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Il Signore degli Anelli – Traduzioni a confronto

Analisi delle critiche mosse all’ultima traduzione della famosa trilogia di Tolkien

Se frequentate anche solo un poco l’ambiente Tolkeniano, sicuramente non vi sarà sfuggito l’aspro dibattito che si è venuto a creare, da ottobre a questa parte, sulla nuova traduzione de La Compagnia Dell’Anello. Curata da Ottavio Fatica, la nuova traduzione de Il Signore Degli Anelli rappresenta un argomento che sta più che mai tornando alla ribalta in questi giorni, data l’imminente uscita della seconda parte del volume, la quale è prevista per la fine di Aprile. Ho trovato particolarmente interessante il dibattito venutosi a creare attorno a questa nuova traduzione, in quanto sembra aver polarizzato l’opinione dei lettori senza lasciare alcuno spazio a reazioni di neutralità o indifferenza. Da un lato,  sono molteplici le voci che si sono levate in difesa della traduzione “storica” del volume, soprattutto da quando Bompiani è stata costretta a ritirare dal mercato – per motivi legali – le copie rimaste della precedente edizione, tradotta da Vittoria Alliata di Villafranca e Quirino Principe; dall’altro, sono molti i lettori che hanno invece trovato piacevole lasciarsi trasportare per le vie della Terra di Mezzo sotto la guida di Ottavio Fatica.

Il Signore degli Anelli - Traduzioni a confronto
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Le traduzioni “originali”

Di per sé, le vicende editoriali de Il Signore Degli Anelli in Italia non sono mai state noiose. Pur non volendo scendere nel dettaglio di una cronologia abbastanza complessa, è importante notare che quella che agli occhi di molti è percepita come la traduzione italiana “originale” del Signore Degli Anelli , non è in realtà che una delle molte traduzioni del volume circolate sul mercato italiano. Alla primissima traduzione commissionata dalla Astrolabio, a cura esclusiva dell’Alliata e mai giunta effettivamente sul mercato, seguirono almeno altre tre traduzioni, di cui le più importanti e impresse nella memoria collettiva sono:

  • La traduzione pubblicata da Rusconi nel 1970, che altro non è che la prima traduzione dell’Alliata ma riveduta e pesantemente corretta da Quirino Principe.
  • La traduzione pubblicata da Bompiani nel 2003, che riprendeva la precedente traduzione di Alliata e Quirino ma con ulteriori correzioni suggerite dalla Società Tolkeniana Italiana.

Per tanto, parlare di una traduzione originale risulta oltremodo complesso, dato che molte sono state le modifiche effettuate, di ristampa in ristampa, alla primissima traduzione. Quali sono quindi i pregi ed i difetti di questa tanto dibattuta nuova traduzione? Ovviamente, la risposta cambia a seconda della voce interpellata. Lo scopo di questo articolo, dunque, non è tanto quello di concentrarsi su pregi e difetti – se pur è possibile che l’argomento faccia capolino fra una riga e l’altra – bensì quello di evidenziare gli elementi di differenza fra la versione del 2003 a cura di Alliata e Principe e la nuova versione a cura di Fatica.

Controversie e traduzione dei nomi propri

La differenza che salta immediatamente all’occhio è anche quella che più di tutti ha fatto scaldare gli animi: le nuove scelte di traduzione operate da Fatica per i nomi propri, per la toponomastica e per le numerose poesie presenti nel testo. Forestali al posto di Raminghi, Cavallino Inalberato al posto di Puledro Impennato, Brandaino al posto di Brandibuck; molte sono state le reazioni di sdegno di fronte alle nuove scelte di nomenclatura adottate da Fatica. In particolare, la critica principalmente rivolta a tali scelte è quella di aver smorzato il senso dell’epico che è un po’ il cuore fondante dell’opera del filologo di Oxford. Se da un lato riconosco che per alcuni termini questa critica possa essere effettivamente comprensibile, c’è anche però da notare un certo lavoro di ricerca etimologica operato da Fatica (e da lui ricordato in diverse interviste) nella traduzione della nomenclatura Tolkeniana.

