“Era la notte buia dello Stato italiano…”

Correva l’anno..

Lo scorso nove maggio ricorreva il 41° anniversario della morte di Peppino Impastato, giovane giornalista ed attivista siciliano che si è battuto aspramente nella lotta contro la mafia. Il giovane trentenne fu assassinato a Cinisi, nella notte tra l’otto e il nove maggio del 1978; il suo cadavere venne posizionato sul binario della linea ferroviaria che collega Palermo a Trapani e successivamente fatto saltare in aria, con una carica di tritolo.

L’idea era quella di inscenare un suicidio, in modo da sporcare l’immagine del giornalista, appena candidatosi alle elezioni locali.

L’idea era quella di renderlo debole e vigliacco agli occhi della gente. L’idea…

Peppino fu, invece, tutto il contrario; fu portavoce delle idee più rivoluzionarie e coraggiose che un uomo nella sua posizione potesse avere, e per questo merita di essere ricordato.

Nacque nel 1948 a Cinisi; figlio di una famiglia mafiosa si staccò presto dal padre e dall’ambiente familiare, perché non ne condivideva le idee; lo zio acquisito era, infatti, il boss Cesare Manzella, capomafia locale. Si dice che il ragazzo a quindici anni venne traumatizzato proprio dallo zio, dopo aver visto l’esecuzione di un omicidio. A quindici anni, forse, non sapeva ancora chi voleva diventare da grande, ma di certo aveva capito quello che non voleva diventare.

 

La fuga dalla ‘famiglia’

Venne cacciato di casa dal padre, ma nonostante questo, mantenne buoni rapporti con la madre ed il fratello, al tempo succubi della situazione familiare. Cominciò, fin da giovane, ad interessarsi intensamente alla politica e mise in atto delle iniziative antimafia. Nel 1965 aderì al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e fondò il giornalino: L’idea socialista; in questi anni cominciò un vero e proprio iter di attivismo politico, spalleggiando alcuni cittadini espropriati, a causa della costruzione di una terza pista all’aeroporto di Punta Raisi, porto sicuro per l’innesco di nuovi traffici di droga. Nel 1976 creò il gruppo Musica e Cultura, punto di ritrovo giovanile, in cui si svolgevano attività di cineforum e di scambio culturale. L’anno dopo fondò Radio Aut, una radio autofinanziata, in cui si denunciavano i crimini mafiosi e gli affari malavitosi, in particolare del boss Gaetano Badalamenti, ribattezzato “Tano Seduto”. Peppino parla di loro sarcasticamente, quasi a voler suscitare del riso in chi lo ascolta, ma nelle sue parole c’è tutt’altro che ironia. Dietro questa maschera beffarda e pungente c’è un uomo che si batte per i suoi ideali, nel modo più difficile in cui possa farlo.

 

La lotta imperterrita alla mafia e l’assassinio

Combattere la mafia è un’impresa ardua, che richiede sforzo e sacrificio costanti; significa rispondere quando tutto, per paura, tace; significa recidere legami, per timore che la loro incolumità venga compromessa; significa avere paura, ma altrettanto coraggio. È un inno alla libertà, un grido alla giustizia. E quando chi rappresenta la malavita è lo stesso uomo che dovrebbe fungere da modello per un figlio, le cose si complicano. Quando si viene educati al rispetto di certe regole, di un certo codice comportamentale, diventa difficile distinguere ciò che è moralmente giusto da ciò che non lo è, e soprattutto, diventa difficile prendere una decisione. Nascere in un ambiente di questo tipo vuol dire mettere a dura prova se stessi: scegliere da che parte stare; se seguire i propri legami di sangue ed accettare un destino già scritto, o se alimentare un ideale in cui si crede fortemente, anche a costo di perdere qualcosa.

Peppino è stato capace di scegliere, e questo fa la differenza. Continuò la sua attività di informazione, sulla scia della satira, non tirandosi mai indietro, nonostante ricevesse frequentemente minacce di morte.

