Lynne Kutsukake e il suo primo romanzo “Tradurre la parola amore”

Un pezzo di Giappone canadese nel cuore di San Lorenzo

Da Giufà a San Lorenzo, davanti a un buon calice di vino, la redazione di “Serendipity” ha scoperto un piccolo pezzo di oriente.

L’ autrice di origine giapponese

ma canadese ormai da tre generazioni, ci propone una nuova prospettiva sul Giappone post Perl Harbor. Con il suo romanzo esordio tenta di ricostruire un mondo in cui si intrecciano varie storie di uomini e donne che dopo la seconda guerra mondiale e il disastro atomico sono costretti a spostarsi dal Giappone. Pur ritornando nella loro terra natia, tutti i personaggi si sentono “unfit” in questa dimensione “americani vs giapponesi”. Si sentono scomodi nella loro forma di giapponesi. Un Giappone raso al suolo, messo in ginocchio, che stenta a ritrovare la propria identità di millenaria memoria. Un Giappone che sulle cartine geografiche sembra un “fagiolo raggrinzito”.

I due personaggi maschili principali si occupano di traduzione

L’ atto del tradurre in tutto il romanzo, iniziando dal titolo stesso, ha un valenza fondamentale. Il primo personaggio è un insegnate che conosce bene l’ inglese e nei sobborghi di Tokio traduce, per delle ragazze giapponesi, alcune lettere inviate dai soldati americani. Naturalmente queste ragazze sognano di fuggire via e andare in America con i loro amanti. In realtà ognuna di queste lettere si rivelerà una lettera di abbandono. Il secondo personaggio è un ragazzo giapponese che vive in Canada e decide di arruolarsi nell’ esercito americano. In qualità di ufficiale americano viene inviato in Giappone per tradurre delle lettere inviate al generale MacArthur dai cittadini giapponesi.

Iniziamo con chiederle come è avvenuta la genesi di questo romanzo e quali sono le ragioni che l’ hanno spinta a scrivere un’opera di questo tipo?

È difficile capire a posteriori quali sono le ragioni che ci hanno spinto a scrivere un determinato tipo di romanzo. Naturalmente non è totalmente autobiografico ma riguarda la storia del Canada e del Giappone e in particolare la storia dei miei nonni e dei miei genitori che sono stati internati in un campo di lavoro in Canada durante il conflitto. Il governo canadese alla fine della guerra chiede loro di spostarsi dalla parte occidentale del Canada per ridistribuire i giapponesi di prima e seconda generazione ad est delle Montagne Rocciose. Chi voleva evitare questo spostamento doveva ritornare in Giappone e questa è la storia del personaggio della prima parte del romanzo, una ragazzina dodicenne che in seguito alla decisione dei genitori si trova a vivere in Giappone, paese nel quale lei si sente straniera, essendo nata e avendo vissuto la propria infanzia in Canada.

La seconda motivazione

che mi ha spinto a scrivere questo romanzo è il mio grande interesse per il periodo storico e la scoperta di queste lettere dei giapponesi inviate al generale  MacArthur. Erano lettere di lamentele, ringraziamenti e addirittura di adulazione indirizzate al responsabile del lancio della bomba atomica. Tutto ciò mi sembrava piuttosto strano. Sono arrivate più di 500mila lettere indirizzate al generale. Allora ho creato un personaggio di nome Fumi che invia una lettera al generale. Avevo però bisogno di un movente che la spingesse a scrivere al generale. Allora nel romanzo troviamo la storia di Fumi che cerca la sorella, persa in qualche bar ad intrattenere soldati americani. Ma Fumi non conosce l’ inglese ed ecco che ha bisogno di una traduttrice e così incontra Aja, una giapponese nata in Canada.

