La gioia di vivere erosa dalla patologia nevrotica

Analisi del tema della Nevrosi ne “La Joie de Vivre” di Emile Zola 

La Joie de Vivre (1883) è la fotografia in movimento di un microcosmo la cui analisi è indagata dall’autore sul piano psicologico, generazionale, sociale e scientifico. La lettura del romanzo raggiunge l’orecchio interiore del lettore come una vivida polifonia di temi e motivi, che coesistono all’interno del testo, alternandosi, e talvolta sovrapponendosi tra loro. Ciò che suscita nel lettore l’adesione empatica al racconto di questo “dramma osservato al microscopio”, è la fragilità dei personaggi, il loro essere fuori asse rispetto a un qualunque equilibrio che possa determinare lo scorrere felice dell’esistenza.

L’instabilità psichica è il presupposto alla nevrosi di Lazare, la mancanza di personalità apre nell’interiorità di Louise una voragine e, parallelamente, il dispotismo latente di Pauline è indice di un bisogno di prevaricare, che rivela una debolezza intestina al personaggio, seppur magistralmente dissimulata. La Malattia interiore corrode i “viventi senza viscere” di questo romanzo, ed è Lei che silenziosamente muove la storia e la rende sopra ogni altra definizione: Umana. Ogni aspetto dell’essere che influenzi in maniera negativa la serenità dell’individuo e l’ambiente in cui esso si muove, può essere definito patologico, anzi è necessario che sia considerato tale e che venga avvertito come un elemento da sanare; in questo senso il romanzo è uno specchio attraverso cui il lettore può osservare se stesso, e indagare quanto del proprio io sia nei personaggi e quanto le loro nevrosi gli appartengano.

La patologia nervosa nel romanzo riguarda Lazare in maniera predominante, in quanto in lui assume il valore generazionale di malattia del secolo, ma corrode più di un individuo tra i personaggi immersi nella realtà di casa Chanteau. Questo Male è una condizione esistenziale ereditaria, registrata nel codice genetico come una condanna all’infelicità, che in alcuni punti dell’opera assume un carattere virale e sembra impregnare anche l’interiorità dei personaggi “sani”, come fosse un odore mefitico. In Monsieur Chanteau la patologia non interdice l’aspetto psicologico del personaggio ma si presenta sul piano fisico, malattia impietosa e invalidante che lo ridurrà in stato vegetativo. La gotta è lo strumento di cui Zola si serve per materializzare letterariamente il tema della svirilizzazione dell’uomo, tratto che percorre tutto il romanzo come rappresentazione della disgregazione dell’uomo moderno nella società evoluta. Il protagonista della modernità è un IO che si frantuma sotto l’urto della nevrosi, malattia che marca la società contemporanea; lo squilibrio patologico si identifica nella condizione stessa dell’esistenza, secondo l’autore.

Gli eroi moderni sono  quasi sempre dei malati di nervi – Lazare nel testo in analisi, precedentemente l’uomo del sottosuolo di Dostojevskij, e ancora Madame Bovary e il Des Esseintes di Huysmans – in particolare, è una costante di Zola privilegiare nei suoi romanzi organismi malati che presentano sintomi di malessere psicofisico e di alterazione emotiva. La Joie de Vivre indaga Lazare come caso clinico, osserva come “questo verme che tutto divora” disgreghi progressivamente la personalità complessa di colui che ne è affetto. L’intenzione dell’autore è quella di fare di Lazare il malato del secolo.

Secondo lo schema di Philippe Hamon, la porta che ci introduce al personaggio è il suo nome, fonema vuoto all’inizio del testo che si caricherà di tratti distintivi solo nel corso della caratterizzazione, ma anche etichetta cifrata da cui si possono estrapolare elementi caratterizzanti le Héros. Il nome di Lazare ci rimanda, attraverso un’analogia antifrastica, al personaggio delle Sacre Scritture. Lazzaro di Betania è un morto che torna alla vita, Lazare Chanteau è un vivente condannato dalla sua malattia a condurre un’esistenza che non può essere considerata vita e che si consuma in una reiterata progettualità che non verrà mai concretizzata, a causa della patologia che lo mutila della capacità di agire. Nel testo infatti il profilo del “malato del secolo” è definito dai tratti dell’indecisione, della vana progettualità, dell’incapacità di applicazione, della estrema mutabilità di interessi, dell’instabilità emotiva, dell’oscillazione tra euforia e disforia, dell’inclinazione all’inattività e del rifiuto all’azione, della tentazione della solitudine, dell’ossessiva paura della morte, dell’ENNUI che riassume in un solo tema tutti i tratti precedenti e che giustifica la progressiva disgregazione del personaggio.

