La propaganda nazionalsocialista all’estero: il caso editoriale della rivista Signal

La propaganda ‘cauta’

La rivista di propaganda bilingue nazionalsocialista Signal (1940-1944)[1], destinata alla diffusione internazionale, venne ideata e realizzata in seno alla IV divisione dei servizi della Wehrmacht Propaganda Abteilung (Wpr), una sezione interna a quello stesso apparato militare nazista che sin dal 1935 aveva dimostrato la propria esuberanza belligerante violando gli accordi di Versailles[2] (1919); la divisione[3] era primeggiata dal Luogotenente-colonnello Hasso Von Wedel e posta sotto il diretto controllo del comando supremo delle forze armate tedesche (Oberkommando der Wermacht).

 

La sezione IV, secondo le direttive marziali, fu sin da subito designata come la principale responsabile del lavoro di propaganda all’estero. La rivista Signal è il risultato di una prospettiva editoriale mirata, quindi, ad una diffusione internazionale dei valori del Reich, e doveva pertanto tener conto di una diversa sensibilità ricettiva del pubblico: questo fattore è la principale causa dell’impiego di modalità espressive che solo velatamente dimostrano la loro genesi nazista, e di una retorica particolarmente ”cauta” nella veicolazione degli ideali del Reich, che non risente della bieca trivialità scandalistica che invece aveva contrassegnato lo Stürmer, il periodico sotto l’influenza del ministro della propaganda Goebbels (Reichminister für Volksaufklärung und Propaganda).

 

Mentre l’opinione pubblica interna del Terzo Reich veniva istigata alla violenza dalla scandalistica retorica antisemita dello Stürmer, che non disdegnava un lessico esplicitamente pornografico volto alla denigrazione disumana della cultura ebraica mediante vignette satiriche ed articoli menzogneri, Signal offre al contesto internazionale uno stile particolarmente elegante e raffinato le cui foto, diventate spesso simbolo della seconda guerra mondiale, e quindi parte essenziale del moderno patrimonio storico-archivistico, tentano di ricreare nella mente del lettore straniero il cristallino ed etereo idillio nazionalsocialista, con tutto il suo pantheon di eroi di guerra e donne, la cui nordica bellezza non impedisce loro di svolgere una funzione efficace per la cultura e l’apparato civile generale del Reich.

 

Genealogia editoriale e modelli di riferimento

È interessante notare come il periodico presenti una veneranda genealogia editoriale, in cui compaiono sedimenti culturali che riconducono ad una matrice paradossalmente semitica; infatti, la Deutscher Verlag, casa editrice di riferimento, al tempo della sua fondazione nel 1877 era gestita da una famiglia ebraica di Berlino, il cui responsabile rispondeva al nome di Leopold Ullstein, da cui il vecchio nome di Ullstein Verlag; fu a causa delle leggi razziali entrate in vigore nel 1933 che l’intero apparato editoriale venne completamente arianizzato (arisiert), cambiando nome, mentre Ullstein perse la vita e parte della famiglia fu costretta da emigrare all’estero in cerca di miglior sorte. Nonostante il violento trapianto nazista, la produzione giornalistica della casa editrice mantenne lo stile e l’impronta originaria dell’epoca, sulla falsa riga del giornale quotidiano Berliner Illustrierte Zeitung (1892) che aveva impartito importanti lezioni di moderna produzione giornalistica in tutta Europa diventando una auctoritas da imitare[4].

 

I modelli esteri cui i produttori della rivista guardano nel concepire un periodico di tale portata, oltre alla schiera di antenati che la casa editrice poteva vantare e che, come detto, non mancarono di trasmettere una certa influenza, furono in particolare la rivista americana Life, nota soprattutto per aver inaugurato definitivamente, a livello editoriale, un nuovo tipo di giornalismo eminentemente visivo, e la rivista parigina Match[5], particolarmente incentrata sul tema della guerra e del nazionalismo alla francese; dalla prima Signal recupera il gusto per l’informazione e la narrazione ”visiva” prettamente fotografica, dalla seconda il formato ed i contenuti tematici da esibire: Signal presenta infatti il formato 27 x 36,5[6] ed i suoi argomenti sono tematicamente ridondanti. La struttura informativa e le narrative proposte sono sempre riassumibili in un binomio ideologico tra impegno bellico e impegno civile, secondo i dettami del nazionalismo alla tedesca e della sua idea di Stato moderno-borghese.