Nel 1978 si candidò alle elezioni di paese, con Democrazia Proletaria, ma non fece in tempo a vederne i risultati, perché pochi giorni prima venne assassinato, la stessa notte in cui venne ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro. Quella fu, senza dubbio, un’alba gelida per lo Stato italiano; tutti la ricordarono come “la notte di Via Caetani”, ma in quelle stesse ore venne messa a tacere una delle personalità più coraggiose della lotta alla mafia e questo, purtroppo, passò in secondo piano.

 

Un depistaggio durato anni

La ricostruzione della morte di Peppino venne depistata per diversi anni; si fece passare frettolosamente come una morte suicida, la morte di un povero matto che si era fatto esplodere sui binari. È bastato un biglietto a provare il suicidio, ma non è bastata la grossa pietra macchiata di sangue, ritrovata a pochi metri dal cadavere, per cambiare pista nelle indagini. Il Tribunale di Palermo archiviò il caso per ben due volte, ritenendo impossibile arrivare a dei colpevoli. Solo grazie all’impegno della madre Felicia e del Centro di Documentazione di Palermo, dopo più di vent’anni, venne riaperta l’inchiesta, che identificava come mandanti dell’omicidio Vito Palazzolo e Gaetano Badalamenti, (già condannato a New York per traffico di droga), condannati rispettivamente a trent’anni di reclusione e all’ergastolo (quest’ultimo solo in primo grado, perché morì in carcere, prima della sentenza in Cassazione).

 

 

Così si chiude la vicenda del giovane siciliano, morto a trent’anni per difendere ideali di giustizia e libertà, la stessa libertà che gli hanno tolto brutalmente.

“Eh, ma se l’è cercata!”;“ma chi gliel’ha fatto fare?!”; “ma picchì un si faceva i fatti so?!”. Questo è quello che uccide la Sicilia; le giustificazioni ingiustificabili, le comode alternative, l’accettazione indegna, il silenzio, la paura che si trasforma in riverenza piuttosto che in coraggio.

 

La lezione di Impastato

E invece no, Peppino, tu hai fatto bene. Hai fatto quello che ogni uomo dovrebbe fare di fronte alle sopraffazioni, di fronte alle ingiustizie. Certo, ti hanno ammazzato e in un certo senso hai perso; come quando si gioca ai videogiochi: se il tuo personaggio muore perdi la partita.

Eppure, qualche giorno dopo la tua morte i cittadini di Cinisi ti votarono lo stesso. Sì, scrissero Giuseppe Impastato nelle schede elettorali e ti elessero consigliere, anche se tu i consigli non li potevi più dare.

L’anno dopo venne organizzata la prima manifestazione in tuo onore, e ogni anno dal 2002, si svolge il Forum Sociale Antimafia, uno degli incontri più importanti della lotta alla mafia.

Nel 2000 il regista Marco Tullio Giordana diede vita ad un film in tua memoria; si intitola I Cento Passi, gli stessi passi che separavano casa tua da quella del boss Badalamenti.

Nel 2004 i Modena City Ramblers ti scrissero una canzone, pure questa intitolata I Cento Passi;

L’Università di Palermo ti ha conferito una laurea honoris causa in Filosofia; ti sono state dedicate strade, vie, scuole e tanto altro.

E allora mi sa che questa partita non l’hai persa!

 

Nonostante siano passati quarantuno anni dalla tua morte, il tuo ricordo è rimasto vivo nel tempo e nello spazio, come qualcosa di indissolubile; e noi viviamo con la speranza che questo ricordo non rimanga fine a se stesso.

Chiudo questo breve omaggio con una citazione tratta dal libro: Le città invisibili di Italo Calvino:

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Come ogni anno, Peppino, noi vogliamo darti spazio, il tuo spazio, perché ne abbiamo bisogno; e se è vero che la Sicilia è stata spesso macchiata col sangue di chi, come te, ha provato a cambiare le cose, è altrettanto vero che solo grazie al vostro ricordo possiamo riscattarla dal male che ha subito.

Per non dimenticare, si dice…

 

articolo di

Lea Spanò

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