Ordinario e straordinario: la natura in Hawthorne

Uno dei punti focali dei romanzi di Hawthorne è l’approfondimento dell’analisi delle dinamiche sociali ed il modo in cui ogni singolo individuo si relaziona con il mondo che lo circonda e nel quale è immerso.

È stato sottolineato più volte il carattere di romanzo storico di un’opera come “The Scarlet Letter”, ma va comunque sempre tenuto a mente come Hawthorne non si limiti ad una mera denuncia della società puritana, ma si soffermi piuttosto sul processo di crescita individuale di ogni singolo personaggio all’interno di tale contesto. Lo stesso dicasi per altre sue opere che hanno come filo conduttore un tema differente, come nel caso di “The House of the Seven Gables”, dove lo studio del profilo psicologico dei diversi personaggi è mirato all’identificazione di una possibile soluzione del problema del peso del passato sulle generazioni future, che tra l’altro non viene nemmeno fornita alla fine del romanzo.

Ciò che risulta essere realmente interessante, e se vogliamo peculiare, è la capacità dell’autore, all’interno di tale analisi, di sapere in qualche modo creare dei momenti, perché spesso altro non sono, all’interno della narrazione, in cui il lettore ha come la sensazione che la scena descritta si stacchi completamente dal tessuto narrativo per innalzarsi al di sopra di esso fino a diventare quasi eterea.

Sicuramente, per raggiungere tale effetto, Hawthorne opera delle scelte stilistiche

ma ancor di più questo risultato è ottenuto tramite la messa in evidenza di alcuni fattori che spesso fino a quel momento erano solo stati accennati o avevano avuto un’influenza velata sulla narrazione.

Potremmo definire il risultato dell’uso di tale “tecnica” come un contrasto tra l’ordinario e lo straordinario; tale contrasto porta spesso alla descrizione di scene che non hanno un vero e proprio sviluppo all’interno della narrazione, ma che ci fanno da un lato comprendere l’importanza attribuita dallo scrittore a determinate tematiche, e dall’altro ci aiutano a delineare con più precisione la psicologia dei personaggi. Da questo punto di vista è per esempio rilevante comprendere l’importanza del concetto di natura nelle opere di Hawthorne.

Innanzitutto il tema della natura risulta inevitabilmente essere particolarmente evocativo

L’evoluzione del rapporto tra essere umano e natura è stato studiato ed approfondito nel corso della storia in vari ambiti, ed è innegabile che nel panorama letterario esso abbia ricoperto un ruolo di rilievo in più di un’occasione. Hawthorne sfrutta il carattere evocativo della natura incontaminata adattando tale immagine alle proprie esigenze narrative e al contesto dei propri romanzi o delle proprie storie.

Il suo stile ed i temi approfonditi nelle sue maggiori opere fanno sì che l’intera narrazione (o quasi) assuma molto spesso un carattere allegorico, con continui rimandi a figure che, seppur estranee al filo conduttore del racconto, tramite l’uso dell’allegoria si mostrano al lettore. È proprio questo il meccanismo che si innesca quando Hawthorne, in più di un’occasione si sofferma sul tema della natura.

È però incorretto dire che egli si soffermi su tale aspetto,

in quanto è sempre tramite descrizioni o allusioni che il significato della natura viene “chiamato in causa”.

Per comprendere meglio quanto detto fino ad ora possiamo prendere in analisi un passaggio del quinto capitolo di “The Scarlet Letter” in cui Hawthrone, riferendosi alla casa in cui Hester va ad abitare con Pearl una volta uscita di prigione, descrive il luogo circostante con queste parole: “It stood on the shore, looking across a basin of the sea at the forest covered hills, towards the west”. Successivamente, al termine della descrizione, afferma: “A mystic shadow of suspicion immediately attached itself to the spot”.

Risulta evidente come, tramite questa descrizione, Hawthorne voglia sì fornire un’immagine visiva del luogo in cui la protagonista va a vivere, ma allo stesso tempo voglia anche identificare Hester con un mondo completamente estraneo alla tradizione puritana caratterizzata da un rigido moralismo basato sul rifiuto degli istinti e delle forze primordiali che dimorano in ogni essere umano.

La natura incontaminata degli outskirts, la cosìddetta wilderness

non è solo un luogo al di fuori della città, ma è anche rappresentativa di un mondo che viene condannato dai Puritani, allo stesso modo in cui Hester viene condannata per l’adulterio commesso. La descrizione fornita dallo scrittore diventa dunque un vero e proprio atto di identificazione della protagonista con una serie di elementi inconcepibili ed inaccettabili agli occhi della società in cui vive.

