Francesco Piccolo: ‘L’animale che mi porto dentro’ o saggio sulla psicologia maschile sommersa

Il nuovo libro di Francesco Piccolo (Einaudi) è irriverente, sagace, spietato e costringe di continuo il lettore maschio ad una attenta e dolorosa presa di coscienza

 

La penna sagace ed attenta di Francesco Piccolo irrompe, ancora una volta, nel panorama letterario contemporaneo mettendo a punto una macchina narrativa che non fa sconti né eccezioni e che punta direttamente a scandagliare l’educazione sentimentale del ‘maschio etero meridionale’ continuamente in balia dello spettro del branco – della collettività maschile – il quale è in grado di determinare a fondo le sue relazioni inter-personali con l’altro sesso, in una continua legittimazione di potere e brutalità.

 

L’assunto di partenza, che rende possibile una ricerca letteraria in tal senso, è che esistano dei tratti comuni che tutti i maschi condividono, non perché siano tutti uguali, ma perché esiste un comun denominatore secolarizzato che ne contraddistingue i comportamenti di fondo, e che li rende tutti appartenenti alla medesima categoria maschile. Sono tratti ‘comuni’ che hanno una loro legittimazione in un certo tipo di cultura stazionaria ed ormai fossilizzata, che si tramanda di padre in figlio e che il singolo, di volta in volta, è costretto ad accettare sin da quando è un bambino, pena l’esclusione dal branco. Questi valori che compongono l’universo sommerso del maschio sono la virilità, il coraggio, la forza, la violenza e, primo fra tutti, il sesso. Sono valori che favoriscono la crescita in interiore homine di un animale pulsionale, inquieto, indomito che spinge il maschio verso una scissione irrimediabile, quella tra la sua parte più propriamente sentimentale e quella animale.

 

L’occhio di Piccolo è rigoroso, brutale, materialista, è quasi quello dell’etologo darwiniano che osserva scientemente il comportamento individuale di un esemplare alla luce degli stereotipi e degli schemi comportamentali che ha introiettato durante le molte fasi della sua educazione nel branco. È una scrittura che scompone e ricompone di continuo le esperienze di un ragazzo cresciuto nella Caserta degli anni ’70, le influenze e le pressioni che è costretto a subire da parte della famiglia, degli amici e di tutti i maschi che incontra nella sua vita. Ognuno di essi entrerà a far parte di quel panopticon interiorizzato che osserva e giudica di continuo le sue azioni, costringendolo ad accettare ed attuare le regole bestiali del ‘gruppo’. È una speculazione ardua, poiché autoreferenziale, che costringe l’Io narrante a riconoscere in ogni suo comportamento il giudizio dell’intera comunità maschile che grava sulle sue spalle, ma da cui ha voglia di svincolarsi attraverso una dissezione lucida del proprio modo di agire e pensare, nel tentativo di isolare ed addomesticare, poiché distruggerlo è impossibile, l’animale che portiamo dentro.

 

L’autore tra fiction, auto-fiction, romanzo e saggio

Con sguardo retrospettivo, l’autore ripercorre tutti i momenti epifanici che hanno segnato il percorso di quella che sembra essere, sin dalle prime pagine, l’autobiografia di un adulto che continua a percepire in modo più o meno esplicito i drammi, le mancanze e le delusioni della giovane età, tramutatesi in incertezze dell’età matura da cui è impossibile fuggire; la lotta continua, in particolare, contro le aspettative degli altri proiettate sulla sua vita e le sconfitte che inevitabilmente accompagnano quel sentimento di inadeguatezza nei confronti dell’ambiente e del contesto. Tuttavia, il racconto non è mai chiuso in sé stesso, l’Io narrante propone un impegno collettivo e sociale, sentendosi parte di un tessuto storico e culturale che non riguarda semplicemente la limitatezza della propria esperienza, ma varca i confini intergenerazionali ed anche letterari.

 

La narrazione, infatti, prende in prestito documenti letterari di varia natura – prevalentemente cinematografia erotica, la narrativa di Ferrante, il fumetto erotico, il romanzo d’avventura di Salgari – a supporto della sua analisi, con l’intento di creare sempre un correlato parallelo attraverso cui meglio definire un episodio o un aneddoto appena narrato; da qui lo sforzo e la tensione continua di convertire l’esperienza personale in una vicenda collettiva di genere. Tutti i riferimenti ‘esterni’ sono attrezzi e strumenti speculativi che servono all’autore per mostrare i principali processi identificativi attraverso cui viene strutturata e modellata la psicologia comportamentale dell’uomo italiano in rapporto all’altro sesso. In un certo senso, l’opera di per sé sfugge costantemente alla categorica definizione di romanzo: è un’etichetta che le va stretta e non si addice al carattere speculativo di un impegno letterario che incrocia spesso il tono e l’argomentazione della saggistica.

