mostra lejica

La mostra fotografica di Pietro Baroni presso il Leica Store

J’ ai plus de souvenirs que si J’avais mille ans

Citazioni colte e ritratti fotografici. Nelle vostre passeggiate pomeridiane per il centro di Roma non potete non sostare presso il leica store per una breve riflessione sui vostri pensieri più arcani e più sedimentati, con tanto di frescura climatizzata.

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Pietro Baroni, fotografo di professione ma laureato in scienze naturali, espone la sua serie di 10 ritratti, non lontano da piazza di Spagna. Il suo progetto più ampio comprende 44 ritratti ed è dedicato ai volti umani filtrati attraverso una lente verde, che rende la pelle sporca e ne altera le brutture. Questi volti alterati e smascherati sembrano essere fatti di argilla, ancora sporchi e non rifiniti, come se il fotografo avesse colto di sorpresa il Dio della Genesi e gli avesse chiesto di fotografare le creature appena create. A questa pelle senza cera si contrappongono vari accessori che i soggetti dei ritratti hanno deciso di tenere addosso: orecchini, fasce per capelli, piercing. Il fotografo entra in relazione con il soggetto del suo ritratto chiedendogli di pensare a qualcosa che non avrebbe mai il coraggio di confessare alle persone che gli stanno vicino e forse neppure a sé stesso. Questi pensieri rimarranno sempre nello scrigno della mente del soggetto ritratto, non arriveranno neppure all’orecchio del fotografo e lo spettatore potrà soltanto intuirne i contorni. La colonna sonora, creata appositamente per la mostra dal compositore Giuseppe Vasapolli, accompagnerà il vostro percorso cercando di non regalarvi solo un piacere visivo ed edonistico, ma cercherà di guidarvi nei meandri del pensabile. Sentiamo un po’ come risponde l’artista alle nostre curiosità.

Secondo quale criterio ha selezionato i volti da fotografare?

Per la selezione dei soggetti ho messo un annuncio su internet e poi ho fatto una selezione fra coloro che si sono presentati al contest. Ho chiesto loro di pensare a qualcosa di indicibile e inconfessabile e poi ho iniziato a scattare. Hanno deciso loro cosa tenere addosso, la mia unica richiesta è stata quella di tenere la pelle a vista.  

Questa relazione fra fotografo e soggetto del ritratto ha un esito catartico? Per lei o per il soggetto fotografato?

Non lo definirei catartico, ma empatico. Per me è stato un processo creativo denso di emozioni e a volte sono riuscito persino a percepire la densità e la pesantezza dei pensieri inconfessabili che abitavano la mente del soggetto fotografato.

Lo status artistico della fotografia oggi è messo a dura prova dall’utilizzo che se ne fa con i social, per esempio Instagram. Cosa differenzia una sua foto da una pubblicata su Instagram da un qualsiasi utente?

Beh, per me la fotografia è un mestiere ma anche un processo creativo. Per arrivare ad esporre un certo numero di fotografie intraprendo un percorso di letture e riflessioni che mi portano alla creazione del concetto che potrebbe stare alla base della mostra. Quello che vedete qui è solo l’ultimo stadio di questo processo. Forse la differenza risiede nella narrazione e nel processo creativo, che può durare qualche minuto, ma anche qualche settimana.

Cos’è per lei maggiore fonte di ispirazione?

Certamente il cinema e Fellini in particolare. Poi leggo tanti saggi che mi aiutano a sviluppare le idee che ho in testa. Uno fra i tanti a cui mi ispiro è Pieter Hugo.

 

Articolo di

Benedetta Cirone

 

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