Alla luce di quanto detto finora assume quindi ancor più rilevanza la scelta dell’aggettivo “mystic” da parte dell’autore; come detto precedentemente l’introduzione dell’immagine della natura incontaminata non ha solo una finalità a livello di ambientazione, ma fa sì che la scena descritta si innalzi al di sopra di quanto narrato fino a quel momento, scollandosi quasi dalla trama, riuscendo ad aprire uno squarcio nella narrazione che getta una nuova luce sulla vicenda e sul personaggio in questione – in questo caso Hester.

L’allegoria

Oltre a rappresentare un indizio fondamentale riguardo la personalità di Hester, e di conseguenza riguardo il dualismo che da tale associazione scaturisce, che si basa sulla contrapposizione tra Hester/Natura e Puritani/Città, il significato allegorico che Hawthorne conferisce a questo paragone mostra anche come egli fosse in grado (pur autodefinendosi scrittore di romances) di saper intrecciare le proprie trame con quelli che erano fatti storici oggettivi.

Perciò in quest’ottica l’accostamento di Hester all’immagine della wilderness rimanda inevitabilmente all’immagine dei nativi americani che occupavano quelle terre. Se volessimo articolare ulteriormente tale analisi potremmo dire che da un punto di vista filosofico, o quanto meno teorico, i nativi americani ed Hester rappresentino la parte più spontanea e primordiale dell’uomo che viene soffocata dal fanatico moralismo puritano, che esemplifica l’inaridimento degli istinti naturali.

L’estraniamento

Inconscio o consapevole che esso sia, il risultato che Hawthorne ottiene è quello di estraniare il personaggio di Hester dal mondo circostante, elevandolo al di sopra del resto, confinandolo in una sorta di esilio spirituale che non si dimostra mai del tutto negativo né positivo.

La simpatia, o per meglio dire, l’empatia che Hawthorne dimostra nei confronti di Hester, in maniera a volte velata ed a volte più esplicita, deriva dal fatto che egli riconosca in lei la figura dell’artista, e identificando a sua volta se stesso in questo personaggio, sente probabilmente il dovere, o la necessità, di doverle riservare un ruolo al di sopra dell’ordinario, seppur comunque sempre immerso nella realtà a cui viene inevitabilmente richiamata.

In ciò si manifesta quel contrasto tra ordinario e straordinario che vedremo approfondito anche in altre opere, seppur applicato a tematiche e contesti del tutto differenti.

L’importanza dell’aggettivo mystic

Precedentemente ci siamo soffermati sull’importanza dell’aggettivo mystic; questa parola richiama una serie di accezioni che sfociano nel trascendentale e, se vogliamo, nel fantastico. In effetti una delle qualità di Hawthorne è quella di saper conferire ai propri racconti, ai propri romanzi, un alone di fantastico che non altera la veridicità degli avvenimenti narrati, ma contribuisce ad immergere il lettore in un mondo alternativo, pur mantenendo verosimile l’esperienza dei personaggi.

I suoi romances dunque, così come i suoi racconti brevi che dei romanzi possono essere considerati la genesi (per alcuni aspetti), tendono spesso a creare un’ambientazione surreale, appunto, mistica. È questo il caso del racconto “Young Goodman Brown”, in cui ad un primo approccio il tema di cui ci stiamo occupando potrebbe sembrare marginale, se non addirittura inesistente, ma semplicemente assume una connotazione diversa da quella che invece gli viene assegnata in “The Scarlet Letter”.

La storia inizia con il protagonista, Goodman Brown

che si appresta a lasciare il proprio villaggio per un compito che deve portare a termine nella vicina foresta. Ciò che risulta particolare ed interessante nel racconto è il tipo di narrazione che Hawthorne adotta; sin dall’inizio del racconto, infatti, il lettore si rende conto del carattere vago e misterioso che la narrazione assume. Sembra che il narratore stia mirando a creare un alone di mistero attorno alla vicenda che però deve necessariamente trovare una corrispondenza nell’ambientazione.

Sarebbe difficile ottenere questo effetto facendo svolgere la vicenda in un luogo “comune”, dove si svolge solitamente la vita di ognuno di noi (come potrebbe essere il villaggio). Hawthorne perciò, alla sicurezza ed alla familiarità del villaggio contrappone l’ignoto, il mistero e la suggestione della foresta. Ha bisogno di un luogo che crei una serie di rimandi che rendano attendibile ciò che sta per narrare, ma che allo stesso tempo, faccia perdere il lettore nel tragitto compiuto dal protagonista.

