La peste, la natura di una pandemia

La peste, la natura di una pandemia

La peste, una chiave di lettura sempre attuale per l’ermeneutica della realtà

Nell’anno di grazia 1947, lo scrittore Albert Camus pubblica La peste, romanzo tornato ultimamente di gran moda tra un aperitivo su Duo e l’altro. Sta di fatto che in Francia, in piena occupazione nazista, a un quarto di secolo dalla strage perpetrata dall’influenza spagnola, Camus si mette a pensare ad altro, o almeno così pare. E lo fa probabilmente con lo spirito del vecchio asmatico di cui ci racconta, che occupa le sue giornate contando i ceci e che allude entusiasta al sopraggiungere dell’evento nefasto. Uno scandalo, per carità, se pensiamo ai forni crematori del nord che attualmente non ce la fanno a smaltire il lavoro o ai medici che si trovano a dover scegliere tra un paziente e l’altro chi è più atto alla vita, ma insomma: Camus sembra svolazzare altrove e noi – e per fortuna siamo in tanti – cerchiamo d’imitarlo.

La peste, la natura di una pandemia

A Orano, una cittadina dell’Algeria francese, in cui le rondini non arrivano a primavera e i cui abitanti, alienati nel dovere così come nel piacere, non si concedono mai alcun “soupçon d’autre chose”[1], scoppia all’improvviso un’epidemia di peste. Da qui parte la narrazione del dottor Rieux, che, insieme ai suoi confidenti e collaboratori “à mille lieues de la peste”[2], si trova a combattere a testa bassa contro le vicissitudini, senza aspirare in nessun modo all’eroismo o alla santità. Infatti, nel romanzo di Camus, l’egoismo dell’individuo soccombe al bene comune anche nel caso del giornalista Rambert, che nonostante finalmente abbia trovato il modo di ricongiungersi alla donna amata, decide di restare tra i “pestiférés”, ritenendo che l’onta della fuga lo renderebbe indegno d’amore (e qui l’autore si serve di un vecchio Leitmotiv della letteratura francese). Ebbene: a dispetto di qualsiasi divagazione, la peste del nazismo andava combattuta proprio in questo modo. D’altronde, Camus introduce la sua opera con la seguente citazione di Defoe: « Il est aussi raisonnable de représenter une espèce d’emprisonnement par une autre que de représenter n’importe quelle chose qui existe réellement par quelque chose qui n’existe pas »[3].

« Une ville tout à fait moderne »

Ma lo scrittore esistenzialista non si limita a parlare del nazismo, bensì descrive “une ville tout à fait moderne”[4], distratta dalla mancanza d’immaginazione, che in qualche modo concorre allo sviluppo dell’epidemia o piuttosto della peste del totalitarismo. E la descrizione di quella città, i cui abitanti alle prime avvisaglie del pericolo si rifiutano di “scendere dalla ruota”, è purtroppo oltremodo attuale. La vera causa, la vera peste, nel nostro caso potrebbe essere proprio questa. A tal proposito, stamattina leggevo una traduzione pubblicata sul “Manifesto”[5] di un articolo molto interessante scritto per il quotidiano spagnolo “El Diario”[6] da Àngel Luis Lara, che attinge da fonti autorevoli per approfondire la “Causalidad de la Pandemia”. A quanto pare, l’incremento di virus mortali negli ultimi due decenni, ivi compreso il Covid 19, è legato alla crescita dell’allevamento intensivo, nonché alla deforestazione. Nel caso della pandemia in corso, l’allevamento industriale avrebbe infatti favorito i contatti tra maiali e pipistrelli, relegati ad habitat sempre più minuti, permettendo lo sviluppo di ulteriori ceppi del virus. In questo caso, come in altri, la malattia ha oltrepassato la barriera tra specie, provocando tragiche conseguenze. In altre parole “ad ogni corpo che tocca e fa ammalare, il virus reclama che tracciamo la linea di continuità tra la sua origine e la qualità di un modo di vita incompatibile con la vita stessa.”[7]

Otkaz, rifiuto-preparazione

Alla luce di questo, dovremmo forse anche noi combattere la nostra peste “senza alzare gli occhi al cielo”[8], circoscrivere il raggio d’azione e intraprendere un lavoro certosino, cogliendo le opportunità che la pandemia porta con sé. Si tratta di una lotta diversa da quella immaginata da Camus; qui non c’è siero che tenga né tantomeno un gerarca a cui tendere un’imboscata, ma a ciascuna peste il suo. E poi forse, una volta tanto, dovremmo considerare la fortuna di trovarci nel paese della “trunkner Selbstvergessenheit”[9], come scrisse un ospite d’onore che ne rimase irrimediabilmente stregato, anche se, nell’odierno contesto, forse anche questa travolgente definizione andrebbe messa in discussione. Dovremmo essere fieri di popolare le coste che servirono da approdo a Enea e di vivere nel paese in cui, come avrebbe detto Max Weber [10], ci si accontenta, come il vecchio asmatico, di scandire il tempo contando e ricontando la stessa quantità di ceci. Dovremmo essere orgogliosi di esser parte più o meno integrante di una comunità che non ci pensa due volte a preservare i suoi strati più deboli, la zavorra che altrove hanno pensato bene di poter sacrificare in nome dell’immunità di gregge, con l’intento di cavalcare l’onda piuttosto che d’invertire la rotta. Dovremmo essere felici, infine, del fatto che ci sia stato dato il tempo per capire, per riflettere e per trasformare, nell’attesa di tornare, come il viaggiatore Tarrou[11], a gioire alla vista dei gatti per strada.

Note:
  1. Camus, Albert : La peste. Les éditions Gallimard, Paris, 1947. Documento prodotto in versione digitale da Jean-Marie Tremblay. Pag. 11.
  2. Camus 1947 : Pag. 80.
  3. Camus 1947 : Pag. 8.
  4. Camus 1947 : Pag. 11.
  5. Edizione del 5.4.2020, il titolo italiano è: Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema. Traduzione a cura di Pierluigi Sullo.
  6. Edizione del 29.3.2020, il titolo spagnolo è: Causalidad de la pandemia, cualidad de la catástrofe.
  7. Traduzione di Sullo, 5.4.2020.
  8. «Puisque l’ordre du monde est réglé par la mort, peut-être vaut-il mieux pour Dieu qu’on ne croie pas en lui et qu’on lutte de toutes ses forces contre la mort, sans lever les yeux vers ce ciel où il se tait.» (Camus 1947 : pag.120)
  9. Goethe, J. Wolfgang: Italienische Reise. Caserta, den 16 März 1789. DTV Auflage, Nördlingen, 1962. Pag. 185.Qui Goethe si riferisce a Napoli, nell’articolo, la definizione è estesa all’Italia intera: “Neapel ist ein Paradies, jedermann lebt in einer Art von trunkner Selbstvergessenheit. Mir geht es ebenso, ich erkenne mich kaum, ich scheine mir ein ganz anderer Mensch. Gestern dacht’ ich: entweder du warst sonst toll, oder du bist es jetzt
  10. Weber, Max: Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus, in: Archiv für Sozialwissenschaften und Sozialpolitik. 1904-1905. Il sociologo tedesco tematizza la differenza tra il modo di approcciare il sistema di produzione capitalistico nei paesi cattolici (l’Italia è citata in primis) e nei paesi riformati.
  11. Altro personaggio de La Peste.

Articolo di

Rossana Menghini

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