"Principes" - una storia di Luigi di Landro

“Principes” – una storia di Luigi di Landro

Capitolo I

E allora continuò il suo cammino verso il corso di Rheginna[1]

I vicoli, di notte, calcati qua e là come solchi di un fiume in piena, si ricavavano l’uno l’altro tra i pochi passi di distanza che li dividevano dalle casupole bianche. Una volta uscito da casa, dal quartiere di San Lazzaro, la strada era tutta in discesa. E in questo groviglio di mura accatastate le une alle altre, le fiamme delle torce accese e appese agli angoli tenevano vivo il percorso: allungavano, aleggiando sui tetti, un fumo nero e un bagliore ambrato. E Pietro, col suo passo spedito, scendeva disinvolto attraverso queste viuzze, fiero com’era di essere un soldato. Un giovane robusto e slanciato, ben piazzato; occhi neri e spalle larghe, perfetto per il suo compito.

Tra l’altro era stato insignito anche di una medaglia al merito qualche giorno prima. Di poco valore a dire il vero: dieci candele, pure costose, per carità, e un sacco di limoni era riuscito a recuperare da un breve furto. Il solito ladruncolo, Carletto ‘o mariuol’, che avrebbe rivenduto la refurtiva a buon prezzo a compiacenti paesani, questa volta corse più lentamente del solito e si lasciò prendere, forse più stanco quel dì che in altri, da un Pietro che non si fece sfuggire l’occasione per dimostrare il suo immenso valore. E dato che Carletto di piccoli furti campava, ma pur sempre furti ripetuti e continui, l’averlo acciuffato almeno una volta fece esplodere di gioia il Comandante, che, rapito da quell’attimo di euforia, raccolse una spilletta qualunque da un cassetto aperto e l’appuntò al petto di Pietro: aveva davvero dimostrato il suo grandioso valore. Non c’era dubbio! E non sembrava vero al nostro soldato: il suo dovere lo aveva fatto, seriamente e onestamente, ed ora veniva pure onorato da un piccolo ferretto appuntito, che ai suoi occhi luccicava come una medaglia. Tanto era forte l’attaccamento alla sua divisa, che puntuale come sempre, anzi in anticipo, si presentava al suo turno e se fosse dovuto restare più del dovuto, lo avrebbe fatto volentieri.

Quella notte, l’ennesima notte di guardia, era in servizio alla Rocca dell’Angelo[2]

Arrivato alla stradina del corso, che costeggiava con vari piccoli ponticelli il fiume del paese, Pietro attraversò quello centrale che conduceva diretto verso l’accesso alla fortezza. Il piantone lo riconobbe subito e, lasciatolo passare non senza un gradito saluto, a Pietro non bastava altro che salire per più di duecento gradini per arrivare alla piazzola superiore. Questi prima si rincorrevano larghi e alti, poi con una lieve curva a destra intersecavano un’altra rampa d’accesso, quella posteriore. Ma Pietro doveva continuare con la scalinata di sinistra, più bassa e rapida nel passo, che, quasi tornando indietro, poi avanti in una e due volte, saliva a gomito fino allo spiazzo principale. Ma lo sforzo lo rendeva orgoglioso: era un esercizio, anche quello, per restare in forma, scattante, e per combattere anche il sonno, che volente o nolente di tanto in tanto minacciava di ripresentarsi.

L’abbigliamento non rendeva la camminata facile non tanto per la scomodità dello stesso, che, anzi, ben si adattava alla sua fisionomia e nulla gli impediva nei movimenti.  Piuttosto perché era vestito di tutto punto e detestava enormemente presentarsi con la divisa sgualcita o sudata. La casacca, di un bianco spento ben piegata e tirata, larga alle spalle e stretta in vita dal cinturone marrone di pelle, si lasciava di nuovo allargare come un gonnellino sulla parte superiore delle gambe, illuminata in un punto da quel flebile scintillio ramato di quella favolosa medaglia. I pantaloni, stretti e grigi, finivano negli stivaletti a punta dello stesso colore della cinta e, una volta giunto al ripostiglio dei soldati, avrebbe poi appoggiato su di sé un semplice carmaglio e la solita maglia di ferro, a cui avrebbe ancora sovrapposto un’armatura semplice e leggera, quella delle ronde. Il servizio di per sé non era difficile e, se vogliamo, nemmeno molto stancante: lì, avrebbe dovuto solo piantonare e, di tanto in tanto, ravvivare il fuoco del falò principale di segnalazione:

«Uh, mamm’ nun s’adda maj stutà!» si ripeteva di continuo Pietro, che ci teneva ad essere da modello anche per gli altri militi. E di fatto, grande com’era, quel falò ne aveva bisogno di legna e pece da ardere.

All’inizio del turno il nostro milite non si faceva problemi: camminava lì davanti, nel piazzale.