Vuole trasportarlo in un luogo che non possa in alcun modo risultare familiare,

lasciando fluttuare il lettore in una sorta di sogno ad occhi aperti in cui lo stesso Goodman Brown si ritroverà. La narrazione raggiunge un’assurdità che però risulta legittimata dal setting, al quale le stesse descrizioni dello scrittore si adattano in un clima gotico e quasi sovrannaturale, come si può evincere da questo passaggio: “A basin was hollowed, naturally, in the rock. Did it contain water, reddened by the lurid light? Or was it blood? Or, perchance, a liquid flame? Herein the Shape of Evil dip his hand…”.

Il viaggio nella foresta di Goodman Brown assume un significato allegorico; una volta tornato a casa, l’uomo non riesce a comprendere se l’esperienza del rituale che aveva vissuto nella foresta fosse realmente avvenuta o se si fosse trattato solo di un sogno.

In ogni caso, reale o fantastica, tale esperienza ha completamente trasformato la sua percezione della realtà, modificando il suo approccio anche nei confronti di quella che fino a quel momento era stata la persona a lui più cara, ovvero sua moglie. Il viaggio nella foresta potrebbe essere interpretato come l’allegoria di un viaggio nel subconscio, inteso però come un subconscio collettivo, che porta all’acquisizione di verità più profonde e alla capacità di osservare e giudicare il reale sotto un’altra luce; è questa una luce che Freud definirebbe unheimlich, e alla quale lo stesso Hawthorne fa riferimento nella “Custom House” attraverso la metafora della luce lunare.

L’evoluzione del concetto di natura

Come altri temi trattati all’interno delle opere di Hawthorne, anche il concetto di natura subisce un’evoluzione e un’elaborazione che raggiunge probabilmente la propria massima espressione nel romanzo “The Marble Faun”. Ciò è dovuto ovviamente anche alla correlazione tra questo tema e le altre tematiche prominenti che l’autore sviluppa all’interno del libro, come ad esempio il tema della caduta dell’uomo, dell’innocenza idilliaca tipica dei tempi antichi, per finire con il concetto di arte che viene delineato nel corso del romanzo.

In particolare c’è un momento all’interno del romanzo in cui il lettore riesce a rendersi conto di quale sia il sottosuolo di rimandi e significati che si cela dietro la tendenza di Hawthorne a soffermarsi sulla descrizione di luoghi così tipicamente incontaminati e immersi nella natura (come era stato ad esempio il caso degli outskirts della città in “The Scarlet Letter”), e questo corrisponde alla scena ambientata a Villa Borghese che vede protagonisti Miriam e Donatello.

Il nono capitolo del libro è intitolato “The Faun and the Nymph” e già dal titolo scelto si riesce ad evincere come la narrazione che segue assuma un carattere quasi fantastico, trasformando i due personaggi in figure mitologiche che si estraniano totalmente dal mondo circostante per raggiungere un più elevato livello di consapevolezza di sé.

In effetti potremmo dire che in questa scena, tramite l’analogia con la figura del Fauno e quella della Ninfa, Hawthorne voglia sottolineare come, pur immersi nella realtà quotidiana a cui noi tutti tendiamo ad abituarci, siamo pur sempre dominati da un mondo di istinti e di ricerca del piacere che viene sotterrato spesso dalla futilità delle azioni meccaniche che scandiscono la giornata, ed è proprio a questo che mira la descrizione della “Sylvan Dance” proposta nel decimo capitolo del romanzo.

Miriam e Donatello si trasformano

sono trasfigurati da ciò che sentono e vedono, inseriti in un contesto che potrebbe richiamare quello del Giardino dell’Eden oppure, in termini meno religiosi, ma ugualmente evocativi, i paesaggi dell’Arcadia, tanto celebrati nell’antichità. È come se un nuovo spirito si impossessi di loro, come viene espresso dalle parole dello stesso Hawthorne (riferite alla musica che i due giovani sentono provenire dalle vicinanze), il quale scrive “It might be that there was magic in the sound, or contagion, at least, in the spirit which had got possession of Miriam and himself…”.

