Il processo di democratizzazione nelle ex colonie asiatiche e nel Medio Oriente Arabo – Parte I

 

1 – Introduzione: condizioni e contesti della democratizzazione

Nel periodo successivo al 1974, la terza ondata di democratizzazione ha investito un numero consistente di stati asiatici tra cui Turchia, Bangladesh, Tailandia, Filippine. Taiwan e altri ancora.  Molti paesi nel passaggio dal neopatrimonialismo alla democrazia sono stati influenzati dal loro passato coloniale, che li ha permeati non solo nel loro sistema politico, ma anche a livello culturale. In altri paesi il passaggio dalla dittatura alla democrazia è stato condizionato dalla collocazione geopolitica, che in alcuni casi influenza reciprocamente le relazioni tra gli stati confinanti. In questa situazione si sono trovati la Corea del Sud con la Corea del Nord, la Mongolia con Russia e Cina, Timor Est con l’Indonesia. Vi è da sottolineare poi, come l’influenza cinese, sovietica e americana ha rallentato o stimolato questi paesi nel loro cammino verso la democrazia. Tuttavia ad accelerare o rallentare la democratizzazione nei paesi con regimi non democratici contribuisce anche la tipologia di tali regimi, che possono essere sistemi monopartitici, regimi militari e dittature personali.

Sistemi monopartitici, regimi militari e dittature

I sistemi monopartitici regolano la struttura socio-politica nella sua totalità per evitare contrasti interni, ciò assicura al partito una certa stabilità che raramente è messa in crisi. Nella tipologia monopartitica rientrano in area asiatica Taiwan e la Mongolia. Al contrario risultano instabili i regimi militari, gestiti da oligarchie militari che spesso entrano in conflitto con colpi di stato che rovesciano e si risolvono tendenzialmente nella mera sostituzione del personale al potere. Regimi militari nella terza ondata di democratizzazione erano al potere in Afghanistan, Bangladesh, Corea del Sud, Tailandia e Timor Est. Anche le dittature personali si caratterizzano per una forte instabilità, la tirannia si regge salda fino a quando dura il fascino carismatico del suo capo, che perde l’appoggio delle forze armate nel momento in cui il paese si trova a fare i conti con crisi economiche e conflitti sociali a cui il dittatore non riesce a dare risposte soddisfacenti. Tra i paesi che hanno subito tale regime si ricordano il Nepal e le Isole Samoa.

La variabile geopolitica

Il condizionamento geopolitico spiega le diverse modalità con cui i regimi caratterizzanti i paesi sopra enunciati sono stati messi in crisi e deposti dalla terza ondata di democratizzazione. Una prima modalità che comporta l’adozione di un regime democratico è data dall’imposizione internazionale compiuta con intervento militare. Si pensi ad esempio alla guerra in Afghanistan, condotta dagli Stati Uniti che ha comportato l’adozione nel paese di un regime formalmente democratico. Il passaggio dal regime autoritario a parziali forme democratiche in alcuni stati è stato promosso dalla élite dominante allo scopo di ridimensionare i conflitti dovuti alla varietà etnica, concedendo autonomia locale ai diversi gruppi etnici. Questa modalità ha caratterizzato la transizione in Indonesia, Isole Samoa e Timor Est. Infine la democrazia si è imposta nel paese per volontà popolare mediante la rivoluzione pacifica, come è avvenuto nelle Filippine dopo molti anni di conflittualità e malessere sociale. Così a titolo di esempio saranno esaminati alcuni processi di democratizzazione, con riferimento ai fattori che li hanno promossi e condizionati e cioè il passato coloniale e il condizionamento geopolitico.

