Lasciarsi trasportare dall'avventura al di là del mare, al di là della fantasia; intervista a Marco Petrelli

Le onde increspate dell’avventura: intervista a Marco Petrelli

Lasciarsi trasportare dall’avventura al di là del mare, al di là della fantasia; intervista a Marco Petrelli

Marco Petrelli è professore a contratto di lingua e letterature anglo-americane all’Università degli studi di Catania. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze del testo all’Università “Sapienza” di Roma con una tesi sull’opera di Cormac McCarthy. Tra i suoi interessi di ricerca figurano la letteratura e la cultura del sud degli Stati Uniti, il gotico americano, il postmoderno, le teorie degli spazi narrativi e le graphic narratives. Ha pubblicato diversi saggi in riviste nazionali e internazionali se collabora stabilmente con Il Manifesto come critico letterario. In questa intervista Marco Petrelli racconta il suo legame con il fumetto e in particolare con l’opera prattiana.

Le onde increspate dell'avventura: intervista a Marco Petrelli
Marco Petrelli, foto di Luigi Maggio

Hugo Pratt prima di tutto è un artista; in che modo la sua arte ha influenzato gli anni dei tuoi studi e quanto il fumetto prattiano è stato incisivo per la tua formazione?

I fumetti hanno rappresentato il mio approccio alla lettura, nel senso che ho letteralmente imparato a leggere attraverso la letteratura disegnata. Questo anche perché nella percezione comune il fumetto apparteneva (appartiene?) a una dimensione più popolare e accessibile rispetto alla “seria” letteratura. L’opera di Pratt gettava per prima (nella mia esperienza di fruitore) un ponte tra le due categorie, legittimando la mia convinzione che la differenza tra letteratura e fumetti fosse esclusivamente formale, non necessariamente qualitativa. Dopo Una ballata del mare salato ho iniziato a leggere tutti i fumetti d’autore che riuscivo a trovare, cosa che ha influito tanto sui miei futuri interessi di studio (che orbitano spesso attorno a quella che veniva spregiativamente definita “paraletteratura”) quanto sulle mie letture al di fuori del mondo delle graphic narratives. Più di tutto, direi che Pratt mi ha insegnato ad avere un sano approccio onnivoro alla narrazione, un’attitudine inclusiva e non snobistica che credo sia fondamentale per comprendere davvero il ruolo fondamentale che hanno le storie, tutte le storie, nella definizione delle nostre identità.

La letteratura anglo-americana è una delle principali fonti a cui Hugo Pratt ha attinto per costituire il suo bagaglio culturale; “[…] la citazione è un atto di correttezza” diceva lo stesso Pratt ma come distinguere quanto è suo nelle tavole de “La Ballata del mare salato” e quanto invece è frutto di riferimenti extra-testuali? Dov’è il confine?

Non credo sia importante. Conosciamo tutti il detto secondo cui gli artisti immaturi prendono in prestito e i maturi rubano, che è poi solo un altro modo di affermare come l’arte (in questo caso fumettistica e letteraria) appartenga a tutti ed esista al di fuori delle singole autorialità, che ne sono solo interpreti riconoscibili. Il postmoderno ci ha insegnato che l’originalità non è necessariamente un prerequisito della buona letteratura, e che il lavoro meta- e intertestuale può nascondere poetiche altrettanto dignitose o addirittura rivoluzionarie. Non penso che l’opera di Pratt possegga i requisiti per essere definita pienamente postmoderna, ma la complessità e l’eleganza con le quali ha costruito l’apparato citazionistico della Ballata bastano a dimostrarne lo spessore come autore, interprete ed elaboratore di un certo tipo di patrimonio letterario ed extra-letterario. Credo che la parola “confine” possa essere applicata a Pratt solo se accomunata all’idea di attraversamento. Se ci sono davvero dei confini, devono necessariamente essere fluidi, permeabili. Uno strumento di connessione più che di separazione.

Lasciarsi trasportare dall'avventura al di là del mare, al di là della fantasia; intervista a Marco Petrelli
Pandora, Hugo Pratt

Nel tuo intervento durante la giornata “Gli orizzonti aperti di Hugo Pratt” hai sottolineato il legame che c’è tra Moby Dick di Melville e La Ballata di Pratt; qual è la linea d’orizzonte che unisce questi due autori?

