L’epidemia al tempo del “Decameron” e de “I Promessi Sposi”

Rilettura di opere più attuali che mai

Non mai ci saremmo potuti immaginare di doverci sentire così impotenti di fronte un essere invisibile e così letale. Le giornate passano lentamente, il tempo sembra scorrere a rilento fra i rintocchi della paura. Il respiro del terrore riecheggia all’interno delle mura e per le strade delle città italiane. Il frastuono del silenzio connota vibrazioni sonore che accompagnano placidamente l’ inquietudine. Ovviamente mi riferisco alle descrizioni dei due capolavori di Boccaccio e Manzoni che ci descrivono un’Italia distante nel tempo ma ugualmente in stato di epidemia. Fra la pubblicazione delle due opere ne sono trascorsi di secoli ma da come si osserva nel corso del tempo tutto è rimasto uguale, persino oggi giorno che stiamo nel XXI secolo la ripercussione è struggente. Grazie alla (ri)lettura di questi frammenti la domanda nasce spontanea: tutto questo si sarebbe potuto evitare?

Il disordinato avvento della “Peste di San Carlo”: fra scompiglio storico e cronachistico

Con un piccolo salto fra le righe del capitolo XXI si capiscono le intenzioni dello scrittore che scrive: “E in questo racconto, il nostro fine non è, per dir la verità, soltanto di rappresentar lo stato delle cose nel quale verranno a trovarsi i nostri personaggi; ma di far conoscere insieme, per quanto si può in ristretto, e per quanto si può da noi, un tratto di storia patria più famoso che conosciuto”. Un’Italia invasa dal virus della peste che, oltrepassando le Alpi trainata dall’armata dei Lanzichenecchi, riesce al colpire nel cuore della penisola “La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia”. Le notizie sono poche, per lo più lacunose ed approssimate, con dimenticanze ed equivoci. Il testo cronachistico di riferimento per narrare l’epidemia risale 1630 ed è stato scritto dal presbitero Ioseph Ripamontius (Giuseppe Ripamonti) intitolato “De peste quae fuit anno 1630”. Sebbene la fonte non sia perfettamente corretta, nessuno, negli anni successivi, si è posto il
dilemma di revisionarla .

Tra finzione e realtà

Alessandro Manzoni offre un quadro, al lettore, della situazione generale senza però prendere troppo sul serio ciò che scritto in quanto consapevole di trovare parti mancanti nel fascicolo. L’obiettivo di Manzoni è quello di ricostruire la situazione in Italia attraverso una possibile ricostruzione delle conseguenze riportate:

In tutte poi regna una strana confusione di tempi e di cose; è un continuo andare e venire, come alla ventura, senza disegno generale, senza disegno ne’ particolari: carattere, del resto, de’ più comuni e de’ più apparenti ne’ libri di quel tempo, principalmente in quelli scritti in lingua volgare, almeno in Italia; se anche nel resto d’Europa, i dotti lo sapranno, noi lo sospettiamo. Nessuno scrittore d’epoca posteriore s’è proposto d’esaminare e di confrontare quelle memorie, per ritrarne una serie concatenata degli avvenimenti, una storia di quella peste; sicché l’idea che se ne ha generalmente, dev’essere, di necessità, molto incerta, e un po’ confusa: un’idea indeterminata di gran mali e di grand’errori (e per verità ci fu dell’uno e dell’altro, al di là di quel che si possa immaginare), un’idea composta più di giudizi che di fatti, alcuni fatti dispersi, non di rado scompagnati dalle circostanze più caratteristiche, senza distinzion di tempo, cioè senza intelligenza di causa e d’effetto, di corso, di progressione.