 

 

 

L’impatto internazionale della propaganda

A partire dal nome, poi, si intuiscono le scelte editoriali strategicamente rivolte al contesto internazionale: il sostantivo neutro SIGNAL pur essendo di matrice tedesca, quindi con nessun torto nei confronti dell’amor di patria teutonico, possiede una radice etimologicamente tardo latina (dal tardo latino signale, neutro sost. di signalis, der. di signum ‘segno’, fine XIII sec.) tale da renderlo traducibile intuitivamente nella maggiorparte delle lingue e dei contesti culturali in cui veniva diffuso. In origine questi erano solo quattro[7]: tedesco (D), francese (F), italiano (I) e inglese (E); la tiratura del numero uno del 1940 (1/40) venne  limitata a 135.000 esemplari, dei quali 28.000 inglesi, 40.000 italiani, 27.600 francesi e 40.000 tedeschi, e tutte le edizioni vennero stampate a Berlino[8].

 

Questi numeri ebbero una impennata molto netta nel corso del conflitto mondiale, dovuta al grande successo della rivista che fu dolorosamente ammesso anche dai giornali londinesi. Nel maggio del ’43 si parlava di una tiratura che raggiungeva vertiginosamente le 2.426.000 copie, oltre 800.000 solo per la versione francese. In tutte le copie distribuite, e quindi anche in Italia, vige un particolare biliguismo: agli articoli scritti nelle lingua dell’ambiente di diffusione vengono sempre affiancati articoli scritti in tedesco che ne rappresentano il relativo testo a fronte, senza che vi si riscontri una rigida e ferrea traduzione, infatti alle volte si verifica una consapevole selezione del materiale da rendere nella lingua del luogo di diffusione rispetto al testo tedesco; il tutto con lo scopo probabilmente di spingere ad un livello maggiore il grado di confidenza del lettore nei confronti della cultura germanica e della sua presenza sempre più incombente, inducendolo a familiarizzare con quel linguaggio artificiosamente propagandistico perfettamente descritto da Klemperer che aveva, appunto, propositi e vedute europee.

 

Linea editoriale e struttura tematica

Signal prevede generalmente un totale di quaranta pagine per numero (nella numerazione si comprende la copertina, fronte anteriore e posteriore), escluse alcune edizioni contrassegnate dalla dicitura ‘doppio fascicolo’, in cui prezzo e numero di pagine quasi raddoppiano; di queste, più della metà sono incentrate su articoli che riguardano il tema della guerra contemporanea, accompagnati da grafici, disegni e descrizioni accurate delle manovre strategiche che l’Asse mette in atto a scapito degli avversari con tanto di cifre e numeri ”rassicuranti” a conforto dei loro sostenitori. Il tema della guerra è poi esaltato e celebrato da alcuni pezzi o paragrafi a contenuto storico che raccontano anche le vicende belliche passate della Germania, cercando in essi quasi sempre di ritrovarvi un antefatto che possa essere attualizzato e quindi utilizzato nella propaganda della fascinazione bellica.

 

L’articolazione del messaggio e la resa comunicativa è semplice, chiara, intelligente ed efficace, resa ancor più seducente dall’abbondanza di illustrazioni fotografiche ed immagini esclusive; sin dai suoi primi esemplari, Signal assume l’incarico di rendere conto, soprattutto nella prima sezione tematica del periodico, delle eclatanti vittorie dell’esercito tedesco e delle altre potenze dell’Asse, in particolare l’Italia. Fino ai numeri del 1942, la rivista si presenta strutturata sempre allo stesso modo, intatta nel suo metodo di tratteggiare nei particolari la glorificazione delle imprese belliche, la ricostruzione narrativa quasi cinematografica degli avvenimenti e dei combattimenti, l’amore per i numeri ed i dettagli tecnici e l’esaltazione dello spirito di gruppo, che qualche volta non disdegna di sottolineare il coraggio di alcune azioni individuali; la guerra e i suoi eroi sono i protagonisti più evidenti di queste pagine in cui il conflitto non è mai presentato come un qualcosa di ”voluto” dal Reich, ma come un’azione resasi necessaria dalle politiche degli alleati e dal bolscevismo sovietico.

 

Impegno di genere

La seconda parte del periodico, invece, si occupa della componente civile-culturale e del gusto artistico, restituendo all’occhio del fruitore l’immagine di una Germania concepita come principale spinta motrice nella crescita civile ed umana dell’intero continente europeo: articoli riguardanti il cinema, la moda, la storia, la scienza etc. L’accento è sempre posto su concetti quali la bellezza e la gioventù stupendamente sintetizzati nelle sue foto che ritraggono l’ideale di donna germanica incarnato nelle varie protagoniste. A poco a poco anche lo spazio pubblicitario sembra progressivamente dilatarsi, mentre le immagini impongono la loro esuberanza emotiva.