Dal passato coloniale al futuro democratico

La transizione da un regime di natura autoritaria a un sistema politico di stampo democratico (transizione in alcuni casi rallentata o anche bloccata da ondate di riflusso) per alcuni stati asiatici ( Filippine, Samoa ,Timor Est) e per molti stati africani ha come presupposto storico un lungo passato coloniale, che ha condizionato le vicende successive alla conquista della indipendenza e dell’autonomia nazionale. Un caso particolarmente significativo, sotto questo punto di vista, è quello delle Filippine, nella cui storia sono ravvisabili tre distinte tappe, rappresentate rispettivamente dal passato coloniale, dalla fase intermedia della dittatura di Marcos e dalla “rivoluzione pacifica” della presidenza Aquino.

 

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2 – Eredità del passato coloniale: il caso della Repubblica delle Filippine

La Repubblica delle Filippine è, dal punto di vista geografico, un arcipelago, che comprende 7.107 isole con una popolazione di circa cento milioni di persone, che rappresentano etnie diverse e differenti culture. La colonizzazione spagnola è iniziata quaranta anni dopo, nel 1565, con la spedizione di Miguel Lopez de Legazpi, che fonda la città di Cebu alla quale segue dieci anni dopo, nel 1575, la fondazione di Manila con cui inizia l’era coloniale spagnola, che si è protratta per più di tre secoli. Gli Spagnoli hanno unificato politicamente l’arcipelago, precedentemente costituito da isole indipendenti, dando vita così ad una comunità unitaria alla quale viene dato il nome Filippine dal nome del re della Spagna Filippo II. Dal 1565 al 1821 le Filippine sono state denominate territorio della Nuova Spagna con diretta amministrazione da Madrid. Un primo tentativo di porre fine al regime coloniale è compiuto con la rivoluzione filippina contro la Spagna che inizia nel mese di aprile del 1896 e termina due anni dopo con l’aiuto degli Stati Uniti, con una proclamazione di indipendenza e la costituzione della Prima Repubblica delle Filippine. Tuttavia con il Trattato di Parigi del 1898, che pone fine alla Guerra ispano-americana, il controllo delle Filippine viene trasferito agli Stati Uniti e le Filippine diventato colonia statunitense. La dominazione coloniale americana delle Filippine iniziò nel 1905 ponendo forti limitazioni al Governo locale. Una parziale autonomia (Commonwealth status) viene concessa nel 1935, preparatoria di una piena indipendenza che diventa effettiva nel 1946.

Dal regime coloniale alla pacifica rivoluzione democratica

Tra la fine del regime coloniale e la pacifica rivoluzione, che introduce nelle Filippine un sistema politico di natura democratica corre una fase intermedia, che registra una gestione fortemente autoritaria della vita politica ad opera soprattutto del Presidente Ferdinand Marcos, che nel 1972 dichiara addirittura una legge marziale. La carriera politica di Marcos inizia nel 1946, in coincidenza con la dichiarazione dell’indipendenza, quando Marcos è nominato assistente del primo Presidente della Repubblica indipendente delle Filippine, Manuel Roxas; poi, dal 1949 al 1959, è membro della Camera dei Rappresentanti, il Parlamento filippino e successivamente entra a far parte del Senato. Come Senatore propone un elevato numero di leggi e diviene una figura di spicco del Partito Liberale. Vince quindi le elezioni presidenziali del 1965, 1969 e 1981, rimanendo in carica ininterrottamente dal dicembre 1965 al febbraio 1986. Marcos avvia un ambizioso progetto di opere pubbliche e di intensificazione nella riscossione delle imposte che conduce il Paese verso un periodo di prosperità economica per tutti gli anni settanta. Dopo la sua prima rielezione, però, gli oppositori bloccarono i suoi ambiziosi piani e la vita politica è scossa dal preoccupante incremento della criminalità e dalla graduale comparsa di una guerriglia comunista e un’altra musulmana.

