Marina-Sara Giudice-Yawp

Marina

Marina apre e chiude i cassetti del comò. È seduta in terra con le gambe incrociate, le chiappe nude a contatto con il pavimento freddo. È estate, fa caldo. Sta mettendo in ordine le cose inutili che ha riposto distrattamente nei cassetti del comò durante il resto dell’anno. Il primo cassetto era pieno di cavi, carica batterie, pennette USB inutilizzabili, un vecchio cellulare che non si accende più. Nel secondo cassetto c’erano vecchi quadernetti usati, album da disegno pieni, pennarelli esauriti e matite colorate troppo corte. Nel terzo cassetto c’erano vecchie mutande e calzini lacerati. Nel quarto cassetto solo polvere.

Marina ha preso tutto con le mani dai cassetti e ha posato tutto sul pavimento, accanto alle sue cosce sudaticce. Sono sudaticce anche le pieghe della pancia. Nel secchio di plastica gialla, Marina ha già buttato le matite e i pennarelli. Ha messo i quadernetti e gli album in una scatola da scarpe. I cavi e le penne USB andranno gettate in un secchio dell’immondizia in centro. Li metterà in una busta di carta che poi svuoterà nel secchio apposito. Prima di mettere il cellulare nella busta da svuotare nel secchio, Marina scoperchia il cellulare. Toglie la batteria e vede una micro-SD perfettamente posizionata nel cassettino della micro-SD. Accanto alla micro-SD c’è una scheda SIM nel cassetto della scheda SIM. Marina sfila entrambe fuori dai cassettini e poggia la micro-SD sul pavimento.

Si chiede se la SIM sia ancora funzionante. Sostituisce la sua attuale scheda SIM con quella trovata nel vecchio cellulare.

Era il vecchio telefono di sua madre, che poi era passato a Marina quando suo padre aveva regalato alla moglie un nuovo modello, meno complicato da utilizzare. Tasti più grandi, funzionalità più abbordabili per una donna di cinquant’anni che non si era mai veramente adattata all’ondata di tecnologia che il nuovo millennio aveva portato con sé. Marina era stata felice di avere per le mani un telefono funzionante a costo zero. Quando aveva cominciato a fare i capricci, era finito nel cassetto.

Una volta acceso il telefono, Marina aveva digitato il vecchio PIN sullo schermo touch screen e poi atteso che la procedura di accensione finisse.

La lista di contatti è più o meno prevedibile. C’è il vecchio numero di telefono di sua madre, l’attuale numero di telefono di suo padre, che non cambia da una vita, i contatti telefonici delle sue vecchie compagne della scuola media e uno sotto il nome di Francesco. Marina ci mette un po’ di tempo per visualizzare il viso di Francesco.

Marina è combattuta. Apre l’applicazione di messaggistica online dall’iconcina verde e trova la nuova vista di contatti sincronizzati dalla nuova lista di contatti portati dalla vecchia scheda SIM. Non c’è nessuna conversazione registrata, ma Marina può vedere la foto profilo. Francesco sorride insieme a una ragazza bionda. Sono in spiaggia, in costume da bagno. Lui è molto più carino di come Marina se lo ricordava. Ai tempi del liceo, Francesco aveva un accenno d’acne sulle guance e la fronte, la pancetta flaccida e indossava spesso t-shirt di gruppi metal anni ’80. Marina lo trovava bruttino ma ricordava la sua gentilezza e la maniera che aveva di sorridergli. I sorrisi di Francesco la tranquillizzavano. Marina ricorda anche l’unica volta che lui aveva provato a baciarla: lei si era voltata e lui aveva cozzato sulla sua guancia. Era stato imbarazzante, ma Marina lo aveva dimenticato presto. Francesco probabilmente no.

Marina si chiede cosa dovrebbe fare con questa cosa che ha appena scoperto. Continua a tenere il telefono nella mano. Passa il telefono dalla mano destra a quella sinistra. Poi torna indietro con il tocco del pollice. Scorre di nuovo la lista, per curiosare fra le foto profilo delle altre persone. La maggior parte sono oscurate. Evidentemente quasi tutti i suoi compagni delle medie hanno cambiato numero di telefono. Forse l’hanno bloccata. Forse la odiano. Forse non la sopportano.

Alla fine Marina decide di tornare sulla foto profilo di Francesco. Quella nella foto è evidentemente la sua ragazza. O forse è sua sorella. No, uno non si farebbe mai fare una foto del genere con la propria sorella. Non al mare, in costume da bagno, mentre si tengono stretti l’uno all’altro sulla sabbia chiara di chissà quale spiaggia.

Marina pondera per pochissimo sulla sua vita e sulla maniera in cui quest’ultima è cambiata dall’ultima volta che ha parlato con Francesco. Ha cancellato da molto tempo il messaggio con il quale lo mollava da un momento all’altro, senza nessuna reale motivazione. Solo perché era spaventata.

Marina sente un potente senso di colpa salirle alla testa dal basso ventre. Le attraversa tutto il corpo, i lombi, la schiena, le braccia, le spalle, il collo e la nuca e poi la fronte e infine gli occhi. Piange un po’, niente di notevole. Non si può veramente chiamare pianto. Piange un po’.

Marina decide di inviare un messaggio a Francesco per scusarsi, dopo cinque anni dall’ultima volta in cui gli aveva rivolto la parola per accusarlo di qualcosa di cui non era colpevole e che non poteva nemmeno essere considerata una colpa, perché non era reale. Esisteva solo nella testa di Marina, che adesso è seduta sul pavimento e ha smesso di riordinare il comò per scoprire cosa succede se trovi all’improvviso il numero di una persona che hai fatto soffrire quando eri molto giovane e, in preda ai sensi di colpa, vuoi ripulirti la coscienza.

 

Racconto di

Sara Giudice

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