Più libri Più Liberi: l’esordio da romanziera di Daisy Johnson – ‘Nel Profondo’ o alla ricerca di se stessi

I luoghi dove siamo nati ritornano. Si travestono da emicranie, mal di stomaco, insonnia. Sono la sensazione di cadere con cui a volte ci svegliamo, brancolando in cerca della luce, certi che tutto ciò che abbiamo costruito sia scomparso nella notte.”

 

 

Una scrittura mordace, incisiva e alle volte trasognata è il mezzo espressivo più veemente attraverso il quale l’ormai rinomata short story writer Daisy Johnson, appena 29enne, compie il suo passo definitivo all’interno della folta schiera di scrittori di romanzi.

Nel Profondo (Fazi, 2019, traduzione di S. Tummolini) è il titolo italiano con cui la Johnson fa la sua prima comparsa nel panorama letterario come romanziera, cimentandosi così in una narrazione lunga, profonda, inquieta ed estremamente caratterizzate per i suoi personaggi; ‘una gestazione durata più di quattro anni’, come rivela l’autrice stessa alla presentazione della sua opera presso la Fiera del libro di recente tenutasi a Roma.

 

Sin dalle prime righe messe su bianco dalla scrittrice di Oxford si comprende perfettamente la sibilante sensibilità con cui è in grado di scuotere le corde più intime dell’animo umano, come solo la grande letteratura sa fare. Si tratta di un vero e proprio viaggio verso l’arduo rinvenimento di schegge di passato ormai completamente stravolte dal lavoro poietico della memoria, che non si limita mai a rendere i fatti così come li abbiamo vissuti ed esperiti, anzi non fa che trasformarli e cambiarli di continuo, finché anche l’ultimo barlume di verità non sia stato completamente assorbito nei nostri ricordi di esistenze finite.

 

Maternità mancata

Cosi almeno lo intende la protagonista, Gretel, in una costante tensione febbrile verso il suo di passato, interamente fagocitato dalla presenza ingombrante di sua madre Sarah che, dopo averle insegnato il suo personalissimo linguaggio da gitana avventuriera, ricco di onomatopee ed espressioni che ricordano a tratti la lallazione infantile, decide impunemente di abbandonarla; Sarah ha sempre vissuto sulle rive del fiume, ai margini della società istituzionale e borghese, dunque è una donna che non ha assorbito nel suo personale modo di pensare le istante patriarcali che continuano ad affollare l’immaginario morale dei nostre tempi; pertanto la maternità non è un concetto naturale per Sarah, anzi le va stretto, e per ben due volte abbandona le proprie figlie, tra queste Gretel, e per ben due volte riprende senza remore la sua vita di vagabondaggi.

 

Quando cominciai a lavorare al dizionario ero giovane, e ancora ti pensavo spesso. Eri dentro di me, ma con il passare del tempo la sensazione si affievolì.

 

 

La voce narrante è proprio quella di Gretel, un nome fiabesco come quello del racconto dei Grimm, di certo non senza riferimenti sotterranei, una giovane donna ormai cresciuta nella sua indipendenza ed autonomia e che per guadagnarsi da vivere fa la lessicografa, aggiornando costantemente le voci del dizionario, ricercando la definizione più adatta, contorcendo le parole nella sua mente come i suoi ricordi intrisi del linguaggio che sua madre le ha trasferito, un lavoro del resto che ben si addice alla sua figura solitaria e meditativa. Ma l’incongruità del linguaggio Gretel l’aveva imparata già da molto tempo prima: quando era ancora una bambina, Gretel viveva con sua madre su di una barca a ridosso del fiume, parlando un linguaggio tutto loro, inventato da loro, e allora si che le parole sembravano aderire perfettamente alle cose ed ai fenomeni che avevano bisogno di evocare.

 

L’eterno ritorno
Fiera del libro di Roma – Foto di Simona Ciavolella

Al tempo del racconto sono però già passati la bellezza di 16 anni da quando la madre l’ha abbandonata, anni difficili in cui Gretel ha dovuto riformattare sé stessa, linguaggio compreso; ha dovuto imparare il linguaggio sociale, quello imposto dalle istituzioni e dalla gente per bene, ha dovuto soffocare quell’antico ricordo che sta ora iniziando a svanire proprio come quel suo primigenio linguaggio magico ed animistico. All’improvviso però ecco che una telefonata inattesa riaccende le speranze di una possibile redenzione, proprio quando aveva ormai smesso di cercare colei che aveva tanto amato e da cui così fortemente dipendeva la sua vita passate e, in un certo senso, anche quella futura. Quella telefonata si rivela in grado di rievocare tutti gli spettri ormai offuscati del passato: gli anni trascorsi sul fiume, lo strano ragazzo che le fece visita per un mese, la figura inquieta ed oscura del Bonak, anche questo un termine criptico, ermetico, che solo Gretel e sua madre sono in grado di decifrare e che porta con sé tutte le angosce e le paure dei protagonisti.