Molte delle scelte che ci fanno storcere il naso e struggere di nostalgia per la vecchia traduzione possono dunque risultare riscattabili alla luce di una maggiore aderenza alle sfaccettature che l’autore – nell’originale – intendeva suggerire nel significato di un singolo nome. Malgrado ciò, è importante notare come tale scelta di traduzione non è però stata applicata a quello che forse è il nome più importante in questa intera faccenda dell’unico anello: quello della famiglia Baggins. È dunque la mancanza di coerenza interna (o più probabilmente di coraggio) l’unica critica che mi sento di muovere alle scelte di traduzione della Bompiani, sebbene mi renda conto dello scompiglio che avrebbe potuto generare la trasformazione di tutti i Baggins in Sacconi. Inoltre, sarebbe stato forse utile includere una mappa a partire già dal primo volume, di modo da non lasciarci sperduti come Hobbit in luoghi (quasi) sconosciuti.

Il registro utilizzato e il sapore epico

La seconda differenza che salta all’occhio, ma che non ha suscitato altrettanto scalpore fra le fila degli appassionati, è l’utilizzo di diversi registri di linguaggio applicati a personaggi di diversa estrazione culturale. Tale differenziazione, sebbene presente nel testo originale, non era infatti mai trapelata dalle traduzioni di Alliata e Principe, che mantengono per qualsiasi personaggio un registro abbastanza aulico. Probabilmente è stato anche questo fattore a suggerire agli appassionati di vecchia data la percezione del Signore degli Anelli come un libro esclusivamente epico, lasciandoli dunque particolarmente esposti all’impatto con alcune scelte di traduzione di Fatica, fondate invece su di un registro volutamente più basso e quasi dispregiativo (come nel caso dei Forestali).

E malgrado l’epica sia indubbiamente parte dello spirito dell’opera tolkeniana, è importante ricordare come in tutte le vicende narrante ci sia un altro importante tema che serve a far da controcanto all’epicità del racconto: la quotidianità. È per salvare la semplicità della vita nella Contea che Frodo decide di partire, abbandonando la sicurezza della sua agiata quotidianità per andare incontro a sfide epiche, di un sapore leggendario che sarebbe stato altrimenti sconosciuto ad un Hobbit. È dunque importante rendere tale elemento limpido e distinguibile anche per mezzo dell’uso di diversi registri linguistici, con l’obiettivo non solo di una maggiore aderenza all’originale, ma anche di un efficace creazione di quel contrasto fra quotidiano e straordinario che contribuisce a rendere Il Signore degli Anelli il classico senza tempo che noi amiamo.

Una lettura più accessibile

In fine, esiste una terza ed ultima differenza principale che penso sia utile far notare al fine di avanzare un’analisi  di natura più generale su questa nuova traduzione. Si tratta dell’assenza, nella traduzione di Fatica, del sistema della doppia aggettivazione, il quale caratterizzava invece la traduzione di Alliata. È una differenza che, per quanto piccola, trovo utile far notare perché spiega – sebbene solo in parte – l’elemento che ho più apprezzato di questa nuova traduzione: la facilità di lettura. In generale, il grande pregio del lavoro di Fatica è una maggiore agilità dei periodi, la quale non si traduce necessariamente in un utilizzo di parole più semplici (anzi, non è affatto questo il caso), ma che nel complesso contribuisce a rendere i paragrafi più scorrevoli e facilmente affrontabili pur non intaccandone la struttura peculiare. Alla luce dunque di queste differenze, quello di cui sono convinta è che la nuova traduzione di Fatica possa non solo servire bene le nuove generazioni di lettori che si approcciano a Tolkien per la prima volta, ma possa inoltre costituire anche un nuovo rinfrescante punto di partenza per tutti gli appassionati di vecchia data che – superata l’iniziale ostilità dettata dalla nostalgia del conosciuto – vogliano partire nuovamente per un viaggio alla scoperta della Terra di Mezzo.