 

Francesco Piccolo accoglie pienamente la lezione di Montaigne – ‘sono io stesso la materia del mio libro’ – e crea una fiction che è, in realtà, un’auto-fiction, ma anche un’autobiografia, un romanzo, un saggio. È il proprio simulacro quello che viene sezionato ossessivamente su carta, ciò con cui Piccolo si sta confrontando e a cui sta cercando di estorcere una verità fin troppo scomoda; a questo simulacro l’autore fa esprimere giudizi e pensieri scandalosi, a volte osceni e abietti, senza curarsi delle reazioni che potrebbe avere il pubblico, con il quale l’autore si confronta di continuo forzandone la sensibilità.

 

Un panopticon sociale introiettato

La tensione saggistica si addensa sempre di più man mano che ci si avvicina all’amara conclusione: è il controllo sociale da parte di tutti gli altri maschi introiettati che dà forma all’identità maschile del singolo, il quale non è mai ‘solo’ con i suoi comportamenti ma costantemente accompagnato da questi sguardi che giudicano e impongono un certo tipo di rigore comportamentale; è il carcere panopticon di Foucault, in cui l’individuo si sente costantemente osservato, sorvegliato e, all’occasione, punito se si contraddicono le regole comuni. Il protagonista è così sempre sottoposto alla vigilanza della propria comunità di riferimento, un controllo totale e, soprattutto, bidirezionale in cui lo stesso individuo è al contempo sorvegliante – poiché lui stesso osserva e giudica gli altri maschi in base ai dettami comuni – e sorvegliato – poiché sente addosso la pressione dell’occhio collettivo. L’ibrido che ne fuoriesce è un soggetto non armonico in cui educazione, controllo sociale ed aspirazioni personali non coincidono mai, anzi, creano quella tensione morbosa che accompagna il carattere del maschio, sempre pronto ad esplodere in un conflitto di sorta.

L’animale che mi porto dentro

Il dualismo del maschio: ‘fame’ e sentimento

Tutto inizia con quella prima ed irrimediabile delusione d’amore, che un ragazzino come tanti è costretto a vivere nei primi anni di scuole medie. Una relazione idilliaca, platonica e, alla fine, come ogni buona relazione sentimentale, non ricambiata; quel ragazzino passerà ore su quella panchina in cui si è consumata l’amara delusione, sommerso dalle lacrime; finché, ad un certo punto, un istinto più elementare, primitivo, e per questo più forte, sgretola all’improvviso il sentimento: la fame. L’istinto di fame genera una priorità maggiore di quella sentimentale, e quel ragazzino smette di piangere e se ne ritorna pacato verso casa dove lo aspetta il pranzo in famiglia. A partire dalle prime batture del libro si fa esplicito riferimento a quel dualismo tipicamente maschile che accompagnerà la narrazione sino alla fine. Quando ritorna a casa, le lacrime sono un qualcosa di cui vergognarsi, poiché gli è stato insegnato che non bisogna mostrarle, ci vuole coraggio e virilità nella vita per farsi strada. Successivamente, l’educazione sentimentale del gruppo diventa ancora più pressante, e l’iniziazione al sesso si fa imminente: da qui il gusto di andare, con parenti ed amici, tutte le estati, a spiare i corpi nudi, diafani e perfetti delle ragazze svedesi emancipate, che all’italiano meridionale danno l’impressione di una disinibizione sessuale. Il gusto di un’azione di tal tipo, per un ragazzino in fase pre-adolescenziale, non è ancora, tuttavia, l’appetito sessuale, ma l’idea semplice di far parte di un gruppo, di una collettività animata da un medesimo forte desiderio: il desiderio sessuale.