 

Quel fatidico incontro alla fine si realizza. Gretel riesce a strappare Sarah dalla barca in cui ha per anni continuato a vivere anche in sua assenza dopo l’abbandono, e dal fiume voluttuoso al di sotto, per condurla presso il Cottage in cui ormai vive da adulta, emancipata; la convivenza però è tutt’altro che placida, le due donne non riescono più a comprendersi e l’inferno domestico è alle porte, e mentre la figlia cerca di sopravvivere all’eterno ritorno del passato, questa volta rievocato dalla madre in carne ed ossa, nel tentativo di mantenersi sull’esile filo dell’equilibrio esistenziale, Sarah, per contro, inizia a manifestare forme di demenza e tendenze all’autolesionismo.

 

Se Gretel risulta quasi immutata nell’amore e devozione che continua a riservare alla figura di sua madre, Sarah di certo non è più la stessa:

 

La degenerazione fa il suo corso. Cerchi le scarpe e ti dimentichi di averle ai piedi. Cinque o sei volte al giorno mi guardi e mi domandi chi sono. Certe mattine, invece, sai perfettamente chi siamo. Metti sul bancone tutti gli utensili che riesci a rimediare e prepari delle colazioni grandiose.

 

Sarah è una donna cambiata, c’è stato un cambio di ruoli, ora è Gretel a doversi occupare con tanta premura di sua madre ormai vittima di una malattia che lentamente sta scavando una fossa nel suo cervello, una fossa grande quanto un’arancia; i ricordi della donna svaniscono, la sua memoria diventa labile così come la sua percezione del tempo e delle cose, la lingua che parlavano è ormai eclissata, il linguaggio non è più una solida ancora di identità né può essere testimone del loro antico legame. Il cerchio si chiude come nelle migliori delle strutture ad anello, ennesimo sintomo dell’eterno ritorno di un passato con i quali bisogna necessariamente fare i conti perché i suoi spettri svaniscano: se da piccola Gretel doveva fare i conti con un linguaggio che le tagliava i ponti con qualsiasi altra entità sociale, ora il suo linguaggio, dopo l’immane sforzo compiuto, deve fare i conti con l’Alzheimer di sua madre che continua a scomporre le sue parole in un vero e proprio cataclisma comunicativo.

 

I luoghi della memoria

Il più delle volte Gretel mette in atto delle vere e proprie strategie degne del migliore degli psicanalisti, nel tentativo di sollecitare lo spirito sopito di sua madre e far riemergere qualche sensazione. Gretel porta spesso sua madre a passeggiare vicino alla collina ed al fiume in cui avevano vissuto negli anni addietro, i luoghi e gli spazi del passato rappresentano una vera e propria terapia dell’anima, i paesaggi sono in realtà paesaggi della memoria che rimangono incollati al loro portatore nonostante le vicissitudini della vita; ed è proprio passeggiando sulle rive di quel fiume che i ricordi iniziano a prendere una forma:

 

Torniamo a quando avevo ancora tredici anni e tu eri ancora mia madre, terribile e meravigliosa. Torniamo a quella barca sul fiume a parlare quella lingua che nessuno conosce […] Chi è cresciuto vicino all’acqua, mi hai detto un giorno, è diverso da tutti gli altri.

 

A poco a poco i ricordi condivisi di una storia frammentata iniziano a riemergere, ma soprattutto iniziano ad acquisire un orizzonte di senso; da semplici immagini casuali e violente che s’innestano bruscamente nella quotidianità solitaria della protagonista, ora iniziano a delineare i margini perimetrali di una storia in cui fanno la loro comparsa anche altri personaggi o caratteri: così incontriamo Charlie un vecchio cieco che vive sulla sua casa galleggiante costruendo ed intagliando esche per i pesci, Marcus, o per meglio dire Margot, che ha dovuto rinunciare alla sua identità femminile per ‘sopravvivere’, travestendosi da ragazzo, ed infine c’è Fiona, anche lei ineluttabilmente imbrigliata nella tessitura fitta del romanzo.

