Exp. #1 – Sogno Lucido – Racconto breve

Tutta la sua figura era impregnata di torpore e sonnolenza. Quando bussai alla sua porta, il vecchio capo del villaggio era forse immerso in un sacro sonno pomeridiano, oppure in contemplazione, come molti abitanti ritenevano da tempo, in quanto mai nessuno lo aveva visto durante le ore del meriggio e mai nessuno avrebbe certo osato scoprirlo di persona. Tuttavia, il fatto che fossi un forestiero mi spinse ad infrangere questa piccola regola della comunità, nella speranza che l’esuberanza mi sarebbe stata perdonata. Dovevo sapere! Non c’era più tempo, non dovevo perdere l’occasione! Iniziavo a percepire i primi segnali dell’alba. Il sogno stava svanendo, e con esso la mia capacità di figurarmi interamente gli oggetti che mi circondavano.

 

La neve non ricopriva più le mie gambe, al suo posto, uno strano formicolio caldo che risaliva verso il basso ventre.

 

Il capo del villaggio, un vecchio smilzo dalla lunga barba argentea, non si era per nulla scomposto quando mi vide fermo dinanzi alla sua dimora, ma il suo sguardo parlò per lui, le sue sopracciglia arcuate mi rimproveravano austeramente del gesto, mentre le gelide pupille continuavano a fissarmi direttamente senza profferire parola alcuna.

Capii di non essere ben voluto, ma ancora una volta osai:

 

‘Ho bisogno di sapere dove si trovano gli dei scomparsi!’.

 

Il vecchio ritrasse subito tutta la sua figura, quasi come intimorito, e tuonò:

 

‘non è l’ora né il momento, il dio sceglie quando giungere’

 

A quel punto il vecchio si ritirò dentro il suo abitacolo lasciandomi, questa volta, con i piedi nudi che affondavano in una neve gelida e farinosa. Guardai l’orologio. Qualcuno mi disse di tenerlo sempre sotto controllo durante questo tipo di esperienza. Mi ricordai all’improvviso di consultarlo, ma le sue forme erano irriconoscibili, tanto meno era possibile decifrare l’ora esatta.

 

Fu a quel punto che intravidi all’orizzonte un’enorme montagna ricoperta di neve e circondata da uno strano ammasso di atmosfera indistinta che ne rendeva impossibile scorgerne la cima.

Mi sembrò che la montagna non avesse fine e che la sua vetta avesse trafitto il cielo e fosse rimasta incastonata nell’Olimpo. Quella montagna doveva essere il collegamento verso la dimora degli antichi dei.

 

Durante la traversata incontrai una serie di personaggi strambi che discendevano dalla montagna accompagnati dal seguito di alcuni animali che ne dilaniavano le carni, incitandoli a proseguire. Vidi soprattutto un uomo, che mi passò di fianco, senza nemmeno degnarmi di uno sguardo. Era grasso e bitorzoluto, dai suoi polpacci sgorgava del sangue. Una delle gambe si avviava alla guarigione, e grazie ad essa l’uomo riusciva a trascinarsi nella neve. Proprio su quella gamba si avventò una volpe rabbiosa, che spumava dalle fauci e ad aveva occhi di serpe. L’animale strappò un lembo di carne e l’uomo cercò sollievo nella gelida neve, affondando l’intera gamba nella sua coltre. E così notai che l’animale seguitava a mordere e strappare le carni della gamba in via di guarigione, alternando tra le due, dando così la possibilità all’uomo di continuare la traversata, sebbene straziato dalle continue incursioni dell’animale. Il sangue, ormai nero ed impietrito, segnava il percorso compiuto dall’uomo, che a mano a mano si allontanava dalla vetta in lontananza.

 

Verso la metà della traversata un’altra inquietante figura, una donna ossuta e denutrita si trascinava tra la neve, e veniva continuamente attaccata da rapaci che le strappavano i capelli e parti di cute. Era possibile intravedere i frammenti di cranio vivo che ne avevano preso il posto. Il sangue seguitava a colare sul tutto il viso della povera donna facendo da cornice spettrale ad un volto che sembrava fissare nel vuoto.

La donna non correva per nulla né cercava di sfuggire alle creature volanti, anzi, con passo fiero e stanco continuava la traversata come fosse tutto parte di un percorso di redenzione. Solo nell’avvicinarmi mi resi conto che portava in grembo un bambino e che forse stava proteggendolo con tutto il suo corpo dai tremendi attacchi dell’arpia.

