Da studentessa a traduttrice: intervista a Francesca Bononi

Da studentessa a traduttrice: intervista a Francesca Bononi

Tradurre, imparare a farlo

Durante il secondo incontro del ciclo “Letteratura francese tradotta e da tradurre” – organizzato dalla professoressa Martine Van Geertruijden e svoltosi venerdì 12 aprile 2019 – gli studenti del corso di laurea in “Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione” hanno avuto l’occasione di incontrare la traduttrice Francesca Bononi, traduttrice di Sucre noir e Le voyage d’Octavio di Miguel Bonnefoy, nel nuovo edificio Marco Polo.

Deve essere stato sicuramente emozionante tornare all’università e trovarsi dietro ad una cattedra piuttosto che davanti ad un banco. Quali ricordi ha della sua vita da studentessa? Quale impronta significativa le ha lasciato l’università?

Parto subito col dire che il “dietro-la-cattedra” più che emozionarmi mi agita: avrei preferito di gran lunga un bel tavolo rotondo! A dire la verità in questo senso non mi sento molto cambiata dagli anni dell’università: quando vengo a incontrare gli studenti per parlare della mia esperienza nel mondo della traduzione sento ancora che il mio posto dovrebbe essere “al banco”, ho ancora così tanto – mi pare tutto! – da imparare. Gli anni dell’università mi hanno lasciato dei gran bei ricordi; direi che il più vivido è il senso di libertà: libertà di studiare quello che mi interessava, libertà di diventare ed essere la persona che volevo.

Dialogando con l’autore del romanzo che è stato presentato – Sucre noir di Miguel Bonnefoy – ha parlato del suo rapporto con lo scrittore in questione e di averlo contattato via mail per presentargli alcuni dubbi riguardo il modo di tradurre certe parti del testo. Le era già successo prima? Qual è il rapporto che si instaura tra il traduttore e l’autore in questo caso?

Scrivo quasi sempre all’autore o all’autrice del romanzo che traduco. A volte, quando non ho particolari dubbi sul testo, scrivo semplicemente per presentarmi – penso sia un bel gesto “farsi vivi”, in fondo stiamo mettendo le mani nella sua pasta. Altre volte, invece, mi piace potermi confrontare con lui o lei per sciogliere alcune questioni. Certo, non tutti gli autori amano essere interpellati per sbrogliare dubbi di traduzione – è un po’ come se stessimo dicendo loro “qui non sei stato chiaro, non si capisce quello che volevi dire”; finora, però, ho sempre avuto a che fare con autori e autrici disponibili. Con Miguel, poi, siamo diventati addirittura amici. Una precisazione però mi sembra d’obbligo: prima di rivolgere una domanda devo davvero aver tentato tutte le strade (amici madrelingua, ricerche varie, ricerche presso esperti nel settore); l’autore non può essere una scorciatoia.

Come ex studentessa del corso di laurea in “Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione” all’Università di Roma La Sapienza, prima di terminare i suoi studi sapeva già quale carriera voler intraprendere? Spesso si è confusi e non si ha un’idea chiara sul proprio futuro.

Che mi interessasse lavorare con le lingue l’ho sempre saputo, direi dal liceo. Che volessi lavorare nel campo della traduzione l’ho capito durante il secondo anno di università, quando mi è capitato di tradurre una guida turistica (niente a che fare con la letteratura, ma mi sono divertita molto).

Una volta laureata, quali sono state le prime mosse che ha fatto per entrare a far parte del mondo del lavoro? Sovente si sente dire che non è facile trovare un impiego in questo campo.

Il lavoro del traduttore, a differenza di altre professioni, non ha strade già tracciate da percorrere per arrivare alla meta. Spesso si approda alla traduzione di un libro per pura casualità, perché si incontra la persona giusta al momento giusto. È stato un po’ quello che è accaduto a me: si è dato il caso che l’autrice della raccolta di racconti che avevo tradotto nella mia tesi di laurea magistrale (mai tradotta in Italia fino a quel momento) stesse proprio in quei mesi pubblicando un suo romanzo presso un editore italiano. E così ho conosciuto l’editore e ho iniziato a lavorare per lui. E avanti così, di tassello in tassello. Certo non voglio affermare che è tutta una questione di casualità e fortuna; ci vogliono impegno, determinazione, precisione, bravura, caparbietà, intuito.

Se si ama il proprio mestiere, si sa, lavorare diventa un piacere più che un obbligo. Eppure, coesistono, come sempre, dei lati negativi e positivi. Qual è la parte sicuramente più difficile – potremmo dire stressante – del compito di tradurre? E quella più piacevole? Cosa significa, insomma, essere una traduttrice?

Direi che la parte più stressante, quella che più impensierisce, è senza dubbio la “precarietà”: non si è dipendenti di e da nessuno, e la paura del vuoto, della mancanza di un libro da tradurre dopo quello al quale si sta lavorando è sempre dietro l’angolo. Anche la questione dei tempi è alquanto stressante, perché spesso c’è poco tempo per tradurre. Parlando invece strettamente di traduzione, direi che la parte più difficile è sentire la “voce” dell’autore, e quindi non sbagliare il tono, che a mio avviso è molto più grave del prendere un granchio e tradurre fischi per fiaschi. Ma per me questo è al contempo l’aspetto più piacevole: imbarcarsi nella lingua altrui e cambiare ogni volta voce è estremamente divertente.

Se potesse scegliere, quale autore amerebbe tradurre? Ha un sogno nel cassetto di questo genere?

Non saprei scegliere, davvero. Però posso dire che mi auguro di poter continuare con gli autori e le autrici con i quali ho già iniziato.

Quale consiglio si sente di dare agli studenti neolaureati che amerebbero intraprendere questa strada?

Di essere martellanti, di non lasciarsi scoraggiare e metterci impegno e determinazione; di stare con le orecchie sempre ritte, per capire le direzioni del mercato editoriale e la natura delle case editrici. E di leggere, tanto.

Intervista di

Arianna Taddeo

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