Privacy Policy Impressioni riguardo “Il cielo che cambia scrittura” di Franco Arminio - The Serendipity Periodical
Impressioni riguardo “Il cielo che cambia scrittura” di Franco Arminio

Impressioni riguardo “Il cielo che cambia scrittura” di Franco Arminio

Il tempo della letteratura e lo spazio della scrittura

Franco Arminio, classe 1960, nato a Bisaccia, in provincia di Avellino dove tutt’ora vive con la sua famiglia. Considerato uno dei poeti più importanti dell’attuale panorama letterario italiano, il suo nome è accostato ad importanti eventi culturali. Ancor prima di affermarsi nell’arte della poesia, ha iniziato a scribacchiare i suoi primi versi da giovane, quando insegnava alle scuole elementari. Ha girato vari documentari relativi alla salvaguardia del paese permettendo la conoscenza di nuovi paesaggi. Ha scritto molte opere letterarie, sia in prosa che in versi, ottenendo persino importanti riconoscimenti. Franco Arminio collabora e ha collaborato con importanti testate giornalistiche come il Corriere Della Sera e Il Fatto Quotidiano. Egli stesso si definisce amante della “paesologia” poiché nella sua ispirazione c’è “l’arte dell’incontrare e raccontare i paesi e i luoghi, percepiti come centri di vita associata immersi nel territorio e nella storia e interpretati fuori da ogni rigido schema disciplinare”.

 

Esistono
le storie d’amore corrisposto.
Esistono
le storie d’amore non corrisposto.
Esistono
le storie d’amore che si fanno da sole.
Sono storie bianchissime,
fiamme bianchissime,
un incendio in paradiso.

Le storie d’amore di Franco Arminio

 

Il 10 settembre 2020 il Corriere della Sera, nella sezione “Opinioni”, ha pubblicato un articolo  scritto da Franco Arminio intitolato “Il cielo che cambia della scrittura”.

Chi scrive non allude a tracciare una critica di Franco Arminio nella sua veste di poeta, ma di una propensione nell’esporre gli elementi di fievole conformità argomentativa. Due coordinate: l’asse del tempo e l’asse dello spazio relativi rispettivamente al tempo della letteratura e allo spazio della scrittura. Il loro percorso evidenzia una superficie altalenante ed incolta incentivata dalla mancanza di prospettiva. S’incontrano in una discordia, forse, commerciale, integra alla mancanza di spunti innovativi che porterebbero ad una nuova ispezione e, alla conseguente scoperta di un nuovo panorama commerciale e letterario. Il tutto ricondurrebbe ad una fioritura o crescita, qual si voglia, di nuovi scrittori e di nuovi stili letterari. Magari di una nuova letteratura. È una probabilità marcata da una nuova visione più coordinata della letteratura. L’unica cosa certa è il bisogno di attuare una manovra per dar spazio e tempo a tutti coloro che abbiano la bramosia di avere una cognizione rilevante nel mondo della letteratura. Questo ritratto si potrebbe palesare come una nuova apertura verso nuovi orizzonti. Probabilmente la scrittura, la lettura, il mondo dei libri non è detto che sia un mondo per tutti, ma ciò non vuol dire che sono vietati nuovi ingressi.

Impressioni riguardo “Il cielo che cambia scrittura” di Franco Arminio
Tubolari Tramonti di Luigi Maggio

I primi dubbi sorgono dalla lettura del titolo, in particolar modo, dall’impiego della parola “Cielo” utilizzato come soggetto metaforico.

A seguire l’articolo si apre sottolineando la propria consapevolezza soggettiva: “non capisco perché di fronte una mutazione inaudita in atto nel mondo la letteratura debba rimanere tale e quale”. Sembra quasi che lo scrittore voglia designare una constatazione sottintendendo un’evidenza che sta colpendo tutti: la pandemia da Covid-19. D’altra parte, continuando nell’analisi, Franco Arminio parla di una letteratura che non si evolve, che rimane stabile. Qui le domande a questo punto sgorgano a fiumi, una in particolare: Cos’è che rende stabile la letteratura? Il mondo cambia e il tempo scorre, bisognerebbe adattarsi ai cambiamenti? Dipende, non lo so, forse sì. Il poeta continua, sempre facendo riferimento al primo paragrafo, con una proposizione un po’ in antitesi col suo discorso antecedente poiché per costruire una buona letteratura, come si sa, c’è bisogno di tempo. È impossibile realizzare “una letteratura semplice e breve, diretta e limpida”. Compie un passo indietro come per correggersi.

“Semplicemente bisogna prendere atto che oggi nessuno ha tempo da perdere con la letteratura che non sa consolare, non sa orientare. Le persone non leggono, ma se leggono vogliono essere consolate e orientate”.

 

Chi scrive si trova nettamente in contrasto rispetto questa presa di posizione. L’uso della letteratura non è esclusivamente propenso a “consolare” oppure “orientare”. Bisogna anche “tenere conto dello spirito del tempo” nel senso che la letteratura deve, in qualche modo, adattarsi al cambiamento senza perdere le sue ovvietà.  Non esiste solo un genere di letteratura, non esiste un unico genere letterario. A questo punto il dubbio s’insinua e s’inerpica verso il significato che il Franco Arminio designa al termine “Letteratura”.

La letteratura serve anche per conoscere, informarsi, scoprire o addirittura incontrare nuovi modi e rendersi conto delle avversità illustrate dallo scorrere del tempo.

