L’attività giornalistica di Carlo Collodi: Alcuni estratti (Parte II)

Prosegue il viaggio alla scoperta del giornalismo ottocentesco

Quello di Collodi. Quello degli albori dove l’essenza didascalica era una virtù.Gli articoli citati sono apparsi su “Il Lampione”, un giornale fondato dallo stesso Collodi e da altri eminenti autori.

La sua vita è stata breve e intervallata da più riprese (prima fase 1848-49, seconda fase 1860-61). Ritroviamo dei pezzi che testimoniano la condizione economica, sociale e politica di uno scorcio di paese. La Toscana e in particolare Firenze sono lo specchio di un’Italia preunitaria non molto dissimile da quella del secolo successivo (ovviamente con le dovute trasformazioni).

Nella Fisiologia dell’Impiegato– ad esempio- compare un ritratto sagace di una provincia e dei suoi funzionari, che con mille sforzi al limite del ridicolo riescono a tirare avanti a campare. Collodi descrive la loro vita piena di stenti (accentuando l’ironia), e già decisa dalla nascita. I funzionari sono espressione di una casta e come tale godono di tutti i privilegi ad essa correlati.

Nell’altro brano “Fisiologia della Gesuitessa”, Collodi traccia un altro quadretto di straordinaria efficacia. Sempre attraverso l’arma dell’ironia descrive la nobildonna devota, caritatevole e molto attiva. Sul finale dell’articolo compare un risvolto amaro in cui la ricca signora nasconde delle insidie a dei poveri fanciulli. Lo scherno della donna si capovolge e diventa nuovamente oggetto della satira di Collodi, in cui l’atteggiamento irrispettoso diventa una rivincita dei più deboli.

Fisiologia della Gesuitessa

Con la fisiologia della Gesuitessa, Lorenzini si propone di dire « qualcosa di quelle santissime donne che senza vestire il soggolo e il velo delle sacramentali, delle oblate, delle innocenti pecorelle del Sacro Cuore, vivono santamente fra i piaceri e le distrazioni del secolo a vantaggio e profitto dell’ordine dei rugiadosi [1]».

Negli anni della sua giovinezza si sarà anche lanciata allegramente nel mondo, ma poi è stata ammaestrata alla scuola del bigottismo dalla madre o dalle pratiche del rugiadoso amico di famiglia. Ora che è adulta ed è divenuta gesuitessa, la sua giornata è scandita dalla successione regolare di determinate azioni: le pratiche religiose, le opere di carità cristiana, l’Oratorio, il pranzo e il riposo quotidiano e a chiusura della giornata ricevimento di altre amiche gesuitesse.

La giornata si apre con le pratiche religiose: la gesuitessa va ogni giorno alla messa: “il lunedì ne sente una, il martedì due, il mercoledì tre e così di seguito fino alla domenica in cui ne sente sette in venerazione delle sette trombe, in memoria dei sette dolori, in onore dei sette sacramenti, per paura dei sette peccati mortali[2]”.

La gesuitessa si confessa e si comunica due volte la settimana: il martedì e il venerdì, che sono anche i giorni che lei dedica alle opere di carità cristiana, visitando gli ospedali, dove, cinta d’un candido grembiale percorre più volte le corsie e dopo aver lasciato qualche elemosina, di molte parole e di pochi denari agli ammalati, si avvia alla porta, dove l’aspetta la carrozza che la riporta a casa. Qui prende un breve riposo e, dopo aver confortato lo stomaco con un bicchierino di bordeaux, si porta all’Oratorio dove l’aspetta un reverendo Padre che “con vocina inzuccherata le recita sommesso varie esortazioni sulla castità, sull’amore di Dio, sul disprezzo di questo mondo lusinghiero e mendace e sull’opera pia di quelle sante donne che consacrano a Dio ed ai suoi fedeli seguaci gli affetti di madre e sposa e di tutta la inutile pompa dei beni terreni ( ……..).