 

Articolo di

Irene Giorgia De Grisogono

 

5 commenti su “Il Signore degli Anelli – Traduzioni a confronto

  1. Perfettamente d’accordo sul fatto che una traduzione doveva essere rifatta per correggere alcuni errori e refusi e per snellire la prosa, forse, un po’ datata.
    Ma dopo cinquant’anni cambiare nomi che sono entrati nell’immaginario collettivo (compreso l’immaginario dei ragazzini che hanno ammirato il signore degli anelli sul grande schermo) non solo non ha senso ma contribuisce a creare confusione nei nuovi lettori e frustrazione nei nuovi.
    E non mi si venga a dire che i nuovi nomi sono più in linea con le volontà dell’autore, perché vorrei francamente capire che differenza ci sia tra Ombromanto e Mantombroso, oppure tra Granpasso o Passolungo.
    Dai, sono cambiamenti fatti solo per dispetto (almeno così appare).
    Se si voleva operare un cambiamento in linea con la filosofica narrativa dell’autore, i nomi andavano traslati in lingua originale, quindi Gran Burrone (nome che a me non è mai piaciuto) sarebbe dovuto “tornare” ad essere Rivendell. Ramingo poteva tornare ad essere Ranger, Samvise poteva tornare ad essere Samwise e non Samplicio, e così via.
    Gli italiani sono pronti ad accettare nomi in inglese nei testi.
    Che grande occasione abbiamo perso.

    1. Condivido il commento di Giuseppe, se proprio si voleva rendere la traduzione più “moderna” e più in lniea con la lingua parlata attuale, era meglio mantenere i nomi originali in Inglese, eventualmente fornendo una appendice con le indicaziuoni delle (possibili) motivazioni che hanno giudato Tolkien nella sua scelta.
      Se poi si ritiene di essere un “buon traduttore”, il signor Ottavio Fatica avrebbe potuto almeno fare un pò più “fatica” nell’evitare anche alcune sviste grossolane (non solo dovute ad una libera interpretazione): già nel quarto paragrafo iniziale “Isengrim the Second” è diventato “Isumbras Terzo”. Ma si sa … “de gustibus” …

  2. Sono d’accordo con il commento precedente. Mi sembra che tradurre i nomi propri dei personaggi sia inutile, anche se si vuole marcare la differenza tra i nomi più comuni degli Hobbit e i nomi più “esotici” o più elevati di altri personaggi. C’è comunque una notevole differenza tra Merry Brandybuck e Re Theoden, senza necessità di trasformare Brandybuck in Brandaino… Avendo letto il Signore degli Anelli in inglese apprezzerò sicuramente la varietà di registri linguistici della nuova traduzione, ma ho provato un po’ di fastidio nel vedere i nuovi toponimi (a parte “Hobbiton”, che mi sembra molto meglio). Magari è solo questione di abitudine, ma chissà che non si possa correggere il tiro! Samwise potrebbe rimanere tale.

  3. Sono d’accordo con il commento precedente, e mi chiedo che necessità ci sia nel tradurre i nomi propri dall’inglese; anche se non tutti sono in grado di apprezzare questo capolavoro in lingua originale, un po’ di inglese lo mastichiamo tutti, e se anche ci sfugge, almeno a una prima lettura, il significato di Brandybuck, meglio l’originale di “Brandaino”. In realtà, la differenza tra la quotidianità degli hobbit e il tono epico di Rohan o della Montagna Solitaria si coglie benissimo senza bisogno di tradurre i nomi. Alcuni toponimi non si possono sentire: che cosa è saltato in mente a un bravo traduttore come Fatica di rendere Mirkwood con “Boscuro”? L’effetto è da Melevisione (e non lo dico per nostalgia: Bosco Atro, Gran Burrone, ecc. non mi sono mai piaciuti). Per il resto, ho apprezzato molto la resa dei vari registri linguistici, che mi sembra diano più spessore ai personaggi.

  4. Scusa, ma sul serio trovi scorrevoli pezzi tipo “ecco azzurre e viola le montagne bianche, con i loro picchi picei incuffiati di nevi baluginanti, che il mattino arrosava”? “Il Rauros rugliava immutabile”?
    Trovi buona la resa di “turf-covered hobbit house” con “case hobbit con i tetti ricoperti di cotica”?

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