L’ idea mi ha permesso di esprimere la mia opinione sul Giappone e su quel determinato periodo dell’ occupazione americana. È stato un periodo molto complesso in cui la popolazione viveva di stenti e il Giappone era stato ritenuto colpevole di grandi delitti, ma era anche un periodo di ricostruzione in cui la democrazia aveva un grande valore. Quando si parla dell’ occupazione, in particolare del Giappone ma anche di altri paesi, si usa sempre una prospettiva americana. Io volevo capovolgere questa prospettiva e guardare al periodo di occupazione americana in Giappone da un’ altra angolazione.

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“Lynne Kutzukake intreccia le voci di un periodo disperato con grazia e delicatezza” — NEW YORK TIMES

Ha avuto modo di leggere le lettere inviate al generale MacArthur?

Ho consultato il testo di uno storico giapponese che ha letto 10.000 lettere inviate al generale MacArthur e le ha categorizzate per tematiche. Questo testo ha scatenato la mia immaginazione.

Il suo romanzo gode di una luce avvolgente, che è la luce della storia. Quanto è stato difficile a livello interiore per lei scavare in queste storie, che comunque in parte sono storie personali, e come ha fatto a renderle collettive?

Il solo modo per scrivere un romanzo e per parlare a tutti i lettori, che conoscano o meno la storia del Giappone, è quello di lavorare e scrivere sulle emozioni. L’ unico modo per avvicinarsi al lettore è colpirlo su due livelli: quello emotivo e quello intellettuale. I giapponesi-canadesi possono vedere una cosa in una certa prospettiva, ma anche chi non lo è, conoscendo la storia, può provare le stesse emozioni. Per quanto riguarda l’ aspetto stilistico questo è il mio primo romanzo e ho impiegato sette anni a scriverlo. Alcuni passaggi sono nati in giapponese e poi li ho tradotti in inglese cercando delle immagini uniche che lo rendessero speciale. Si pensa di scrivere un romanzo non autobiografico, ma le emozioni e la biografia dell’ autrice emergono, seppur involontariamente. Ho visitato del campi di internamento in Canada e negli Stati Uniti che oggi sono come dei musei, ma quando si cammina lì si sente la storia e si sentono delle emozioni ad essa connesse. Come quando si cammina qui a San Lorenzo.

Come mai ha scelto di scrivere il romanzo in inglese?

La scelta dell’ inglese non è casuale, difatti io sento l’inglese come la mia lingua madre. Naturalmente ho studiato il giapponese sin dall’infanzia ma non mi sento in grado di scrivere un romanzo in giapponese, il mio livello di Giapponese va bene per scrivere le e-mail. Però alcune scene e dialoghi sono stati da me immaginati in giapponese, e questo per me è stato uno stimolo per la scrittura. Inizialmente avevo incluso un maggior numero di termini giapponesi, però poi li ho tolti perché ho pensato che sarebbero risultati di difficile comprensione per il lettore non giapponese.

Oggi il Giappone come vive questo suo pezzo di storia contemporanea?

La questione della memoria è molto importante e complessa. Il Giappone è stato vittima dei bombardamenti atomici, ma è stato anche un cruento aggressore contro la Corea. Al momento si sta cercando di seppellire la memoria di ciò che è accaduto durante la seconda guerra mondiale. La storia non si può seppellire bisogna venirci a patti. Si cerca di evitare di affrontare questa memoria. Ma il compito della letteratura è quello di conservare questa memoria e far rivivere queste storie. Alcune persone, che sono ancora in vita, cercano di rimuovere queste tragiche esperienze però loro sono anche gli ultimi testimoni di questo periodo storico. Bisogna capire che gli eventi storici vanno rivisti e revisionati interrogandosi in quanto individui, ma anche in quanto collettività.

La scelta dell’ età della protagonista dodicenne è stata casuale?

No, non è stata una scelta casuale. Mi sono rifatta ad una dichiarazione del generale MacArthur fatta davanti al congresso con la quale paragonava l’ America ad un uomo adulto di 45 anni e il Giappone ad un ragazzino di 12 anni. È un’ età molto interessante perché è il momento in cui si inizia a perdere l’innocenza, in cui non ci si sente più bambini e si crede di essere adulti.

                                                                                                                          Articolo di

Benedetta Cirone

 

 

 

 

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