Partiva dal falò in su e giù con lo stesso passo per tredici volte, arrivando lì dove vi erano accatastate fascicole e rami secchi, agli antipodi del fuoco, con una scorta di pece in cui questi intingeva. Poi tornava verso la grande torcia per alimentarla con in mano la legna da bruciare. Un meccanismo ingegnoso, quasi ossessivo, di cui Pietro andava fiero nella sua correttezza e attenzione. Ma verso la fine del turno, tuttavia, poteva capitare che si fermasse di tanto in tanto, appoggiandosi velocemente sul muro. Chiudere gli occhi non era certo consentito: se si fosse addormentato, anche da piedi, e il falò si fosse spento, questo avrebbe allarmato tutti i suoi colleghi di turno nella notte tra le varie torri e il Baluardo. E avrebbe di certo significato che, a causa, chissà, di un’invasione dalla direzione dei monti, magari proprio da Ponte Primario, il nucleo originario di Rheginna, là da dove tutte le altre abitazioni si sono sviluppate, il piantone fosse morto. Non certo che si fosse addormentato.

Mancavano ormai poche ore

Mancavano ormai poche ore acché Pietro potesse tornare a riposarsi a casa e la luna, bassa sul golfo, rideva serena nel suo primo quarto. La luce argentea dell’astro fluiva armoniosa galleggiando su un mare scuro e increspato di tanto in tanto da una calma brezza assonnata. Quell’arietta accarezzava Pietro e la sua stanchezza, tanto da convincerlo ad appoggiarsi per alcuni istanti al muro principale, giusto il tempo di sentire la schiena rilassata e tornare subito a prendere rami e fascette per alimentare la torcia. Ma, stendendosi prima con le spalle e poi sgranchendosi il ginocchio destro e appoggiando il piede e lo stivale al muro, Pietro volse lo sguardo verso il mare lasciandosi incantare dalle mille piastrelle di luce che si univano e si distanziavano, danzando a formare un pavimento di giochi di riflessi e lontananze certe. E il peso delle palpebre chiudeva la vista a quel momento sereno, per poi riaprirsi quando la coscienza si riavvaleva del ricordo del compito che doveva svolgere. Perfino gli occhi non comprendevano più se quello che stavano vedendo fosse dovuto al sonno o a una realtà silente, proprio fin quando le tessere nel mare diventavano più gialle e accecanti: la luna era diventata ora un sole forte e caldo, e intorno il paesaggio sembrava quello mattutino. Pietro ne comprese che forse si era addormentato fino a giorno, ma la mente sapeva che questo non poteva essere possibile. E quando fece per muoversi, si trovò immobile con la sola coscienza che vagava nella vista attorno a lui. Non riusciva a spostare un muscolo, non riusciva a gridare, ma solo riusciva a scorgere che la torcia era spenta.

Spenta!

Ancora per attimi l’angoscia salì, chissà in quale pasticcio si stava ora mettendo! Ma nulla, neanche la paura riusciva a fargli cambiare posizione! E del resto non sapeva neanche come fosse possibile, ma sentiva che le palpebre potevano essere ancora chiuse o appena socchiuse. E qui, in quello che si presentava come un’immagine bloccata nel tempo, un mantello bianco passò veloce davanti a lui e si posò, confuso e incerto, dietro alla torcia che, sebbene spenta, non dava segni di fumo. Così una voce tranquilla e rasserenante, seppur in parte lontana e difficile da percepire, che Pietro voleva riconoscere nonostante fosse flebile, sussurrò una frase che sarebbe risuonata quasi così: «Tieni duro Pietro, per quel che t’aspetta» parole che non si poterono comprendere nella loro interezza. E ancora non era stata scandita l’ultima parola, che l’oscurità indebolita da una violacea alba lontana riprese il sopravvento sui monti e con uno scatto avulso, forte e secco, dovuto ai vari tentativi fino ad allora falliti…

«Aulo, siete voi?»

Così gridò Pietro, che si trovò inspiegabilmente distante dal muro e di fronte al falò che, a quanto pare, non s’era mai spento. Anche se faceva fatica a capire come si fosse potuto spostare tanto, Pietro si convinse che senza dubbio era stato solo un sogno, in cui riuscì ad intravedere una figura amica. Un’importante, per dirla tutta, figura amica che gli consigliava qualcosa frammentata nella stessa natura del sogno. Incomprensibile. Ma, alla fine, si era addormentato davvero… Era questo il suo vero problema al momento! Sperava in cuor suo che nessuno se ne fosse accorto.

Note:

  • [1] Antico nome, di origine etrusca, della cittadina di Maiori, in provincia di Salerno. Il nome Maiori, comparso solo in un secondo momento in età latina, deriva dall’aggettivo “Major” per distinguere questa dall’omonimo ma più piccolo paese confinante, Minori, antica “Rheginna Minor”.
  • [2] Fondato nell’836 d.C. dopo le scorrerie di Sicardo, sorgeva nel luogo dell’antico palazzo del Lucumone etrusco. Sui resti delle fondamenta di questo monumento si erge ancora l’attuale Chiesa di Santa Maria a Mare.

Autore,

Luigi di Landro

 

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