Michel de Certeau: l’invenzione del quotidiano e l’eroismo da formicaio dell’uomo comune

Michel de Certeau: l’invenzione del quotidiano e l’eroismo da formicaio dell’uomo comune

L’Invention du quotidien è uno dei titoli maggiormente noti della lunga biografia letteraria del post-strutturalista francese Michel de Certeau, un’opera interamente dedicata alle arti del fare, quella dimensione intimamente creativa che connota e contrassegna l’agire umano indipendentemente dalle categorie logico-discorsive e che emerge, soprattutto nella nostra contemporaneità, con tutto il suo potenziale distruttivo e sovversivo nei confronti dei saperi e delle istituzioni della sovranità moderna, nei confronti di ogni potere che dialetticamente nella storia ha imposto il proprio sistema sovrastrutturale di idee a partire da precise coordinate socio-economiche. Un testo ‘precoce’, com’è stato spesso definito, in grado di descrivere minuziosamente quell’eterno conflitto tra gli apparati cognitivi informati dalle ideologie dominanti e la cultura subalterna, cioè l’esperienza vissuta nel quotidiano.

Michel de Certeau: l’invenzione del quotidiano e l’eroismo da formicaio dell’uomo comune

La ricerca è tutta incentrata sull’utente,

il consumatore, il cliente del capitalismo tecnocratico e globalizzato, che si presume votato alla passività ed alla disciplina; si tratta di prendere in considerazione le operazioni di questi utenti, teoricamente sottomessi, senza soluzione di compromesso, al sistema politico-economico vigente, dimostrando come essi siano in grado di espletare, nella loro recezione dei prodotti di mercato, un’attività di tipo poietico, e cioè di produrre essi stessi un effetto capace di trasformare il prodotto e reinventarlo secondo le proprie esigenze e le personali attitudini pratiche [1] . Ad una produzione di tipo numerico, statistico e razionale imposta dal sistema di potere, che è al tempo stesso chiassosa e caoticamente sistematica, ne corrisponde un’altra, quella cioè dei consumatori, definita appunto ‘consumo’; un’attività silente, evanescente, astuta e dispersa che non si manifesta mediante prodotti propri ma attraverso i modi d’uso con i quali quei prodotti vengono recepiti.

Un’analisi incentrata sulle molteplici e microscopiche procedure messe in atto dagli uomini comuni

routinari, senza qualità particolari, individui dispersi nelle masse popolari che sono in
grado di fagocitare il romantico principium individuationis a favore di un collettivismo dilagante. Alla microfisica del potere escogitata da Michel Foucault, un sistema di pratiche prive di ideologia che consentono al potere di reiterare e mantenere il proprio status quo [2] , de Certeau contrappone una microfisica del popolo, procedure comunemente diffuse (minuscole e quotidiane) che vengono quasi inconsapevolmente impiegate ed adottate al fine di eludere i meccanismi della disciplina; il presupposto rimane inevitabilmente una conformazione rispetto al codice dominante, un’assimilazione delle regole e delle forme sociali imposte, ma solo per raggirarle, per
reinterpretarle poieticamente, risemantizzarle e modellarle dall’interno. Appunto assimilazione del sistema, che non sta ad indicare un farsi simile al prodotto, bensì il contrario, in quanto appropriazione, e cioè rendere quel prodotto simile a me, confacendolo ai miei modi d’uso; i modi d’uso di elementi imposti da un ordine economico dominante [3] .

De Certeau ricorda, in tal senso, tutto gli studi riguardanti gli equivoci

che durate El siglo de Oro minavano dall’interno i successi dei colonizzatori spagnoli fra le differenti etnie indiane nel Nuovo Mondo: nonostante fossero stati sottomessi con la forza dell’artiglieria moderna, una sottomissione alle volte persino consenziente, spesso gli Indios trasformavano i modelli, i riti, le rappresentazioni o le leggi imposte in qualcosa di deverso rispetto a ciò che pensavano e che pretendevano di ottenere i colonizzatori. Questi Indios sovvertivano le regole ed i modelli loro imposti non respingendoli, ma utilizzandoli a loro modo per scopi e funzioni estranee al sistema dal quale non potevano esimersi. In mancanza di mezzi per poter respingere quel sistema di
dominio, non potevano far altro che sfuggirgli senza sottrarvisi; è lo stesso sottile equivoco che oggi s’insinua all’interno dello schema di potere messo in atto dal capitalismo tecnocratico.