Da questo punto di vista è interessante notare anche come si esca da questa scena; infatti questa sorta di incantesimo nel quale i ragazzi si trovano coinvolti viene spezzato dalla comparsa del Modello di Miriam, che riporta i due giovani alla realtà, mostrando (ideologicamente) quanto sia difficile, se non impossibile, e dunque utopico, cercare di sottrarsi alla propria storia personale, ai propri doveri, e alla necessità di dover affrontare gli ostacoli che la vita ci pone davanti e che ci portano inesorabilmente a mutare quella che in principio era la nostra natura pura ed incontaminata.

Questa fuga dalla realtà, dall’ordinario,

dura quindi solo qualche momento, che viene solo assaporato, ma mai del tutto goduto, poiché vi viene posto fine nell’attimo in cui l’illusione di un’evasione dal quotidiano sembra profilarsi all’orizzonte.

Come accennato all’inizio di questa analisi, il tema della natura e ciò che essa rappresenta per l’essere umano è un tema che è stato toccato da diversi autori nel corso dei secoli, e nei confronti del quale ognuno che vi si è accostato ha espresso la propria idea inevitabilmente influenzata dalle dinamiche della vita sociale dell’epoca in questione. Possiamo quindi dire che la “versione” di Hawthorne e le varie sfaccettature che di questa tematica egli fornisce creino un continuum con la tradizione letteraria precedente.

Tra i vari autori che hanno riservato alla natura un ruolo fondamentale nella propria produzione letteraria potremmo ricordare i poeti romantici inglesi Coleridge e Wordsworth (praticamente contemporanei di Hawthorne), che celebravano l’amenità del cosiddetto country-side in opposizione al caos e alla futilità della vita di città; era questa una celebrazione delle sensazioni, dei sentimenti e delle emozioni che la contemplazione della bellezza della natura può risvegliare nell’uomo.

La natura in Hawthorne e Virgilio

Un’altra analogia riscontrabile è quella tra il significato attribuito da Hawthorne alla natura e l’idea di natura che caratterizzava le opere di Virgilio, per andare molto indietro nel tempo. Nelle Bucoliche e nelle Georgiche il poeta latino cantava l’amore per i paesaggi agresti, e l’incanto del famoso locus amoenus, dichiarando la propria passione per il mondo rurale. Luca Canali definisce Virgilio “un evocatore di realtà più incantate di ogni magia”; in effetti è dalla realtà che egli parte, ma per poi giungere alla prospettiva di un mondo quasi fantastico.

Con il termine locus amoenus ci si riferisce tradizionalmente ad un posto immerso nella natura dove l’uomo, i suoi istinti e ciò che lo circonda diventano un tutt’uno, fondendosi in una sorta di unione spirituale da cui deriva una calma ed una serenità anelabili solo nella più idilliaca delle utopie.

È un’utopia dolce e spensierata che trascende la superficialità tipica del quotidiano; un’utopia dunque che tende allo straordinario in un luogo ideale (o idealizzato, se vogliamo) in cui tutto ciò che è al di fuori di esso è superfluo, e in cui il piacere è facilmente fruibile.

È questa la condizione in cui troviamo Miriam e Donatello nel giardino di Villa Borghese

È su questo punto che bisognerebbe soffermarsi. La caduta di cui parla Hawthorne in “The Marble Faun” può essere intesa, da un punto di vista più laico, come la perdita della vera natura dell’essere umano, della sua capacità di interagire attivamente con il mondo circostante, abbandonandosi ai propri istinti, e godendo delle gioie più semplici, come appunto quelle che ci vengono offerte dalla natura.

Da questo punto di vista dunque questo tema risulta oggi forse più attuale che mai, in una società in cui la volatilità contraddistingue quasi ogni cosa, dove nulla è più realmente contemplabile e godibile per più di qualche attimo, e che ci allontana sempre di più da quella purezza ed istintività che sono andate sgretolandosi con il progresso nel corso dei secoli.

Bibliografia
  • Canali, L. (2007) Il tridente latino: Lucrezio, Virgilio, Petronio, Gaffi Editore;
  • De Angelis, Valerio Massimo, La prima lettera: miti dell’origine in The Scarlet Letter, Lozzi e Rossi Editori, Roma 2001
  • Hawthorne, N. The Marble Faun, Oxford University Press
  • Hawthorne, N. (2014) The Scarlet Letter, Giunti Editore
Sitografia

http://andromeda.rutgers.edu/~jlynch/Texts/younggoodmanbrown.html

Articolo di,

Alessio Pariselli

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