 

 

La doppia articolazione tematica del magazine risponde ovviamente alle esigenze di tipo sociale di una Germania in cui tutti i suoi cittadini ed i suoi alleati, uomini e donne, devono dare il loro contributo per l’ascesa del nuovo impero; così il dualismo concettuale e la coppia semantico-politica impegno bellicoimpegno civile si trovano riflessi e rispecchiati  nella struttura stessa del magazine e dalla sua duplice impostazione tematica,  per un duplice pubblico a cui rivolgere la propaganda: l’idea dell’impegno bellico, resa spesso accattivante dalla descrizione accurata delle biografie di alcuni ”eroi” di guerra e dalla contestualizzazione delle loro imprese attraverso una regia cinematografica, doveva colpire l’immaginario collettivo della parte maschile del Volk, il cui impegno per la patria era proprio la partecipazione fisica alla guerra, mentre l’idea dell’impegno civile era indirizzata al collettivo femminile, la cui partecipazione alla lotta doveva tradursi in termini sociali e culturali. In questo modo i due ipertemi propagandistici della rivista vengono riassunti nelle categorie semiche maschilefemminile, a loro volta inglobati nell’iperonimo tematico del Terzo Reich.

 

Svolte e cambiamenti

Una svolta abbastanza evidente, dal punto di vista delle scelte editoriali, si ebbe a partire dal 1941, quando la rivista decise di mettere a disposizione dei lettori una serie di articoli che tendevano a sottolineare la valenza ”europea” dell’azione germanica all’interno della guerra; a poco a poco le modalità espressive utilizzate sembrano sottolineare una sorta di accorpamento del termine Europa al concetto del Reich, e questo giustificherebbe la presenza sempre più massiccia di articoli dedicati ai reparti delle potenze straniere che spesso venivano messe a disposizione dell’Asse: si comincia a parlare di combattenti europei e non semplicemente tedeschi; ad esempio il numero 5 del marzo 1943, ove viene eloquentemente elogiato il lavoro dei soldati spagnoli della Division Azul.

 

Un altro significativo cambiamento editoriale nella veicolazione dei contenuti lo si registra, poi,  proprio alla fine della battaglia di Stalingrado e la conseguente sconfitta della VI Armata tedesca (1943); il magazine comincia bruscamente a rivelare la propria reale vocazione politica: la vittoria totale (der absolute Sieg) inizia lentamente a sfumare verso un indefinito orizzonte e tutta l’etica dell’assalto e del movimento, mutuate dai codici romantici, devono cedere il passo ad una retorica volta al mantenimento delle speranze che sembrano vacillare[9]. La guerra continua ad esser trattata linguisticamente come un’impresa tutta europea volta a scacciare il nemico, una sorta di crociata contro il bolscevismo, e se le vittorie del Reich diminuiscono, ad aumentare sono i toni ideologici che spronano i fedeli a non mollare dinanzi al comune ed eretico avversario.

 

 

Articolo di

Claudio O. Menafra

 

 

 

 

 

[1]   Dal punto di vista del contesto storico, i primi numeri vengono stampati negli anni della guerra lampo (Blitzkrieg), mentre gli ultimi coincidono con la fine del conflitto.

[2]   ‘Wehrmacht’ è il nome assunto dalle forze militari tedesce a partire dalla riforma del ’35, vera forza motrice dell’intero apparato statale.

[3]   Il reparto era noto anche con l’appellativo di ‘Propaganda kompanien‘ (PK), composto effettivamente da tutta una serie di corrispondenti di guerra (PK-Kriegberichter) agli ordini di Von Wedel.

[4]   Oltre alla rivista citata, la casa editrice berlinese pubblicava un ulteriore periodico fortemente recepito al tempo, noto con il nome di ”Das Reich”.

[5]   Al lettore attento non sarà sfuggito che la rivista in questione è la stessa adoperata da Barthes nelle sue Mitologie.

[6]   È lo stesso formato impiegato dalla rivista parigina a partire dal numero 64 del 1939.

[7]   Si parlava anche di un’edizione giapponese che però non fu mai portata a termine.

[8]   Il numero di copie in circolo nei quattro paesi non può se non riflettere il sistema di alleanze in atto. Ricordiamo che il patto d’acciaio (Stahlpakt) risale al maggio del ’39.

[9]   Proprio a proposito di questa svolta retorica, fortemente risentita anche e soprattutto durante i discorsi del Führer e di Goebbels, si esprime Viktor Klemperer, definendola ‘passaggio da guerra di movimento a guerra di postazione’. KLEMPERER, 2011, pp. 269-275.

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