Michel de Certeau: l’invenzione del quotidiano e l’eroismo da formicaio dell’uomo comune

Il modello teorico più importante de Certeau lo ricava, in particolare, dalla linguistica,

con esplicito rifacimento alle teorie degli atti locutori, e cioè le modalità attraverso le quali vengono costruite le frasi proprie con un vocabolario ed una sintassi ricevute entro un sistema linguistico dato. In linguistica l’-esecuzione- non è la -competenza-; l’atto locutorio, con tutte le tattiche enunciative che comporta, non è di certo riconducibile alla conoscenza della lingua [4] . De Certau si pone lungo questa prospettiva dell’enunciazione durante l’intero corso della sua analisi, privilegiando l’atto di parlare in quanto capace di operare all’interno di un sistema linguistico. Gli enunciati linguistici nell’atto stesso di operare dall’interno, comportano un’assimilazione o appropriazione del sistema lingua da parte dei parlanti. L’atto locutorio è una reificazione momentanea e limitata del sistema astratto in un kairos, un atto pratico, che instaura un presente relativo associando un momento ad un luogo; si stabilisce un contatto con l’Altro, l’eterogeneo, l’interlocutore, all’interno di una rete di spazi e rapporti (pragmatica).

Questi enunciati equivalgono a delle pratiche quotidiane che i parlanti operano all’interno della loro Langue, procedure molecolari all’interno delle strutture grammaticalizzate del sistema linguistico; un’assimilazione poietica del sistema, volta all’erosione interna del sistema stesso. Da questa prospettiva, una lingua standard sarebbe il sistema grammaticalizzato e normatizzato di una data nazione, mentre le rispettive ‘marcature’, flessioni interne al sistema dovute ai coefficienti di variabilità linguistica rappresenterebbero le concrezioni, ovvero gli atti pratici e pragmatici interni, quindi appropriazioni poietiche del sistema da parte dei fruitori di quella lingua. L’appropriazione di una lingua da parte dei parlanti è in grado di declinarla, dunque, in diverse manifestazioni fenomeniche, a seconda del coefficiente di variabilità preso in considerazione (diacronico, diafasico, diastratico, diamesico, diatopico), ed è ciò che garantisce la mutazione linguistica e spiega il perché la lingua sia un fenomeno vivo e cangiante, in quanto soggetta costantemente alle appropriazioni condotte da parte degli utenti [5] che ne erodono dall’interno i presupposti grammaticalizzati, ristandardizzandoli di volta in volta.

Il Berruto

nel suo diagramma cartesiano rappresentante l’architettura dell’italiano contemporaneo [6] , aveva distinto una zona ‘centrale’, prossima ai fuochi del piano geometrico, all’interno della quale andavano collocati tutte quelle variazioni dell’italiano in grado di esercitare una forza centripeta, ossia in grado di rafforzare gli elementi standard soggetti a norma grammaticale, da una zona periferica in cui confluivano tutte le marcature in grado di esercitare una forza centrifuga, cioè deleteria per lo standard, in grado di forzarne l’impalcatura. Ebbene proprio in prossimità della periferia si trova l’italiano popolare, una forma non standard (perché marcata) e marcata fortemente verso il basso in diastratia e diafasia, ma soprattutto tendente al parlato (dimensione diamesica). L’italiano popolare, come le tattiche di cui parla De Certeau, si staglia al confine della legalità linguistica, ai margini del sistema regolamentato dalle leggi grammaticali e scritturali, tende a dilatare tali confini e a mettere in discussione la struttura portante della lingua standard.