Per fronteggiare l’aumento della criminalità, della disobbedienza civile e la minaccia di un’insurrezione comunista, Marcos il 21 settembre 1972 dichiara la legge marziale, da li definita preludio per la creazione di una “Nuova Società basata su nuovi valori sociali e politici”. Molti oppositori politici sono costretti all’esilio.La legge marziale è revocata ufficialmente il 17 gennaio 1981 e sei mesi dopo Marcos viene rieletto per un terzo mandato della durata di 6 anni. Il regime autoritario instaurato da Marcos viene messo in crisi nel 1983 dalla delicata situazione creata dall’assassinio di Benigno Aquino e dall’aumento dell’insoddisfazione popolare. Nelle elezioni del 1986 viene nuovamente dichiarato vincitore, ma la vedova di Benigno Aquino, Corazón Aquino e i suoi sostenitori denunciano come falsi i risultati elettorali e danno inizio a una pacifica sollevazione civile e militare. Le massicce e oramai incontrollabili proteste popolari costringono Marcos ad abbandonare la presidenza e a partire per le Hawaii, dove muore il 28 settembre 1989. A sostituirlo nella carica di Presidente della Repubblica è designata Corazon Aquino, che è dichiarata vincitrice ufficiale delle elezioni.

Dinamiche e limiti del processo di democratizzazione

L’esilio politico di Marcos e del suo entourage mette in moto il processo di transizione da un regime autoritario ad una gestione democratica del potere politico. In questa azione il nuovo regime è sostenuto dal mondo cattolico e dalla Chiesa. I risultati dell’azione riformatrice sono piuttosto limitati. Si approva una costituzione di stile americano, ma nel Paese continuano gli scontri armati e gli attentati ( sei contro la stessa Aquino), evidenziando una forte instabilità politica.  La stabilità politica delle Filippine, dopo la fine del regime autoritario di Marcos, continua ad essere ostacolata dalla presenza di due gruppi armati e cioè dei guerriglieri comunisti e della minoranza musulmana. La democrazia proposta dai Presidenti che si sono succeduti nel governo del Paese si trova di fatto di fronte alla necessità di difendersi dai ripetuti tentativi di colpi di stato che complicano le operazioni finalizzate alla stabilizzazione della democrazia. Ancora oggi, fattori negativi “ostacolano il consolidamento del processo di democratizzazione” ( per Freedom House le Filippine sono uno stato parzialmente libero).

3. Il fattore geopolitico come elemento condizionante della democratizzazione

Il processo di democratizzazione, come si è precisato nella parte iniziale di questo capitolo, in alcune aree del continente asiatico è stato condizionato, positivamente o negativamente, dalla collocazione geopolitica, che in alcune situazioni influenza reciprocamente le relazioni tra gli stati confinanti.

La Corea: Nord vs Sud

In questa condizione si sono trovati l’Afghanistan nei rapporti con l’Unione Sovietica, la Corea del Sud con la Corea del Nord, Taiwan con la Cina, Timor Est con Indonesia, la Thailandia con Laos e Cambogia, la Mongolia con Russia e Cina. Un caso particolarmente interessante che dà evidente conferma all’incidenza della collocazione geopolitica è costituito dal condizionamento esercitato sulla democratizzazione della Corea del Sud e dai difficili rapporti con la confinante Corea del Nord. Dopo l’occupazione sovietica e statunitense conseguente alla seconda guerra mondiale il Paese è stato diviso in Corea del Nord (sotto l’influenza sovietica) e Corea del Sud (sotto quella statunitense). Il 20 giugno 1950 la Corea del Nord, appoggiata dalla Repubblica Popolare Cinese e dall’Unione Sovietica ha invaso quella del Sud, causando la cosiddetta “guerra di Corea”, un conflitto bellico con quattro milioni di vittime, interrotto di fatto nel 1953 con l’armistizio di Panmunjeom, che ha dato inizio alla demilitarizzazione della penisola, ma non è stato consolidato da un trattato di pace ufficiale.