Dopo il pranzo sdraiata sopra un morbidissimo sofà prende riposo e fra gli angeli e, colla mente piena di paradiso, si abbandona ad un placido sonno[3].

La sera poi vengono a trovarla le amiche che si intrattengono in una brillante conversazione in cui si parla liberamente di teatro, di canti, di balli, di amori e la gesuitessa ed altre pietose signore tendono lacci alle incaute giovanette e zimbellano gli inesperti adolescenti.

Con questo tenore di vita, tra pratiche religiose, finte azioni di carità e conversazioni mondane trascorre la sua esistenza fino alla vecchiaia, quando cessa di essere galante e va sempre più aumentando le sue pratiche di pietà[4].

Fisiologia dell’impiegato

Nel disegnare la fisiologia dell’impiegato, Lorenzini adotta un procedimento quasi scolastico, sollevando delle domande e dando ad esse una sua risposta: Che cos’è un impiegato? A quale classe della burocrazia appartiene? A che cosa servono gli impiegati? Come si diventa impiegato?

 

Che cosa è un impiegato?

L’impiegato è un uomo che per vivere ha bisogno di una provvisione e che non può abbandonare il suo posto non sapendo far altro che copiare; l’impiegato, come lo vedo io, è una specie di macchina che per sette ore al giorno o ricopia, o mangia, o discorre senza far nulla; pertanto, dato che dell’impiegato è il fatto che egli è addetto al compito di copiare e ricopiare[5].

 

A quale classe di burocrazia appartiene l’impiegato?

La risposta a questa domanda per Lorenzini è scontata: la burocrazia comprende due classi, cioè la classe degli impiegati che dal custode arriva su fino al Segretario, il cui compito è servire al paese ; più in là comincia l’uomo di stato che invece di servire al paese, il paese serve a lui[6].

A che cosa servono gli impiegati?

La risposta è l’ironica sottolineatura del rigorismo burocratico toscano: in Toscana non si spende né si incassa una mezza lira senza che non venga ordinato e domandato per lettera con documenti prodotti e riprodotti, verificati e riconosciuti più volte. Alla più piccola mancanza di forma l’impiegato fa il brutto muso. Mi dicono che ci sono di quelli che vivendo di scrupoli amministrativi, li sognano, li cercano dappertutto; li fanno anche nascere e sono felici di farli notare perché il governo riconosca in loro un immenso vantaggio [7].

Gli impiegati poi non sono tutti uguali: l’impiegato può essere ammogliato e celibe e l’impiegato ammogliato è diverso da quello celibe; gli ammogliati facilmente si riconoscono dalla loro diligenza e dall’assiduità con la quale vanno tutti i giorni all’uffizio. Il celibe, poi, allegro e spensierato qualche volta si scorda volentieri dell’impiego e ama piuttosto correre il gran mondo (…….). L’impiegato celibe lo troverete tutti i giorni in via Calzaioli ed ai paesaggi più frequentati elegantemente vestito ed affettando i modi del giovane ricco. Pure tra i suoi compagni se ne incontrano alcuni che sono economi e diligenti, ma andando a rifrustare la loro vita privata si troveranno o fidanzati o li vicini a prender moglie [8].

Come si diventa impiegato?

Impiegato si diventa facendo un tirocinio da apprendista. L’apprendista è per l’amministrazione ciò che negli ordini religiosi è il noviziato. La prova è forte e molti ci avrebbero rinunciato, se non li avesse convinti a resistere l’idea di arrivar un giorno a godere delle primizie del pubblico erario[9].

Note

[1]Il Lampione, Fisiologia della Gesuitessa, 23 agosto 1848

[2]Ibidem

[3]Ibidem

[4]Ibidem

[5]Il Lampione, Fisiologia dell’impiegato, 2 ottobre 1848

[6]Ibidem

[7]Il Lampione, Fisiologia dell’impiegato 2 ottobre 1848.

[8]Ibidem

[9]Ibidem

Articolo di

Daniele Altina

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