E’ dunque l’italiano popolare, su tutti e quattro i piani della struttura linguistica, la fucina magmatica e viva entro la quale vengono forgiati i nuovi elementi linguistici che confluiranno progressivamente nello standard e ne garantiranno un cambiamento lungo la linea del tempo; basti pensare a quante siano le espressioni che in tempi passati venivano bollate come volgari ma che ora entrano di modo neutrale nel nostro linguaggio quotidiano: sostantivi quali casino, bordello, sono stati progressivamente sostituiti a confusione, il quale ora è slittato in un registro linguistico più alto diafasicamente; l’espressione ‘’per forza’’ ha definitivamente soppiantato ‘obbligatoriamente/necessariamente’, così come il “che” polivalente ha sostituito nell’italiano moderno quasi tutte le preposizioni subordinanti; basti, ancora, notare anche l’esito del congiuntivo o la risemantizzazione verbale del futuro sintetico, ora quasi esclusivamente con valenza deontica e epistemica. La lingua cambia, e le grammatiche le vanno appresso, seppur con ritardo, nel tentativo di fissare i cambiamenti e renderli fruibili; e tali cambiamenti vengono dal basso, dal popolo, da questa sorta di eroismo da formicaio che Michel de Certeau individua in quelle pratiche quotidiane che egli stesso definisce tattiche.

Michel de Certeau: l’invenzione del quotidiano e l’eroismo da formicaio dell’uomo comune

Pratiche incentrate sulla ragion pratica,

su di una techné pre-logica messa in atto quasi inconsciamente dagli utenti, un’arte del fare che non è possibile teorizzare perché il suo è un linguaggio muto che non ha nulla a che fare con quello delle scienze scritturali; il saper fare diventa parametro di conoscenza pratica quasi di tipo estetico, piuttosto che teorico, una sorta di tatto logico (logische Takt) [7]. Posta così sotto il segno dell’estetica, ecco che l’arte pratica sarebbe soggetta alle condizioni del giudizio, una condizione dunque a-logica del pensiero, su di una facoltà che trascende completamente l’intelletto. Fra intelletto e ragione, la facoltà di giudizio s’accomoda su di un equilibrio soggettivo tra immaginazione e comprensione; è il termine medio che si staglia al limite esterno della logica discorsiva. E’ più prossima ad un senso (Sinn) di tipo comune, è il senso comune (Gemeinsinn) e quindi giudizio. Tali pratiche sono l’opposto del Logos greco, esse sono arguzie quotidiane 8 , furberie, azioni in sordina in un territorio nemico (quello del potere), che non sono in grado di tesaurizzare i loro risultati, che di volta in volta sfruttano il momento opportuno per poter volgere la situazione a proprio vantaggio; per tali caratteristiche fisiognomiche, queste tattiche/pratiche assomigliano all’arma con la quale Zeus attua il proprio predominio nei confronti delle altre divinità: la metis.

La metis esprime anche un principio di economia:

mediante il minimo dispendio di energie raggiungere il massimo del risultato, definendo in tal modo anche un’estetica (tipico della lirica moderna è la creazione di un numero indefinito di immagini e sensazione mediante una progressiva rarefazione dei significanti). Ma il passaggio dell’operazione che comporta un rovesciamento da meno forze a più effetti, implica necessariamente la mediazione di un sapere, costituitosi mediante l’accumulo progressivo di esperienze induttive ed individuali. E’ un sapere fatto di molti momenti ed esperienze fenomeniche eterogenee tra di loro, non ha un luogo proprio: è la memoria [9]. Questa memoria, priva di luogo, viene progressivamente istruita da una molteplicità di eventi particolari, ciascuno di essi è un frammento di tempo, che le permette di calcolare anche le possibilità in seno al futuro. La metis punta esplicitamente su di un accumulo di tempo che le è favorevole, contro una composizione di luogo che gioca a suo sfavore. Ma la memoria resta nascosta finché non si rivela ex abrupto il momento opportuno, ancora una categoria temporale, che la fa brillare nel lampo dell’istante occasionale (kairos); l’intera circonferenza indefinita delle esperienze immagazzinate dalla memoria viene così concentrata all’interno di un punto preciso del tempo, l’attimo, l’occasione, il momento. L’occasione non è autonoma, ontologicamente parlando, essa è consustanziale alla memoria, e si manifesta mediante una torsione nello spazio vettoriale esterno dovuta all’incontro tra due categorie completamente eterogenee: lo spazio ed il tempo.

