Il segreto della casata Von Lanzenstrauss – Capitolo III

Un racconto di Claudio O. Menafra

Photo by Jez Timms on Unsplash

 Il segreto della casata Von Lanzenstrauss

III

 

Il mattino seguente mi ritrovai zuppo di sudore nel mio letto. I ricordi della tremenda notte precedente erano vividi nella mia mente ed il canto diabolico della creatura, udito forse in un sogno, si era ormai impossessato della mia testa. Un antico male viveva da chissà quanto tempo nei sotterranei del castello della mia antica e nobile casata. Uno strano presentimento mi attraversò la schiena sotto forma di un mortifero e freddo brivido; dovevo assolutamente trovare la pergamena promessami da mio padre, la stessa pergamena da cui il buon vecchio Winzler aveva deciso di preservarmi, almeno sino ad ora.

Il sole era già alto nel cielo quando trovai la forza di alzarmi dal letto; non mangiai neppure. Continuavo a pensare a quella tremenda bestia. C’era stato un qualcosa di me che in quelle cavità infernali aveva innescato la sua ira furibonda. Vagai per tutto il giorno come uno spettro per le mie camere, ero stremato e ridotto ad un ammasso di pustole e lividi doloranti: le ferite si erano finalmente placate, ma il dolore continuava ad infiammare le mie braccia. Ero in uno stato febbricitante, la mia mente era confusa e strane immagini continuavano ad affollare la mia testa che quasi non riusciva a contenerle, mentre fitte lancinanti la scuotevano di continuo. Passarono giorni, forse settimane, prima che potessi riprendermi completamente; ci furono addirittura dei momenti in cui credetti che l’intero accaduto fosse il semplice frutto delle forti suggestioni e dei vapori asfissianti dei sotterranei attraversati quella notte. Tuttavia, i sogni durante le notti a seguire mi ricordavano di continuo che da quel momento non avrei avuto più pace. Feci per molto tempo sempre lo stesso sogno, che iniziò a perseguitarmi, ogni volta sempre più vivido, ogni volta sempre più reale e prodigo di particolari: mi ritrovavo nella stanza di fianco alla mia attuale, quella in cui venni alla luce e in cui trascorsi i primi anni della mia fanciullezza. La stanza, in sogno, era la stessa, piena dei miei giochi d’infanzia e con la vecchia sedia a dondolo nell’angolo della libreria; la luce era fioca e filtrava appena dalle finestre soffocate da enormi e pesanti tende color porpora.

Aspettavo qualcosa, o qualcuno, con una certa ansia che cercavo di scacciare muovendomi freneticamente lungo tutto il perimetro della mia dimora natale; ad un tratto, di fianco alla finestra ed illuminata dalle flebili luci del meriggio, ecco comparire mia madre! Non ho mai avuto la fortuna di vederla in vita, né di sentirne gli odori, la voce, gli affetti, ma in cuor mio quella figura onirica rappresentava mia madre: il suo sguardo era quello di tutte le donne che mi erano rimaste nel cuore sin dalla mia infanzia, in esso si confondevano e mischiavano quello della mia badante, della signora della contrada morta qualche anno fa e quello delle mie amiche e dei primi amori; i loro tratti fluttuavano irradiando una luce benevola e dandomi un senso di quieta beatitudine. Ma quando tentavo di avvicinarmi, il suo viso si trasfigurava nell’immediato, i suoi occhi diventavano fiamme biancastre e s’incavavano sempre più nelle orbite oscure sino a svanire del tutto; mia madre e quelle donne benevole si tramutavano in un essere spregevole e farsesco, figlio del demonio in persona. Il loro corpo gentile iniziava voracemente a contorcersi in una danza compulsiva, gli sguardi di affetto si tramutavano in urla strazianti, mentre la creatura diafana iniziava ad affiorare divincolandosi dinanzi a me. Il sogno terminava sempre con la tremenda metamorfosi che finiva per impietrirmi di paura sul posto, mentre lo spavento spezzava le catene sulfuree del mio sonno e mi faceva ripiombare nell’angosciante realtà nel mio letto, zuppo di sudore e ubriaco di dolore.

 

 

Quella maledetta creatura aveva intasato la mia psiche, era entrata dentro di me e si rintanava nei ricordi stravolgendoli ed erodendoli da dentro. Dopo l’ennesima notte preda delle atroci visioni, discesi nuovamente nei sotterranei del castello. Questa volta incominciai la discesa dal lato orientale, padroneggiando ormai largamente la pianta dell’edificio; decisi di prendere il giro alla lunga e raggiungere la biblioteca senza dover necessariamente incappare di nuovo nel mio incubo. E così feci. Seguii alla lettera le ultime indicazioni rivelatemi da Winzler sul letto di morte. La pergamena si trovava nell’antico manoscritto apocrifo dell’arabo pazzo di Abdalmalik, conservata sotto i suoi fogli di guardia da decenni, e senza che nessuno da allora ne fosse venuto a conoscenza, tranne il fidato Winzler che aveva avuto tanta cura nel preservarmi dal fatale manoscritto.

La biblioteca di famiglia era collocata in prossimità dell’ala orientale inferiore del castello, e ciò equivale a dire che si trovava nei sotterranei, nella sezione estrema, quasi in prossimità dell’antica cinta muraria che circondava il feudo; non fu difficile intuire la collocazione precisa, anche perché la mia precedente escursione, per quanto concitata e orribile, aveva lasciato ben vivide nella mia memoria le immagini di quei luoghi che non dovevo visitare.

Dopo aver attraverso due grandi sale sotterranee zeppe di arredi di ogni sorta, accatastati alla meglio e ormai sepolti da una fitta polvere che non finiva di emanare un odore acre, vidi quello che doveva essere l’ingresso principale della biblioteca. Anche in questo caso non mi fu difficile entravi: stranamente nessuna serratura in nessuna delle porte che incontrai li sotto; solamente dei chiavistelli trasversali in ferro, semplici ed artigianali, a mantenere le porte chiuse.

La stanza era di forma pentagonale, ad ogni lato della geometrica pianta era situato uno scaffale enorme e zeppo di libri, numerati ed ordinati dapprima per genere letterario, poi alfabeticamente per autore. Non ci feci subito caso, ma col trascorrere del tempo all’interno di quello spazio immenso, sebbene claustrofobico, iniziai a prendere dimestichezza con il criterio di classificazione. Mi affrettai per accendere alcuni candelabri mezzi consumanti ma ancora situati nei luoghi di lettura e consultazione. I candelabri bruciando facevano strage di ossigeno, ricambiandolo con veleno e rendendo ancora più opprimente quello spazio sepolto dal tempo. Era necessario, pur di dare una tenue luce allo scorrimento dei manuali. La luce oltre a consentirmi la ricerca era anche in grado di infondermi una certa fiducia di uomo che affronta le tenebre, poiché ora tutti gli angoli della dotta sala erano illuminati e non poteva più celare più alcun pericolo ad una mente confidente.

 

 

racconto di

Claudio O. Menafra

 

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