 

Non c’era tempo da perdere!

 

Chiesi alla donna frettolosamente se fosse questo il percorso che mi avrebbe condotto alla sacra dimora degli dei antichi e se avesse qualche testimonianza del loro aspetto. Ma la donna non rispose. Al suo posto fu la macabra creatura tra le sue braccia a profferir parola in modo che mai avrei immaginato:

 

‘Agli uomini non è concesso sapere. Gli dei vollero preservarli.’

 

Proseguii il mio viaggio, e mi lasciai alle spalle la donna. Credetti che la popolazione, come di consueto, fosse superstiziosa e che la sventura di quelle pene impediva loro di ragionare. Con mio stupore notai che la neve non mi procurava alcun attrito durante la traversata. Era diventata leggera, rarefatta come l’aria ed il vento quando ci si trova ad un’altezza considerevole.

 

La salita stessa non mi risultò assolutamente faticosa. Sembrava uno scivolare rapido e leggero tra gli ammassi di ghiaccio, in cui riuscivo persino a specchiarmi, ma la figura che mi rimandavano non la riconobbi. Un’ombra. Niente più. Resa fluttuante dalla natura irregolare della materia. In alcuni di essi neppure comparivo. Smisi di pensarci e continuai.

 

Finalmente, dopo quelle che mi sembrarono alcune ore, giunsi alla terribile vetta. All’intersezione di cielo e terra, dove la montagna trapassava il feltro stellato.

Cercai di volgere lo sguardo dall’altra parte del mondo, ma sembrò di guardare attraverso il mare nero, scuro e terribilmente immenso. Non vi era alcun orizzonte e nessuna traccia umana potevo scorgere. Nessuna impronta, nessuna manomissione dell’ambiente. Nessun idolo o simulacro era mai stato eretto in quelle sconfinate zone di frontiera. Pensai che sarei stato l’unico testimone.

Uno strano senso di vuoto incolmabile mi spinse ad infrangere tutti gli avvertimenti e soprattutto quell’immondo confine senza vie. Mi gettai nel mare nero del cielo sovrastante e mi ritrovai catapultato nell’altro mondo.

 

Fui assalito dal terrore quando vidi l’inumano spazio tetro e sconfinato che mi si parava dinanzi. Nessuna neve, nessun cielo, nessuna vita. Solo il puro vuoto inesprimibile. Il freddo e malinconico Nulla. Non era possibile guardarvi perfettamente attraverso. Seppi in quel preciso istante di essere prossimo alla fine, poiché un brivido mortifero percorse tutta la mia schiena. Mi ricordai come d’un tratto un vecchio detto del mio villaggio: quando la morte passa accanto, sentirai freddo.

 

Immonde creature infestavano quei luoghi nauseabondi ed oscuri. Sentivo il loro pesante respiro passarmi accanto, soffermarsi ed assaporare la mia carne. Facevano la guardia a qualcosa di tremendo, che voleva rimanere nascosto e celato agli esseri umani. Chimere orripilanti, maestosi guardiani degli inferi che preservavano l’ingresso del cielo. Una tremenda paura assalì tutto me stesso. Il cuore mi prese a battere all’impazzata quando un grido lancinante di donna straziata percorse il mio udito. Presi a correre senza una direzione. Ma le voci ed i respiri non si allontanavano. La logica di tempo e spazio era terminata all’apice della montagna. Più volte tentai di lottare. Lanciai calci e mi dimenai come un ossesso, mentre quegli esseri rimanevano nell’ombra. Stremato caddi pesante al suolo e persi completamente i sensi assalito dalle bestie. Rimasi incosciente per un tempo infinito ed immemorabile.

 

Mi svegliai, e riaprendo gli occhi mi trovai immerso in un limbo senza fine. Un vapore gelido e soporifero mi si dipanava intorno. Non riuscii mai più a tornare alle illusioni della veglia, non riabbracciai mai più i miei cari. Il loro stesso ricordo iniziò a decomporsi, sfarinandosi nella mia mente.

Le loro immagini si accavallarono sino a divenire un tutt’uno di irriconoscibile.

 

Da quel momento vivo in eterno in questo limbo onirico senza scampo. Il mio corpo è ormai morto, ma purtroppo con esso non la mia coscienza. Essa è destinata a vagare in eterno, discendendo la montagna infinita di questo oltretomba, mentre una lince seguita a sbranare le mie membra senza mai annientarmi del tutto, lasciando quel tanto di vita che basta per la sofferenza.

 

di

Claudio O. Menafra

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