Il mondo tupi prima e dopo l'arrivo dei portoghesi

Il mondo tupi prima e dopo l’arrivo dei portoghesi

Quando i portoghesi arrivano in Brasile

I portoghesi il 22 aprile del 1500 giungono in un luogo che già da molto tempo possedeva centinaia di migliaia di abitanti. Il gruppo etnico più importante e con più membri con il quale i portoghesi vengono subito a confrontarsi e che saranno fondamentali nel periodo della fase di colonizzazione, saranno i Tupi. Questa gente abitava  prevalentemente i litorali delle regioni che oggi corrispondono agli attuali stati di Rio de Janeiro, della Bahia, del Maranhão e del Pará. [1] Erano suddivisi in delle unità che conosciamo con il nome di tribù. Dalle tribù poi nascevano entità minori che venivano chiamate aldeias. Queste aldeias erano formate da gruppi di poche persone, perlopiù gruppi famigliari allargati. [2] Questi gruppi locali componevano in media dalle quattro alle sette abitazioni collettive, chiamate anche malocas.

foto presa da: www.paganusaeternus.com

Ad ogni maloca veniva riconosciuto tutto il cibo che era riuscita a procurarsi nella caccia, l’acqua potabile che era riuscita ad ottenere ed ogni forma di bene. Nel caso in cui, però, un’altra maloca avesse urgenza di cibo, acqua o elementi principali alla sopravvivenza, si era tenuti a cedere un poco di quel che si aveva per aiutare la maloca in difficoltà.[3] I Tupi organizzavano con grande esattezza anche la divisione dei lavori tra uomini e donne. Ai primi spettava la preparazione della terra per l’orticultura, si occupavano della caccia e della pesca, dovevano fabbricare canoe, archi e frecce, si occupavano della difesa del proprio nucleo di appartenenza, sia esso la tribù o l’aldeia o la stessa maloca, erano tenuti, nei casi stabiliti, ad intraprendere azioni belligeranti e a gestire i sacrifici umani. Le donne fabbricavano la farina, preparavano le radici per la produzione del mais, tessevano il cotone e si occupavano della ceramica. Dovevano badare agli animali domestici e occuparsi delle faccende casalinghe. Inoltre le donne erano tenute alla depilazione degli uomini per la pratica dei tatuaggi, a loro affidata, e preparavano anche i corpi per i sacrifici.

Il mondo tupi prima e dopo l'arrivo dei portoghesi

Il rapporto di parentela in questo tipo di società era vitale. Vi erano numerosi matrimoni avuncolati, ossia di matrimoni dove lo zio poteva sposare una delle nipoti. Inoltre era spesso usato il matrimonio tra cugini. Ci si poteva sposare anche al di fuori del gruppo famigliare, ma, in tal caso, bisognava prestare servizio al padre e agli zii della donna sia prima che dopo il matrimonio. Solo nel caso della nascita di un bambino, la famiglia della donna sposata poteva ritenersi ricompensata e lei poteva andare a vivere col marito nella maloca di lui.[4] Si prevedevano anche matrimoni tra un uomo e più donne, atti a creare un’unità famigliare più ampia e forte.[5] Per quanto riguarda i bambini, i tupi credevano che fosse dovere dell’uomo quello di crescerli, in quanto sostenevano che solo il padre era l’autore del figlio. Egli doveva occuparsi dell’inserimento del figlio nella comunità ed erano stabilite anche varie cerimonie che apportassero beneficio al bambino. [6]

La carta di Caminha

La carta do achamamento do Brasilè il primo documento storico in cui viene descritta la scoperta del Brasile e l’approdo in questo nuovo, immenso e così differente territorio. Pero Vaz de Caminha, scrivano al servizio del re D.Manuel I, e facente parte della flotta guidata da Pedro Álvares Cabral, la scrive per informare Sua Maestà con la descrizione del territorio, degli abitanti, delle usanze e di tutto ciò che ritiene utile. La lettera venne consegnata o da Gaspar de Lemos [1] o da André Gonçalves [2], su questo le fonti discordano. In ogni caso uno di questi due uomini tornò indietro prima degli altri per consegnare la lettera al re. La missiva è firmata con la data del primo maggio dell’anno 1500. La lettera è di particolare importanza poiché, seppur con un filtro europeo, descrive anche il mondo indigeno che gli europei si trovano davanti nell’arrivare nel nuovo territorio che inizialmente chiameranno “Ilha de vera Cruz”.

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Le prime impressioni e descrizioni degli indios

La prima descrizione fisica che Caminha fa delle nuove conoscenze mette in luce subito le prime differenze tra europei e indigeni: gli indios sono di carnagione scura, tendente al rossiccio, hanno lineamenti ben fatti e non hanno vergogna nel girare nudi.[3] Gli indios incontrati hanno i capelli lisci e vanno in giro con una rasatura dei capelli fin sopra le orecchie. [4] Nelle pagine successive Caminha descrive che gli indios non gradiscono il pane, il pesce cotto, i dolci di mandorle, il miele e i fichi secchi che gli furono offerti e nemmeno il vino. [5] Inoltre vengono descritte anche alcune fanciulle le quali hanno i capelli molto neri e molto lunghi e vanno in giro nude. [6]

Le descrizioni morali degli indios e l’uso dei   portoghesi

Parece-me gente de tal inocência que, se homemosentendesse e eles a nós, seriam logos cristãos porqueeles, segundoparece, elesnãotêmnementendememnenhumacrença. [7]