“Certes, les projets d’avenir, les grandes entreprises, la richesse conquise en un coup de génie, ne lui manquaient toujours pas. Seulement, quand il sortait du rêve, il ne trouvait plus le courage de se mettre à l’action” pag 263 Nei dossier preparatori Zola esprime l’intenzione di “osservare da vicino l’evoluzione/involuzione graduale di un personaggio e di condurlo, nel corso del romanzo, da uno stato ad un altro attraverso delle battaglie”. Il percorso che Lazare compirà nel testo è costellato dai molteplici tentativi di riuscire nei diversi progetti da lui intrapresi, abbandonati e rilanciati svariate volte. Il protagonista in principio lavora all’idea progettuale presentando fervore, notevole investimento emotivo e dispendio di energie, ma a questo atteggiamento si contrappone, puntuale, lo scoraggiamento e la conseguente resa.

“Alors, Lazare étourdi de rythmes, disait ses grand rêves. Lui aussi, serait un musicien de génie, malgré sa mère, malgré tout le monde […] Il s’était fait donner en cachette des leçons de composition, il travaillait seul maintenant, et déjà il avait une idée vague, l’idée d’une symphonie sur le Paradis Terrestre […] qu’il consentit à jouer un soir devant Pauline. L’enfant approuvait, trouvait ça très bien, puis elle discutait. Sans doute, il devait y avoir du plaisir à composer de la belle musique; mais peut-être se serait-il montré plus sage en obéissant à ses parent, qui voulaient faire de lui un préfet ou un juge.” Pag. 72 – 73

Ca ne sert à rien, ta musique, déclara carrément Pauline. À ta place, je me ferais médecin” Pag. 74 

“Elle finissait par l’intéresser à la médecine […] Justement, depuis une semaine, le Paradis Terrestre allait mal, il doutait de son génie […] Mais, un après-midi il poussa des cris de joie, il tenait son chef-d’oeuvre: c’était bête, le Paradis, il cassait tout ça, il écrivait la symphonie de la Douleur” pag 76 Nel perseguire tali progetti, che sono sempre iperbolici, Lazare è vinto da se stesso, i giudizi negativi inibiscono le sue passioni, l’entusiasmo si esaurisce, e da questi fallimenti ciclici scaturisce un sentimento di disgusto per la vita e per il mondo. Il “dégoût de la vie” e l’inazione sono tratti che ci riconducono alla caratterizzazione del René di Chateaubriand, primogenito della stirpe ottocentesca dei Jeunes Hommes letterari.

“Lazare s’était seulement dégôuté des affaires, de même qu’il s’était dégouté de la musique, de la médecine, de l’industrie; […] jamais il n’avait vu un monde plus bete ni plus gâté que celui de la finance, il préférait tout, l’ennui de la province” Pag.304 Per ritornare alla condizione entusiastica Lazare ha bisogno di dedicarsi ad un nuovo progetto e di reiterare  il ciclo: così tutto comincia e nulla raggiunge mai uno stato di compiutezza. Il ritorno periodico dei fallimenti, delle stagioni e delle leggi della natura, scandisce il ritmo del romanzo in un’atmosfera cupa e decadente. L’anelito inappagabile come condanna ad uno stato infelice, seppur circoscritto alla sfera sentimentale, è tematizzato anche in “Adolphe” di Benjamin Constant (1816), precedente all’opera in analisi. Il protagonista, malato di “Malinconia” desidera ardentemente vivere una passione, e persegue tale proposito, sospinto da un’idea di amore. L’immagine del sentimento che Adolphe fantastica, è preludio di un appagamento interiore di cui l’Eroe non godrà mai, poiché la bramosia sfuma non appena l’oggetto del desiderio è espugnato. Adolphe e Lazare sono accomunati da un sentimento di vuoto, d’insoddisfazione costante, cupo, profondo, che pesa come un coperchio sulle loro esistenze.  