Dopo l’armistizio nella Corea del Sud si svolgono elezioni democratiche ed è eletto presidente Syngman Rhee, che nell’aprile 1960, diventato troppo autocratico e corrotto è costretto a dare le dimissioni per effetto di una rivolta studentesca. Il successore, Yun Po-sun emenda la Costituzione, segnando l’inizio della seconda repubblica. Il mandato di Yun Po-Sun dura solo pochi mesi, poiché nel 1961 il potere è assunto con un colpo di stato dal generale Park Chung-hee, che diventa presidente dando inizio alla terza repubblica. Sotto il suo governo la Corea del Sud conosce una grande crescita economica, ma è sottoposta anche ad un regime fortemente autoritario e repressivo. Nel 1971, Park, confermato Presidente, dichiara lo stato di emergenza nazionale, si attribuisce un potere illimitato in campo economico e fiscale, piena libertà di riforma costituzionale. Nell’anno successivo, a causa del crescente malcontento popolare, proclama la legge marziale, limita il potere legislativo e adotta misure duramente repressive che provocano frequenti manifestazioni di piazza, organizzate soprattutto dagli studenti. In un contesto politico così agitato nel 1979 il capo dell’agenzia di intelligence coreana, in collaborazione con cinque suoi seguaci, organizza l’assassinio di Park.

All’abbattimento della dura dittatura instaurata da Park segue, dal 1979 al 1993, una fase della storia politica coreana caratterizzata da modesti tentativi di democratizzazione.  Il successore di Park, il generale Choi Gyu-nwa dà vita alla quarta repubblica con modeste iniziative di pacificazione sociale, in particolare revoca i decreti di emergenza e proclama l’amnistia. Dopo pochi mesi di governo, nel 1980 è sostituito dal generale Chun Doo-hwan, che con un colpo di Stato si impadronisce del potere e diventa presidente dando inizio alla quinta repubblica. Chun continua la modesta apertura del suo predecessore, scioglie la Conferenza Nazionale per l’Unificazione (CNU) e crea al suo posto il Consiglio Legislativo per la Sicurezza Nazionale, ritira la legge marziale e fonda il Partito Democratico della Giustizia ( PDG). Nel 1983 a Rangoon, durante la visita di una delegazione sud-coreana in Birmania, esplodono tre bombe che uccidono vari ministri del gabinetto di Chun, il governo sudcoreano ha addebitato l’evento alla Corea del Nord come atto di provocazione.

 

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Il processo di transizione dal regime autocratico militare al regime democratico civile subisce un’accelerazione a partire dal 1987, grazie anche alle numerose proteste popolari.  Un primo evidente segno di questa svolta nella direzione della democratizzazione si ha nel 1993 con l’elezione di Kim Young-sam, che è il primo presidente nella storia della Corea del Sud, che non ha precedenti militari. Il passaggio dai regimi militari al regime civile mette in moto anche tentativi di porre fine al rapporto conflittuale con la Corea del Nord, che nei decenni precedenti ha giustificato, in qualche modo, la prevalenza nel Paese del potere militare su quello civile. Nel giugno del 2000 il presidente Kim Dae-Jung incontrò Kim Jong-il presidente della Corea del Nord. Per questa manifestazione di apertura al dialogo, Kim Dae-jung fu premiato con il Premio Nobel per la pace nello stesso anno. Il 4 ottobre 2007 il presidente Roh Moo-hyun e il leader della Corea del Nord Kim Jong-il firmano un accordo di cooperazione basato su otto punti, tra cui il ripristino dei voli, degli scambi ferroviari e commerciali fra i due Stati e l’ istituzione di una squadra olimpica comune.

