Consapevolezza - Riflessioni di un moribondo

Consapevolezza – Riflessioni di un moribondo

A Friedrich Leopold von Hardenberg

 

Deve sempre tornare il mattino? Non finirà mai la violenza terrena? La funesta operosità distrugge il barlume celeste della notte

Novalis

Consapevolezza

Riflessioni di un moribondo

 

Ora lo so. Nell’ultima tremenda ora della mia vita ho finalmente raggiunto la comprensione di tutte le cose che sono, lasciandomi alle spalle, dimentico di me stesso, le immonde vanità che fluttuano pesanti nelle cavità pensanti nel mio corpo, ormai decrepito. La realtà mi compare per come essa è: turbinio incessante di fantasmi ed immagini pulviscolari senza sostanza, senza dimora fissa.

Il lento fiume continua a scavare nella roccia, incitato dai canti iracondi delle anime che vi si immergono.

Adesso so cosa si nasconde, da tempo immemore, sotto ogni alba, al termine di ogni notte di luna nuova e tarda. Ora conosco il segreto che deve rimanere celato, perché continui la farsa del nostro incespicare di ogni giorno.

Nessuno degli anni passati né tutti nel loro insieme valgono quanto quest’ultima mia ora notturna su questa terra. Ad un tratto tutto ciò che mi tratteneva al suolo confuso è svanito, si è come rarefatto all’improvviso lasciandomi leggero e senza patria.

 

Non ho mai concentrato la mia attenzione per più di un istante sul mio stesso corpo, sulle mie mani, sul mio respiro; sino ad ora. Il sipario si è spalancato, lasciando intravedere il canovaccio di una commedia senza attori e senza trama. La malattia, ovvio, continua a disseminare il mio corpo di dolori lancinanti e tremende fitte; ci sto quasi prendendo gusto nel tirare ad indovinare quale sarà la prossima zona ad essere colpita da qualche scossa; alle volte riesco ad individuare un intervallo più o meno ampio e indovinare il bersaglio, altre, invece, sbaglio di molto.

Tuttavia, il mio animo rimane statico, raffermo, solido ed immerso in una dimensione senza tempo; le immagini della mia mente mi appaiono lontane, distaccate, le osservo dalla roccia antica del mio Io, che sta per essere lentamente fagocitato dalle onde impetuose, ed io con Lui. Sento l’illusione che ogni uomo è costretto ad accettare sin dai suoi primi anni di vita: una personalità, un carattere, un corpo, un’integra immagine di sé, una reputazione, un dovere, un Dio. La lingua stessa che la Storia ci consegna è già gravida di tutte queste idee ed immagini farsesche, è una gabbia rigida con la quale intrappolare il mondo dicevano… Ma ciò che la lingua stessa ci presenta come reale, non ha nulla di reale in senso stretto; se fosse tale sarebbe costretta a mutare ogni istante, disgregando miseramente lo stesso principio di comunicabilità.

 

Ma, invece, perché una lingua cambi visibilmente ha bisogno di anni, secoli, culture, e questa è l’unica concessione fatta al reale dalle nostre fragili menti. Una mente umana non è in grado di accettare l’irrequieta instabilità del mondo; perché sopravviva abbisogna di una dimora, di idee nelle quali insediarsi e condurre sanamente una vita borghese e sedentaria. Tutte le idee tipiche di una cultura dominante, di un dato momento storico transitorio e stabile al contempo, sono ancelle dell’unica forza trainante che continua imperterrita a trascinare la vita di un uomo ciecamente verso la morte: l’idea di fine, l’idea di scopo. Il fantasma dello scopo è tale da ridurre l’uomo ad un essere miserabile, qualora non compaia di tanto in tanto nelle mura della sua abitazione; c’è bisogno che la leggenda continui ininterrottamente ad essere narrata a sé stessi, perché lo spettro sopravviva e con esso il nostro senso di onnipotenza. L’occidente ne è malato, ma in generale è un morbo che attacca qualsiasi uomo di qualsiasi tempo; tranne chi si ritrovi ad un passo dalla Morte.

 

Consapevolezza - Riflessioni di un moribondo

 

In questo senso mi dichiaro libero e sanamente in vita. Molti secoli addietro il Filosofo dimostrò l’immortalità dell’anima attraverso la legge dei contrari; più volte ho riso ingenuamente di quella dimostrazione che, ad un giovane intriso di cultura scientista, pareva fosse sin troppo primitiva e magica per poter essere accettata da una comunità scientifica degna di questo nome. Ma in cuor mio pregavo perché potessi comprenderne l’intimo significato. Anche questo, ora, mi sovviene, poiché più mi avvicino alla mia fine e più mi sento pienamente in vita.

Nelle lunghe notti trascorse ad osservare le stelle lucenti, non ho mai goduto appieno il loro eterno candore come questa notte. Ecco, la realtà mi pare simile alle stelle, finché il sole della vita brucia virilmente sulle teste indaffarate degli uomini di mondo, non è possibile scorgerle, poiché una luce più accecante e più vicina alle nostre coscienze le rende invisibili e sommerse. Non una, ma un’infinità di luci, tante quante sono quelle che costellano le nostre coscienze, costrette a vederne soltanto una finché la spinta biologica non cessa di inebriare con i suoi vapori le nostre pulsioni. Gli dei immortali devono vivere incessantemente sotto la spinta inebriante della biologia, sempre avidi, orgogliosi, individualisti, un po’ narcisi, sempre in guerra con l’altro; un vecchio animale prossimo alla sua fine è molto più saggio di qualsiasi oracolo di Delfi, poiché in grado di avvertire l’unica divina presenza di questo mondo.

 

Amo la Morte, la sua sottile presenza tra di noi, come amo questa notte eterna, la sua frescura che distende le mie membra accaldate dai fuochi della malattia. Così mi rivolgo all’arcana ed alchemica notte, sacra nel suo ardore misterico, e quieta nella sua placida comparsa. C’è, però, un prezzo da pagare in tutto questo, poiché le stelle non donano mai senza ricevere nulla in cambio; esse mi hanno chiesto una profonda malinconia che accresce di continuo la consapevole presenza di me stesso. Come quando si è innamorati follemente di qualcuno, e l’attesa diventa maggiormente insopportabile proprio ad un passo dal rivedere il suo volto. Noi, figli della notte, vogliamo ora tornare a mescolarci nella cenere primordiale e ritornare, tutti, alle nostre Madri.

Per troppo tempo ho inseguito, ora mi è chiaro, le ansie e gli affanni sconsiderati di una giovinezza mai sopita e mai sublimata; per troppi anni ho rincorso aspirazioni altrui, e maldestre mete senza tregua; ho amato troppo senza privarmi del peso dell’immortalità. Che illusione mortifera l’immortalità! Mai idea fu più mortale per il giovane uomo che affronta la vita di petto.

 

Perché attendi tanto per riprenderti i figli tuoi? Perché lasci che si ustionino sotto la rovente falce astrale del giorno? Qui, ora, riecheggia un unico desiderio, un’ultima illusione concessa all’ultimo mio giorno: consuma presto le mie ultime vanità e fammi Tuo, come tu ora sei Mia, nel giaciglio sacro ed eterno del tuo grembo.

 

Claudio O. Menafra

 

 

 

 

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