La metis è dunque questa irruzione del tempo (memoria),

privo di luogo, in uno spazio, in grado di modificarne i connotati. Si parte da una situazione tipo in cui vi è un minimo impiego di mezzi (I), che comporta un massimo impiego della memoria (II), da cui un minor dispendio di tempo (III), che infine comporta una moltiplicazione esponenziale degli effetti (IV) [10] . Dunque la situazione (I) rappresenta uno stato di cose visibile che viene istantaneamente modificato in uno stato di cose successivo (IV) per mezzo dell’incursione di una forza invisibile, priva di luogo ed evanescente, che non lascia tracce di sé se non negli effetti concreti apportati allo spazio d’azione. La memoria appare dunque quale meccanismo responsivo, che necessità dell’altro da sé per poter essere evocata e poter funzionare; non è in grado di creare l’occasione (kairos) poiché opera in un luogo di cui non controlla le vettorializzazioni e gli spostamenti, deve attendere che essa si palesi per poterne usufruire.

La metis è dunque lo strumento per antonomasia utilizzato dagli utenti del capitalismo
tecnocratico per volgere a proprio vantaggio una condizione sociale imposta dalle rinnovate coordinate economiche. Attraverso l’intelligenza pratica e l’appropriazione dei suoi prodotti di consumo, gli utenti sono in grado di creare delle libertà interstizie, dei microspazi in cui esercitare la loro arte pratica; non sono più degli utenti passivamente assoggettati al sistema di potere, bensì attivi e responsivi rispetto a ciò che viene loro imposto. La marginalità sociale e quotidiana di queste minuscole azioni pratiche diventa universale, una maggioranza silenziosa che opera dall’interno del sistema. Inoltre le procedure mediante le quali avviene il reimpiego dei prodotti di mercato, funzionano anche in relazione ai rispettivi ruoli sociali ed ai rapporti di forza imposti; il lavoratore immigrato, davanti alle immagini prodotte dalla televisione, non ha lo stesso senso critico di un cittadino autoctono, e dunque sarà caratterizzato da un’attività recettiva completamente differente, ma di certo non passiva.

Michel de Certeau: l’invenzione del quotidiano e l’eroismo da formicaio dell’uomo comune
Citazione di M. de C.

Tattiche

questo il termine palesemente derivato dal gergo militare, che de Certeau utilizza per
indicare le micro-attività quotidiane dei subalterni messe in atto per poter sopravvivere, assimilandolo, al potere che di volta in volta nella storia fa la sua comparsa; un calcolo che non può contare su di una base propria perché lavora in luogo che non gli appartiene (il sistema); questa possibilità di elusione del sistema , e di reinterpretazione poietica dei suoi prodotti interni, rappresenta la base dell’ottimismo polemologico di de Certeau, ma soprattutto sancisce la sconfitta definitiva dei modelli teorici strutturalisti, rigidamente concepiti, il cui limite era rappresentato dall’assenza di mobilità sociale. In questo modo si da atto del mutamento dialettico intrinseco alla storia umana, generato anche a partire dal basso, un mutamento che parte inevitabilmente dalle piccole azioni routinarie del quotidiano che in massa sono capaci di rinnovare costantemente il tessuto sociale sino a scardinare le strategie stesse messe in atto dai ceti dominanti e volte al mantenimento del loro status quo. L’eroismo da formicaio, così come teorizzato esteticamente da Robert Musil, trova così un fondamento teorico. Ogni sistema di potere ha in sé i germi della propria disfatta [11] .

Note:

  • [1] Certeau M., L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, 2007;
  • [2] Foucault  M, Sorvegliare e punire, 1975.
  • [3] Certeau  M. , L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, 2007.
  • [4] Ibidem.
  • [5] Sobrero e Miglietta, Introduzione alla linguistica italiana, Editori Laterza, 2006.
  • [6] Berruto, G., Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Carocci Editore, 2014.
  • [7] Kant, I., La Critica del Giudizio, 1790.
  • [8] Detienne e Vernant, Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia, Laterza, 1999.
  • [9] Certeau, M., L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, 2007.
  • [10] Ibidem.
  • [11] Marx, E. L’ideologia tedesca, Bompiani, 2011.

Bibliografia:

  • Berruto, Gaetano (2014)  Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Carocci Editore;
  • Certeau, Michel de (2007)  L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro;
  • Detienne e Vernant (1999), Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia, Laterza;
  • Foucault, Michel (1975)  Sorvegliare e punire;
  • Kant, Immanuel (1790) La Critica del Giudizio;
  • Marx, Engels (2011) L’ideologia tedesca, Bompiani,
  • Sobrero e Miglietta (2006) Introduzione alla linguistica italiana, Editori Laterza

Articolo di

Claudio Oreste Menafra

 

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