Analogamente a ciò che pochi anni prima aveva visto e conosciuto Cristoforo Colombo, anche i portoghesi si relazionano con le nuove popolazioni attraverso il proprio punto di vista e i propri bisogni. Secondo un punto di vista prettamente europeo e cristiano, i portoghesi iniziano a domandarsi sulle identità delle nuove persone che hanno davanti. Uno dei primi dubbi che viene loro è se queste persone siano o no degli ebrei in quanto la Bibbia fa riferimento alle dieci tribù perdute di Israele le quali, girando per numerosissimi territori, hanno convertito molte genti. E’ possibile quindi che queste persone siano entrate in contatto con alcuni di loro e si siano successivamente legate alla religione ebraica. Non vedendo nessuno di loro circonciso, i portoghesi capiscono però che non ci sono ebrei tra questa gente. [8] Il giudizio sugli indios cambia diverse volte ma si adatta sempre alle esigenze portoghesi. Un esempio chiaro è quando un vecchio riceve dai portoghesi un berretto rosso e, dopo averlo ricevuto, si allontana da questi per non tornare più.

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Foto presa da: https://www.pinterest.ph/pin/479703797796486245/

Anche altri due indios che erano stati a bordo di una delle navi portoghesi,

non sarebbero più comparsi. Da ciò Caminha deduce che questa sia gente bestiale e di poco sapere ma dato che sono puliti e sani potrebbero essere rapportati a uccelli o animali selvatici. Tutto questo gli fa dedurre che gli indios non abbiano case o dimore.[9] Caminha osserva e studia gli indios secondo ciò che da europeo può vedere, ma anche da ciò che vuole vedere. Non prende in considerazione che gli indios possano scappare non per codardia ma per il ritrovarsi in una situazione a loro sconosciuta e crea facili deduzioni per poter giungere successivamente a semplici conclusioni. L’idea sugli indios è sempre dettata dall’onnipresente visione europea. I portoghesi entrano in contatto con gli indios in numerosi casi; negli scambi, nei tentativi di dialogare per poter meglio comprendere il mondo circostante, nelle semplici vicende della vita quotidiana e, in ognuno di questi casi, il portoghese vede se stesso superiore all’indigeno il quale, forse più per un pretesto portoghese che per un reale giudizio, verrà sempre giudicato come cristianizzabile.

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Foto presa da: www.institutojoaogoulart.org Yanomami Indians walk in the forest during a meeting of tribal members from two different villages, in Novo Demini on the border between the states of Amazonas and Roraima, October 16, 2012. Some 150 of the Yanomami met as leaders and government representatives discussed ways to improve their health and education on the 20th anniversary of the creation of their Yanomami Indian Reserve. Picture taken October 16. REUTERS/Odair Leal (BRAZIL – Tags: ENVIRONMENT POLITICS SOCIETY)

Ma lo scopo di questa cristianizzazione poi non è altro che un trasportare le proprie credenze, le proprie usanze e la propria fede in un territorio estraneo che si vuole dominare sotto ogni punto di vista. Vi sono numerosi esempi in cui l’uomo portoghese vede come inferiori gli indios. Uno di questi riguarda il rifiuto del vino. Una scena che è già stata illustrata ma che è bene analizzare con più profondità. Dopo aver visto che gli indios non gradiscono il pane, il pesce cotto, i dolci di mandorle, il miele e i fichi, Caminha desidererebbe “avvezzare” gli indios a bere quantomeno il vino, anch’esso sgradito, quasi come fosse un padre che deve far capire ai propri figli cosa mangiare e cosa bere. [10] Una differenza importante con le altre popolazioni sudamericane, è che gli indios brasiliani non sembravano avere una qualche fede religiosa, cosa che spronava intensamente i portoghesi a dargliene una. Nelle altre regioni sudamericane invece le situazioni erano differenti e gli spagnoli spesso sono dovuti entrare in contatto con le usanze religiose di molti popoli.

Bibliografia:

  • HistóriaGeral da Civilização Brasileira, Tomo 1, sob a direção de SérgioBuarque de Holanda, Difel, São Paulo e Rio de Janeiro
  • João de Barros, Decada de Asia, Na regia officina typografica, Lisboa, 1728
  • GasparCorreia, Lendas da India, Lisboa, tipographia da academiarealdassciencias, Lisboa, 1858
  • Pero Vaz de Caminha, Carta a El-Rei D.Manuel I sobre o achamento do Brasil, Parque Expo 98, Lisboa, 1997
  • Pero Vaz de Caminha, Lettera sulla scoperta del Brasile, edizione Sellerio editore Palermo, 1992

Note:

  • [1]João de Barros, Decada de Asia, Na regia officina typografica, Lisboa, 1728, p.390.
  • [2]GasparCorreia, Lendas da India, Lisboa, tipographia da academiarealdassciencias, Lisboa, 1858, p.152.
  • [3] Pero Vaz de Caminha, Carta a El-Rei D.Manuel I sobre o achamento do Brasil,Parque Expo 98, Lisboa, 1997, p.14.
  • [4] Ibidem p.15.
  • [5] Ibidem pp.16-17.
  • [6] Ibidem p.18.
  • [7] Ibidem, p.43.
  • [8] Ibidem, p.17.
  • [9] Pero Vaz de Caminha, Lettera sulla scoperta del Brasile, edizione Sellerio editore Palermo, 1992, pp.27-28.
  • [10] Pero Vaz de Caminha, Lettera sulla scoperta del Brasile, edizione Sellerio editore Palermo, A cura di Vera Lúcia De Mello Rodriguez, 1992, p.62.

Articolo di

Matteo Genova

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