Non bisogna cadere nell’asperità di conformare totalmente i principi e, aggiungerei l’estetica, del linguaggio di qualsiasi “letteratura” a quelle che potrebbero essere le esigenze del pubblico lettore. Ogni genere letterario, ogni autore ha un suo canone linguistico e stilistico mettendolo a disposizione del pubblico. Il lettore anche dovrebbe adeguarsi, in base ai suoi gusti e alle proprie conoscenze, a ciò che vuole leggere con piacere. Oggigiorno questa conformità è evidente nella musica, porgendo un primo esempio, dove gran parte dei testi musicali sono (ri)scritti utilizzando stesse e identiche parole. Sembra quasi che ci sia una compravendita della parola.

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“Togliete colore” di Luigi Maggio

Un altro esempio da tener d’occhio riguarda la concezione che si ha oggi della poesia e del poeta; il loro utilizzo prodigo delle parole. In realtà non ne fanno un uso forbito bensì nelle loro composizioni adoperano sinonimi di termini utilizzati quotidianamente tali da risultare nuovi al lettore, e appunto, poetici. Si estingue quel culto legato alla ricerca e al significato della parola stessa. Il lettore per conoscere la lingua dell’autore si dovrebbe adoperare a conoscere la sua lingua originaria, in primis, o a malapena avere una buona capienza di vocaboli. Il secondo paragrafo è recitato dall’espressività artefatta riguardo quello che ha delineato nella prima parte, rivendicando una “densità e sacralità della scrittura”. In sostanza dall’universale al particolare.

“Oggi per me la parola densa, la scrittura pieno di senso non può che essere veloce e breve, diretta e precisa, senza aloni. Moltissimi libri sono inutili perché si scrivono ancora per parlare a un mondo che non esiste più”.

 

Chi riesce a scrivere in modo “veloce e breve, diretta precisa, senza aloni” quasi certamente non offre sguardi di culto alla ricerca della parola e le sue correzioni.

Giudicare i libri è un atto meschino poiché giudicando un libro, che sia stato letto o meno, al contempo pregiudica lo stile del proprio autore.  “Moltissimi libri sono inutili perché si scrivono ancora per parlare a un mondo che non esiste più” è una diceria sconcia. Ogni libro ha una sua storia e un suo carattere. Sarebbe preferibile esprimersi con altri termini e in forma più elegante. Se si scrive di un mondo che non esiste più, questo vorrei sapere, a quale riguardo? Il passato, la storia, la memoria sono fattori d’importanza vitale per capire il corso del presente così da permettere all’essere umano di non commettere più certi orrori. Con questa concezione sembra quasi che si voglia far disperdere l’importanza del classico. Il mondo è sempre lo stesso, l’elemento che dovrebbe crescere ed evolvere è la società. Bisogna allargare i propri restringimenti ed espanderli verso risvolti letterari e non solo. Il concetto di “inutilità” è infruttuoso. Ognuno ha i suoi gusti, un libro può far innamorare o può far allontanare il pubblico lettore. L’utilizzo smisurato d’immagini legate all’ambiente naturalistico, utilizzate come figure di linguaggio, distoglie l’attenzione del lettore a cogliere il filone del discorso e dell’opinione.

“Molti ancora indugiano a scrivere come se le persone avessero tempo da perdere per stare dietro ai loro giochi con la lingua”

 

con questo refrain, ancora una volta, ci si trova in completa discordia. La poesia, ad esempio, deve avere uno stile fine, forbito, elegante deve suscitare emozioni, deve far sbocciare sentimenti attraverso l’uso delle parole e dei giochi che se ne ricavano. I termini scelti devono saper cogliere l’ispirazione del momento e devono saper cogliere l’attenzione del lettore, bisogna ascoltarne la musicalità, bisogna apprezzarne il significato e la collocazione all’interno del verso.

Impressioni riguardo “Il cielo che cambia scrittura” di Franco Arminio
“Ad ogni tramonto , da quel giorno” di Luigi Maggio

Lo stesso vale per la prosa.

Oggi si cade nel tranello di ammirare pseudo-poeti, pseudo-scrittori, che, come già scritto prima, non utilizzano un linguaggio curato e ricercato. In realtà smaniano a pensieri normali, scene d’amore, come se fosse una telenovela in cui tutto risuona già udito e conosciuto. Non c’è quel tratto distintivo che sappia renderlo poetico. A maggior ragione la scrittura è un processo che richiedo tempo, non se ne perde a rileggersi o a migliorarsi nella scrittura attraverso la dedizione alla lettura.

“La letteratura che si ritiene seria e complessa e colta spesso è semplicemente una letteratura arrogante che odia i lettori per il fatto che hanno uno sguardo sulle cose che gli scrittori non hanno”.

 

L’articolo scritto da Franco Arminio sembra essere contraddistinto da una particella di austerità. Sembra difficile saper cogliere il frutto nato fra le righe di questa scrittura e di questo genere di catalogazione. Un elenco effimero di caratteristiche intransigenti relative alla questione della letteratura attuale. È normale la ripresa del suo stile legato all’ambiente e alla natura, a volte si ha l’impressione di una perdita del filo del discorso e soprattutto c’è una carenza di ulteriori spiegazioni soggettive della tematica in questione. Il volgersi all’indietro, la ripetizione di frasi intere potrebbe dipingere un senso d’imprecisione dovuto al senso d’imprecisione e forte mancanza di spiegazioni.

 

Articolo di

Fabrizio Bianchi

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