Dal 2009, tuttavia, le relazioni tra i due Paesi sono tornate nuovamente tese Nel febbraio del 2009 la Corea del Nord ha rotto tutti gli accordi precedentemente stipulati, accusando la Corea del Sud di cattive intenzioni.  Nell’aprile 2013 la situazione è degenerata, a causa delle esercitazioni militari congiunte della Corea del Sud con gli Stati Uniti, ritenuti una minaccia dalla Corea del Nord. Infatti è stato annullato l’armistizio che aveva posto fine alla guerra di Corea e le due nazioni si sono trovate potenzialmente in stato di guerra. La ripresa del rapporto conflittuale con la Corea Nord non ha ferrmato il processo di democratizzazione avviato sul finire del secondo millennio. Un manifesto indizio del nuovo clima è dato da un’ ulteriore novità dopo l’elezione di un presidente non militare, costituita nel febbraio del 2013 dall’elezione di Park Geun-hye, il primo presidente donna nella storia della Corea del Sud. Eredità del passato è comunque il limite che pone l’attuale regime politico coreano ai margini di una vera democrazia. La Corea del Sud è divenuta una democrazia semi-presidenziale apartitica.

Taiwan

Analogo al processo di democratizzazione della Corea del Sud, nel suo complesso, è la storia delle vicende politiche dell’isola di Taiwan, che è governata dal partito nazionalista cinese Kuomintang. Nel 1949 l’esercito del KMT, diretto da Chiang Kai-shek, è sconfitto da quello comunista di Mao Tse-Tung ed abbandona il continente cinese, rifugiandosi a Taiwan che è proclamata Repubblica di Cina. Il governo nazionalista struttura il sistema politico e sociale di Taiwan con un regime autoritario anticomunista e con elezioni parzialmente libere.  La transizione verso forme più vicine a quella democratica è avviata dal KMT nel corso degli anni ’70 dopo la morte di Chiang Kai-shek, il cui figlio Chiang Ching-Kuo è leader del partito riformatore. A spingere il governo verso aperture democratiche contribuiscono sia il clima internazionale, sia le istanze popolari. La transizione è però lenta e solo graduale. La prima azione è costituita nel 1987 dal ritiro della legge marziale che è in vigore dal 1949. Nel 1989 si hanno le prime elezioni democratiche del Parlamento.

Nel 1996 viene introdotta l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Tra il 2000 e 2008 entra in declino il KMT che viene sostituito al potere da una coalizione dominata dal Partito Democratico, dando luogo ad un’alternanza partitica che è tratto tipico delle democrazie. A spingere Taiwan nella direzione della democratizzazione contribuiscono tre fattori. Il primo fattore è costituito dall’evoluzione in senso democratico dell’élite, avviata e sostenuta proprio dal figlio di Chang Kai-shek.. . Il secondo fattore è quello economico tra gli anni ’50 e gli anni ’70 l’economia, che ha carattere prevalentemente agricolo, registra un notevole processo di industrializzazione con un elevato sviluppo economico, che incide profondamente sulla fisionomia della società, elevando il livello di istruzione e lo spirito liberale nella classe media. A questi due fattori interni si aggiungono come terzo fattore le spinte internazionali. A Taiwan si è assistito ad un effetto valanga determinato, secondo Whitehead, dall’avvio dei processi di democratizzazione nei paesi confinanti. Storicamente, la RDC è stata dominata dalla politica del partito unico dell’uomo forte. Questo retaggio ha avuto come risultato la concentrazione dei poteri esecutivi nell’ufficio del presidente piuttosto che del primo ministro, anche se la Costituzione non fissa esplicitamente l’ampiezza del potere esecutivo del presidente.

Nella realtà, molti poteri esecutivi sono esercitati dal presidente della Repubblica. Il sistema politico della RDC non si adatta ai modelli tradizionali e oscilla tra sistema presidenziale e sistema parlamentare. A creare qualche problema ad una regolare e coerente transizione contribuisce lo stato di isolamento internazionale. Molti membri dell’ONU, tra cui USA, Regno Unito, Russia e Francia non riconoscono il diritto a rappresentare il governo legittimo della Cina continentale. La questione irrisolta delle relazioni con la Cina. Pertanto è fattore di instabilità che pesa sull’equilbrio interno e ne condiziona la transizione verso forme più sicure e radicali di democrazia, che a Taiwan resta tutt’ora solo democrazia parziale, assimilabile solo in parte al modello di democrazia adottato altrove.

 

Articolo di

Lucio Altina

 

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