 

Il sesso: protezione e identità del branco

Da qui, il passo verso i fumetti pornografici e la cinematografia erotica è breve, anche in questo caso sono attività che innescano una sessualità distorta, che deforma la realtà quotidiana mostrando delle scene reali ma impossibili, suscitando in ogni sguardo, gesto, intesa con il sesso femminile una tensione forzatamente sessuale per cui anche l’uomo adulto, una volta cresciuto, continuerà a categorizzare ogni donna della sua vita (colleghe, zie, amiche, collaboratrici, sconosciute al supermercato etc.) come una possibile avventura sessuale che irrompe nella pacata quotidianità del vita comune. Anche le prime conquiste e le prime ragazze sono sostanzialmente dei trofei da esibire per accertarsi dell’approvazione del branco, elemento molto più essenziale della soddisfazione sessuale in sé. Il sesso è, al contempo, protezione e identificazione: il pensarvi continuamente non solo garantiva all’adolescente Francesco di sfuggire a tutti i problemi della sua vita (conflitti con il padre, con i professori, con gli amici, delusioni sentimentali), accantonandoli e mettendoli in secondo piano (anche qui, il sesso, come la fame, è un istinto primario che mette a tacere il sentimentalismo e lo sforzo di una crescita emotiva), ma soprattutto è il mezzo attraverso cui l’individuo maschio viene finalmente considerato ed accettato dal branco.

Assolutamente suggestiva, tremenda e simbolica è la descrizione della prima notte di sesso vissuta dal giovane Francesco, durante la quale non si accorge di aver eiaculato dentro la giovanissima compagna, la quale è in balia del panico e dello sconforto, mentre il maschio è, dentro di sé, contento di aver finalmente, per la prima volta, scopato e raggiunto il traguardo:

 

E vengo dentro Elena. E vengo dentro perché non capisco davvero più niente, lo so che sto facendo una cosa che non bisognerebbe fare, ma la faccio e basta […] Elena mi guarda e non ci può credere. Sa cosa è successo ma me lo chiede lo stesso, disperata. Io le rispondo si, scusa – dagli abissi della mia ipnosi e dagli abissi di me che ancora sto pensando: ce l’ho fatta, ho fatto l’amore per la prima volta.

 

E propri alla fine, quando le speranze di redenzione del lettore maschio non sono ancora completamente consunte, ecco la grande rivelazione finale: a questo dissidio, a questa animalità collettiva da branco interiorizzata non c’è alcun rimedio, niente che possa mettere a tacere il conflitto e le tensioni psicologiche; questo conflitto è già esacerbato e profondamente radicato nella psiche, così tanto che le continue violenze fisiche e verbali ne sono il coronamento ultimo, quella facile dedizione alla violenza che intacca anche la serenità più recondita:

 

Ho pensato che dentro casa nostra gli unici tumulti scomposti e sconsiderati erano i miei, l’unico che sfogava rabbia, urlava, dava calci alle sedie e lanciava il telefonino contro il muro, ero io.

 

Una convivenza forzata

Il lavoro di Francesco Piccolo è claustrofobico ed estenuante, spudoratamente cinico nella definizione di un sé oramai contagiato dagli sguardi altrui, ma che vorrebbe con tutta la forza redimersi attraverso il sentimento, da sempre coltivato e in perpetuo conflitto con l’animalità brutale che lo accompagna di continuo. Lo scrittore suggerisce chiaramente che non vi è alcuna via d’uscita, che la comunità fantasma degli altri maschi continuerà in eterno a giudicare ed indirizzare le sue azione, a dispetto di quel sentimentalismo invocato sin dal giorno di quella prima, fatale, delusione d’amore con Federica, sulla panchina alle scuole medie. Già da allora animalità e sentimento si erano palesati attraverso la delusione e la fame, che subitamente lo avevano rimesso in piedi; la soluzione è quella di una forzata convivenza tra le due componenti, la ricerca continua di un fragile equilibrio che possa garantire la salute psichica dell’individuo, poiché l’animale non può essere né abbattuto né completamente sconfitto, rimarrà sopito, in attesa di un ennesimo selvaggio agguato al sentimento:

 

Quindi la verità è che tutto quello che ho raccontato, appena sono qui in compagnia dei miei fantasmi, tutte le sofferenze, dalla panchina di Federica fino a Parigi fino alla frase di mia moglie, fa soffrire nel modo in cui possiamo soffrire noi. Ma poi, nella sostanza, ce ne importa fino a un certo punto; nella sostanza, in fondo in fondo, se andiamo a scavare, non sentiamo niente. Adesso, in piena notte, l’unica cosa che sentiamo, è un po’ di fame.

 

 

articolo di

Claudio O. Menafra

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