Il Manzoni continua a deridere gli storici del tempo “Il protofisico Lodovico Settala, ché, non solo aveva veduta quella peste, ma n’era stato uno de’ più attivi e intrepidi, e, quantunque allor giovinissimo, de’ più riputati curatori; e che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione, come si ha dal Ragguaglio del Tadino”

Passa il tempo e tutto peggiora

L’avanzata dei Lanzichenecchi proseguiva indisturbata in Italia, senza che nessuno si preoccupasse dei primi sintomi del virus. Intanto i nemici uccidevano e saccheggiavano tutto ciò che potevano. Ci fu un primo tentativo di avvisare le alte cariche per un’imminente pestilenza da parte di Lodovico Settala “ché, non solo aveva veduta quella peste, ma n’era stato uno de’ più attivi e intrepidi, e, quantunque allor giovinissimo, de’ più riputati curatori; e che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione, come si ha dal Ragguaglio del Tadino”. Constatando questo eventuale pericolo in cui era sottomessa la popolazione, il tribunale decise di nominare un commissario per indagare a riguardo supportato da un medico che avrebbe dovuto incontrare a Como,

Tutt’e due, o per ignoranza o per altro, si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiero di Bellano

secondo il quale la peste non esisteva ma che in realtà il contagio “dipendeva dell’emanazioni autunnali delle paludi, e negli altri, effetto de’ disagi e degli strapazzi sofferti, nel passaggio degli alemanni”. Ancora una volta si vede, anche grazie l’introspezione interna dei personaggi, come Alessandro Manzoni deride l’ignoranza di chi comanda e la negligenza con la quale si valutano la situazione attraverso le credenze e il linguaggio del gergo, simboli di un importante analfabetismo. Intanto il contagio divampava nelle regioni, gli infetti aumentavano così come aumentavano i decessi. Le persone iniziarono a segregarsi dentro le mura della città, in “auto-quarantena”, alcuni iniziarono la fuga verso altre città più sicure. Non bisogna dimenticare che il re Filippo IV aveva scritto una lettera al governatore in cui lo avvisava che, da Madrid, erano scappati quattro untori francesi “ricercati come sospetti di spargere unguenti velenosi, pestiferi: stesse all’erta, se mai coloro fossero capitati a Milano”. Che non si dica che tutto è avvenuto all’improvviso e senza un preavviso. Quando la peste era pronta a sterminare gran parte della popolazione  “Però, scoppiata e riconosciuta la peste, il tornar nelle menti quell’avviso poté servir di conferma al sospetto indeterminato d’una frode scellerata; poté anche essere la prima occasione di farlo nascere”.

Ben due secoli prima nel Decameron

Maravigliosa cosa è da udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da’ miei non
fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da
fede degna persona udito l’avessi

Correva l’anno 1348 quando “nell’egregia città di Fiorenza” dopo aver contaminato i vasti territori europei partendo dall’oriente.

Da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere
o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti,
a cui  grandi e rade e a cui minute e spesse. E come il gavocciolo primieramente era stato e
ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno

inoltre nessuno fra i medici sapeva quale fosse o addirittura se esistesse un probabile rimedio per questa invasione “A cura delle quali infermità né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse o che la ignoranza de’ medicanti (de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse e per consequente debito argomento non vi prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra ’l terzo giorno dalla apparizione de’ sopra detti segni, chi più
tosto e chi meno e i più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano”.

La situazione anche qui fu tragica e colse tutti alla sprovvista. I tempi erano remoti ed erano diversi, non c’era tutta la conoscenza che abbiamo oggi, le distanze dovevano essere maggiori, bisognava fuggire, scappare il prima possibile e trovare un rifugio lontano dai villaggi. “Che più si può dire (lasciando stare il contado e alla città ritornando) se non che tanta e tal fu la crudeltà del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra ’l marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità e per l’esser molti infermi mal serviti o abbandonati ne’ lor bisogni per la paura ch’aveono i sani, oltre a centomilia creature umane si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti, che forse, anzi l’accidente mortifero, non si saria estimato tanti avervene dentro avuti?”. I 10 personaggi fuggono dalle loro abitazioni, dalle loro famiglie il tutto è dipeso dalla voglia di continuare e di non arrendersi ai mali “de’ corpi superiori  o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali”. Si riunirono tutti assieme nel cuore della  natura, idealizzando un’ipotetica società nuova basata su valori “cortesi” grazie anche ad un nuovo registro di leggi ed emendamenti da promulgare e dar far rispettare alla popolazione.

 

Articolo di

Fabrizio Bianchi

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