“il avait comme d’habitude regardé la mer, en ballant d’ennui et en  se plaignant du vide imbécile de l’existence.” Pag. 201/202 “L’ennui était au fond des tristesses de Lazare, un ennui lourd, continu, qui sortait de tout comme l’eau trouble d’une source empoisonnée. Il s’ennuyait du repos, du travail, de lui-même plus que des autres encore” Pag. 263

Zola attribuisce al protagonista, un temperamento nervoso – malinconico, che il personaggio eredita dal corredo genetico materno. Temperamenti nervosi sono anche quelli di Eugène de Rastignac in Balzac e del già citato Adolphe. “Mme Chanteau, qui souffrait depuis quelque temps de crises nerveuses, venait d’etre mise au régime du bromure par le docteur Cazenove. “ Pag. 100.  La nozione di ereditarietà ha un valore importante nel naturalismo Zoliano; È un fattore genetico che condiziona, spesso a segno negativo, i personaggi nella conduzione delle loro esistenze. Lazare Chanteau è ansioso, soffre di manie di persecuzione, è un ossessivo-compulsivo, ed oltre ad aver ereditato la patologia nevrotica e il velleitarismo materno, condivide con il genitore di sesso maschile l’angoscia nervosa, l’incapacità di azione, l’inettitudine all’imprenditorialità.

La descrizione minuziosa della sintomatologia di Lazare, contribuisce alla svirilizzazione del personaggio, lo ritrae smarrito, convulso, singhiozzante, in preda ad uno stato febbrile. “Il laissa le silence retomber. Sa gaieté ne sonnait plus si claire, un malaise intérieur troublait ses yeux ouverts très grands […] – Qu’as-tu donc? Es-tu malade? – Il ne répondait pas, il sanglotait, la face couverte de ses mains crispées violemment, comme pour ne plus voir. Quand il put parler, il bégaya – Oh! Mourir, mourir! – […] Elle le regardait marcher devant elle, il lui semblait diminué de taille, courbé sous le vent qui soufflait de l’ouest” Pag. 77

I dossier preparatori dell’opera, ci comunicano la volontà di Zola, di scrivere un romanzo psicologico, in cui poter raccontare della storia intima di un essere, della sua volontà, della sua sensibilità e della sua intelligenza. Sensibilità e Intelligenza sono tratti distintivi peculiari dei personaggi dal temperamento nervoso. Il nevrotico generalmente è molto intelligente, sensibile e ha grande capacità di analisi interiore, anche portata all’estremo, come in René di Chateaubriand o in Adolphe. L’autore, nella sua scheda programmatica, ha scelto di attribuire a Lazare i tratti distintivi di un “quasi-artista” in quanto alla personalità artistica era associato, scientificamente o para-scientificamente, il temperamento nervoso.

Nel protagonista però notiamo un’attenuazione dell’intensità che riguarda il dato dell’intelligenza, in quanto l’intenzione era quella di far rientrare la nevrosi di Lazare in un quadro in cui il lettore moderno potesse riconoscersi. Il personaggio è definito “abbastanza intelligente e nervoso, quel che è sufficiente per sentire la sofferenza”. Il male di vivere proprio della nevrosi affonda le sue radici nella medicina greca, in cui, riconosciuto come patologia, era definito Melancholia e si credeva dipeso da un eccesso di bile nera. Nella letteratura del primo ‘800 la Malinconia muta in Ennui, sentimento di malessere interiore, pregno di una tonalità emotiva più vaga ed effimera.

La Noia è causata nell’Héro, da una predisposizione interiore e dalla sua incapacità di integrarsi nella società di cui è organo. Intorno al 1820 questo disagio esistenziale assorbe la definizione di “Spleen” attraverso l’opera poetica di Charles Baudelaire. Nel secondo ‘800 coincide con la Nevrosi, la fêlure, disfunzione dell’organismo e immagine metaforica di una crepa, che si apre nella struttura psicologica del personaggio, lacerandone l’identità. Nel 1900 il sentimento di vuoto e gratuità dell’esistenza, che appartiene anche a Lazare, si cristallizzerà nella definizione di Nausea, nella filosofia esistenzialistica di Jean-Paul Sartre. Il dolore interiore è svelato dunque, nel corso della letteratura ottocentesca e nel testo analizzato, in un dinamismo morfologico vivo e straziante. L’uomo moderno del XXI secolo non può che riconoscere la Nevrosi, nelle sue diverse accezioni, come male endemico del suo stesso tempo, di una società forse troppo evoluta, in cui l’essere fatica ad armonizzarsi.

 

Alessia Testa

 

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