro Scrooge

A Christmas Carol – Le metafore invernali per parlare dell’animo di Scrooge

A Christmas Carol, un racconto di genere fantastico scritto nel 1843 di Charles Dickens, ad oggi una delle sue opere più di successo letto a qualsiasi età dalla più vasta gamma di lettori, è un capolavoro della letteratura inglese nel pieno dell’età dell’industrializzazione. Questo racconto, mostrato ormai in tutte le salse, sia musicali, che cinematografiche che di animazione, è una sorta di simbolo delle festività invernali. Porta con sé il simbolo della redenzione, del perdono, del “non è mai troppo tardi per ritrovarsi”. Effettivamente, un’analisi più superficiale dell’opera può portare una conclusione di questo genere, ma A Christmas Carol è una vera e propria allegoria dell’oscurità che risiede nell’animo umano, e che qualche volta, con il giusto stimolo, con una profonda lotta con il proprio io, le proprie debolezze e i limiti dell’essere umano, può trovare una redenzione.

Dickens, come altri autori prima di lui, utilizza i suoi personaggi per specchiare la sua società in cui vive; siamo nell’800, l’Inghilterra vive la rivoluzione industriale, la lotta sociale verso l’urbanizzazione, il benessere economico tanto decantato. Se Dickens ne parla abbondantemente in Hard Times, nel 1854, è innegabile che il personaggio protagonista del racconto, il tubero e arido Scrooge, sia colui che Dickens utilizza per indirizzare la sua critica alla società del suo tempo. A differenza di altri autori inglesi, Dickens non prova pietà per i suoi contemporanei, non ne giustifica le azioni, anzi, muove una critica severa, sottile ma non troppo, che ha delle conseguenze.

Dickens crea un personaggio dalla psiche complessa,

rovinato e ghiacciato fino all’animo per il suo egoismo, la corsa all’oro protagonista della sua vita, e il narcisismo in cui si ritrova. Il viaggio in cui si ritrova è ovviamente quello verso la riscoperta e la redenzione, tipico dei racconti. A Christmas Carol ha una forte componente di morality, com’è immaginabile, ad ampio spettro, nei suoi cinque atti sono presenti apparizioni spettrali, richiami al romanzo gotico, scene umoristiche e drammatiche. Si tratta di una narrativa a 360 gradi in cui i personaggi diventano vivi e reali nella loro finzione in quanto manifestazione di una realtà che esiste e di cui bisogna parlare. Chi legge A Christmas Carol non può non percepire l’amarezza che si trova subito dietro il contesto melodrammatico in cui il racconto sembra essere inserito.

Una questione traduttiva

il personaggio su cui si poggia l’attenzione è Scrooge, protagonista del racconto. Un uomo burbero, taccagno, dal cuore inscalfibile e senza il minimo senso di tenerezza e gentilezza. Responsabile del suo male, ma anche interessante nel suo percorso introspettivo alla scoperta della sua umanità. La bellezza di Scrooge, all’inizio del racconto, sta nel modo in cui è favolisticamente descritto, con un’altalena di metafore e riferimenti all’ambiente esterno circostante, ai fenomeni meteorologici, al freddo. Traduttivamente parlando, l’interesse principale di questa traduzione è nella resa di queste metafore. Perchè se la scelta della terminologia predilette da Dickens richiama sfumature di significato e immagini ben precise, in italiano non sempre possibile mantenere queste sfumature in maniera equivalente. Si ricorre quindi a una minima manipolazione del testo nella sua resa in italiano.

Un altro aspetto interessante da rendere in italiano, è la manipolazione degli incisi inseriti nella parte di racconto considerata per la traduzione. Nel testo originale appaiono delle digressioni diana certa lunghezza che rischierebbero di distrarre il lettore e non mantenere la sua presenza all’interno del racconto. Con Dickens, ovviamente, il problema non si pone, anzi, la stratificazione della sua narrazione tiene il lettore incollato alle pagine e lo interroga costantemente circa il cosa stia realmente accadendo, nel sottotesto. Si è cercato di mantenere la stessa intensità, leggerezza ed ironia nella proposta in italiano dell’inizio di A Christmas Carol.

Traduzione estratto Atto I

 

A Christmas Carol by
Charles Dickens

Stave I

“Marley’s Ghost”

L’aver menzionato il funerale di Marley mi riporta al punto dove tutto è iniziato. Non c’era dubbio che Marley fosse morto, questo deve essere assolutamente chiaro, o non ne uscirà fuori nulla di buono dalla storia che sto per raccontare. Se non fossimo stati assolutamente certi che il padre di Amleto fosse morto prima dell’inizio dello spettacolo, non ci sarebbe nulla nel girovagare notturno di Amleto in una notte pasquale sopra i bastioni del suo palazzo di più memorabile di quanto non ce ne sarebbe stato in un qualsiasi altro gentiluomo di mezza età che se ne va in giro al buio in un posto ventilato – detto anche La cattedrale di San Paolo, per esempio -con il preciso scopo di sconvolgere la mente fragile del proprio figlio.

Scrooge non aveva mai riverniciato il nome di Marley. Stava lì, dopo anni, sulla porta del magazzino: Scrooge e Marley. L’azienda si chiamava così, Scrooge e Marley. A volte le persone che non erano familiari al business chiamavano Scrooge Scrooge, altre volte Marley.

Lui rispondeva ad entrambi i nomi, non gli cambiava nulla.

Oh! Ma era un taccagno attaccato alla sua lama da affilare, quello Scrooge! Un vecchio peccatore stritolante, straziante, graffiante, stringente, avido e attaccato a tutto! Duro e affilato come una pietra focaia da cui nessuna lama ci aveva mai ricavato un fuoco decente, segreto, concentrato su di sé e solitario come un’ostrica. Il gelo nel suo cuore aveva congelato il suo aspetto, ghiacciato il suo naso a punta, frantumato le sue guance, indurito il suo passo. Gli aveva arrossato gli occhi, impallidito le labbra e reso astuta la sua voce stridente. Una brina ghiacciata gli poggiava sul capo, le sopracciglia e il mento asciutto. Portava la sua temperatura bassa personale sempre con sé, ghiacciava il suo ufficio nei giorni più caldi e non si scaldava di un grado nemmeno a Natale.

Che fosse caldo o freddo fuori, non influenzava Scrooge. Non c’era calore che potesse scaldarlo, neppure gelo che lo facesse rabbrividire. Nessun vento poteva spirare più rancoroso, nessuna nevicata poteva cadere con una forza maggiore in raffronto con i suoi scopi, nessuna pioggia battente poteva essere meno incline alla supplica. Il clima poteva essere orribile, ma mai quanto lui.

La pioggia battente, la neve, la grandine o il nevischio avevano un’unica differenza che li avvantaggiava nel confronto con Scrooge: si manifestavano, spesso, generosamente. Questo con Scrooge non era mai accaduto.

 

 

Articolo di

Martina Russo

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