L’attraversamento dei confini, le terre reali-e-immaginate dell’esotico, della fantasia e dell’inconscio. Il desiderio di spingersi sempre più in là per comprendere meglio il nostro posto nell’ordine delle cose e il nostro ruolo come esseri umani. La letteratura, diceva uno dei miei maestri, è la più perfetta e complessa traduzione del mondo. Melville e Pratt sono stati due “traduttori” di grande eleganza e sensibilità, e due autori impossibili da costringere all’interno di definizioni rigide. Non leggerli vuol dire privarsi di un punto di vista ampio e illuminante sui misteri dell’esistenza, trincerarsi in uno spazio intellettuale che è magari rassicurante, ma anche (e soprattutto) soffocante.

Le navi sono centrali ne La ballata quanto in “Moby Dick” di Melville; la nave può essere essa stessa una metafora dell’avventura? Corto ha il suo Vanità Dorata mentre il Capitano Achab ha la sua Pequod; che relazione intercorre tra queste due imbarcazioni?

La nave, affermava Foucault, è l’eterotopia per eccellenza. Un luogo-altro che è prima di tutto un veicolo dell’immaginazione, trasportando gli uomini verso confini altrimenti irraggiungibili. Un mondo senza navi è un mondo senza immaginazione e senza avventura. E un mondo senza avventura è un mondo senza futuro. Ogni nave è una micro-società che induce inevitabilmente delle riflessioni sul nostro quotidiano e sulla struttura etica e politica della vita di ogni giorno, costringendoci a mettere in discussione ciò che sembra immobile, immodificabile, già scritto. In modi diversi ma certo accomunabili il Vanità dorata e il Pequod sono i veicoli della fantasia necessaria per non soccombere alla concretissima distopia del realismo capitalista che ci circonda. Sono strumenti rivoluzionari di cui non possiamo fare a meno.

Lasciarsi trasportare dall'avventura al di là del mare, al di là della fantasia; intervista a Marco Petrelli
Marco Petrelli, foto di Luigi Maggio

Come definiresti Corto Maltese, chi è e cosa racconta ai suoi lettori?

Corto Maltese è il germe romantico e ribelle al fondo dell’anima che si scontra ogni giorno con i limiti della realtà. Lo spirito anarchico (ma mai caotico) che critica lo status quo, lotta a suo modo contro ogni stortura e non soggiace passivamente ai dettami e alle gerarchie della società. Il tutto con uno stile invidiabile. È un pirata, un gentiluomo e un piantagrane; insomma, è tutto ciò che vorremmo essere per rendere straordinarie le nostre vite. È ormai un vero e proprio personaggio mitologico, e come tale parla al nostro inconscio e al nostro immaginario. Corto ci racconta come essere liberi e come sognare un mondo più libero – forse il regalo più importante tra quelli che ci ha fatto Pratt creandolo.

“Gli orizzonti aperti di Hugo Pratt” è stata una giornata dedicata a uno degli autori più importanti del fumetto; ritieni che incontri del genere aiutino a capire di più cosa si cela nel percorso di creazione tra narrazione e immagine?

Assolutamente. Nonostante l’interesse accademico per i fumetti sia ormai attestato, c’è ancora una certa resistenza a considerarli come un serio campo di studio e ricerca. Occasioni come questa permettono di dare un’occhiata a ciò che è “dietro le quinte” del processo narrativo, un procedimento analitico che il fumetto esplicita e favorisce attraverso la dimensione grafica che, lungi dal privare il lettore dell’esercizio dell’immaginazione (nel suo significato basilare di “creazione di immagini mentali”, un’accusa che viene spesso mossa a tutto ciò che non è “pura” letteratura), aggiunge ulteriori livelli di lettura e interpretazione. È stato molto interessante vedere come ognuno dei partecipanti avesse un approccio diverso alla materia, una dimostrazione della ricchezza del fumetto come medium e della sua flessibilità come oggetto di studio.

L’oceano è il protagonista dei romanzi d’avventura; hai una storia personale legata all’oceano che vorresti raccontare?

Non ho purtroppo grandi storie marinaresche da raccontare. Ricordo però perfettamente la prima volta che vidi l’oceano, a Cabo da roca, in Portogallo. Essere sull’orlo del continente e guardare verso l’orizzonte come devono aver fatto marinai ed esploratori secoli fa è un’esperienza sublime: elettrizzante e terrificante allo stesso tempo. Il desiderio di spingersi oltre e quello di porre un confine si equivalgono, viene da pensare che sia proprio in posti come questi che si è giocato il destino di molti uomini. C’è chi è andato avanti e chi ha deciso di fermarsi. Quando ci troviamo in posti come questi siamo forse in grado di capire quale sarebbe stata la nostra scelta se fosse toccato a noi, e quindi scoprire che tipo di persone siamo davvero. Questa consapevolezza, credo, si riflette poi in ogni aspetto della vita.

Io ho scoperto di essere un viaggiatore, per fortuna.

Intervista di

Valeria Magini

 

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