Su ognuno di questi personaggi, poi, si staglia la figura inquietante (unheimlich) e raccapricciante del Bonak, una creatura mostruosa che abita i fondali oscuri del fiume e che alle volte riemerge mietendo vittime, tormentando così i sogni e le attese di chi vive in balia di quelle acque.

 

L’acqua, il fiume, la memoria

Per chi ama il valore onirico delle immagini, non sarà difficile rendicontare la chiara appartenenza dell’intera opera al regno della mente e della memoria: le immagini che rimandano all’acqua, all’umidità, al fiume come continuo ed incessante trascorrere non sono che rimandi al sogno, alla mente ed alla memoria; i personaggi tutti stanno compiendo un intricato percorso nel tentativo di risalire le sponde agghiaccianti della loro memoria con l’obiettivo di meglio definire le loro identità; è una perpetua ricerca di se stessi quella praticata da Gretel, Marcus, Fiona, non priva di pericoli; il Bonak è tutto ciò che viene rievocato con spettrale inquietudine, è il revenant, è il perturbante freudiano che ritorna nonostante gli incessanti tentativi messi in atto per tenerlo a bada; forse soltanto alla fine di questa immersione, il valore terapeutico della rievocazione controllata dalla scrittura darà i suoi frutti ed il ritrovamento del proprio Io, la conoscenza di sé, annienterà lo spettro che incombe sulle nostre vite passate.

Ingresso sala esposizione, Più Libri Più Liberi – Foto di Claudio O. Menafra

Non mancano tutte le strategie linguistiche necessarie a tramutare la narrazione in una rievocazione personale di un passato ormai andato ma che rappresenta, nel suo recupero, l’unica possibilità di redenzione: stravolgimento della struttura sintattica di alcune frasi (che in inglese più che nella traduzione in italiano non manca di generare i suoi profondi effetti sul ritmo della narrazione), completa indifferenza per la punteggiatura che indichi l’inizio di discorsi diretti, quasi ad emulare il convulso affaccendarsi della memoria e del pensiero che unisce costantemente presente e passato, narrazione e discorso, nel tentativo di anticipare il futuro; i capitoli hanno sempre gli stessi titoli, intrecciati, scambiati ed arrovellati su se stessi, come un indaffarato compositore di puzzle che non riesce a venirne a capo pur avendo tutti i pezzi, o quasi, a sua disposizione; nella sua scrittura, infine, il genere sessuale dei personaggi è costantemente reso ambiguo, cifra massima della moderna reinterpretazione del mito di Edipo che la Johnson ha voluto inscenare.

 

Una riscrittura moderna dell’Edipo

La nostra autrice ha dichiarato in più di ogni occasione ciò che le ha fornito sin da subito il casus scribendi, e cioè la volontà di volere riscrivere in chiave moderna il mito di Edipo; ma poi, precisa la Johnson, la scrittura le sfugge di mano per concentrarsi affannosamente sul rapporto madre-figlia e la questione femminile. ‘Non avevo in mente nulla di tutto questo’ – afferma l’autrice durante la presentazione del suo libro alla fiera del libro di Roma – ‘so solo che volevo scrivere di donne, di donne forti e tenaci, e così reinterpretare in chiave moderna il mito di Edipo. Ormai è consuetudine letteraria in Inghilterra prendere in prestito le storie del mito greco per riadattarle alla modernità, e questo forse perché l’Inghilterra, rispetto all’Italia, è più lontana culturalmente dal quel background antropologico, e riesce pertanto a sfuggire a quel senso di sacralità ed inamovibilità della storia che può essere presente in altre letterature’.

Solo in un secondo momento sono nate tutte le colonne portanti della sua narrazione; in effetti il lettore fatica in parte a riconoscere la storia della tragedia, poiché ormai sommersa da altri elementi e topics narrativi, fin quando Fiona, personaggio ambiguo e misterioso fa una rivelazione angosciante ad una delle protagoniste e cioè Margot:

 

Dietro di lei Fiona cominciò a parlare. Ucciderai tuo padre. Farai sesso con tua madre.

 

Il fatalismo di una decisione del destino che non può essere ovviata, deviata, il destino che seppur raggirato, come tenta in principio Fiona con Margot, fa il giro e ritorna al punto di partenza, pronto a deturpare ciò che rimane delle nostre esistenze; forse l’unico elemento preso in prestito dal mito che non è possibile adattare alla modernità è proprio l’ineluttabilità di un destino segnato sin dalla nascita e che non può essere raggirato, ma solo conosciuto, un fatalismo che mal si concilia con una modernità e la sua incessante richiesta di libertà.

 

 

articolo di

Claudio O. Menafra

 

 

 

 

 

 

 

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