Il segreto della casata Von Lanzenstrauss – Capitolo II

 

Un racconto di Claudio O. Menafra

 

Il segreto della casata Von Lanzenstrauss

Capitolo II

 

Al mio ingresso notai un’unica finestra inferriata, troppo in alto per essere raggiunta, da cui filtravano i raggi luminosi della luna falciforme di quella notte, i quali non smettevano di fustigare il buio fradicio della stanza con il loro pallido tenore.

Con mia profonda sorpresa la porta situata al limite estremo di quell’anticamera non si aprì direttamente sulla biblioteca, come immaginavo, ma inaugurò una lunga scalinata che s’immergeva nel buio tetro delle profondità sotterranee, attraverso un passaggio tenebroso, largo poco più di un metro, come nelle antiche catacombe paleocristiane, da cui esalavano strani odori che ricordavano l’incenso e che penetrarono le mie narici intorpidendo le loro facoltà sensoriali. Faticai a farmi coraggio, ma alla fine decisi di scendere attraverso l’angusto precipizio, certo che alla fine di quel tragitto avrei finalmente trovato l’ingresso della biblioteca promessami da Winzler.

La gradinata in pietra era tutt’altro che stabile e in più di un’occasione il peso del mio corpo ne fece crollare alcuni brandelli verso il basso, ma la caduta di quei frammenti non ebbe mai un corrispettivo sonoro che indicasse la fine di quel baratro, come se il pozzo abissale fosse senza fine e li vi si trovasse l’accesso infernale che conduce all’antica dimora del Maligno.

Nessun corrimano ne indicava la direzione o l’andamento, dovevo orientarmi tastando costantemente le mura circostanti, ma dopo una serie di passi tremanti e indecisi riuscii ad individuare il senso di quella discesa: la scala procedeva a spirale, e nello stesso tempo in cui procedeva verso il basso il suo diametro stranamente sembrava diminuire, stringendosi lentamente su me stesso. Era come inabissarsi in un corpo angusto ed asfissiante che stava lentamente ingoiando il suo sventurato ospite. Sentivo progressivamente le pareti del foro abissale avvicinarsi e costringere il mio respiro, schiacciandomi materialmente le braccia al torace, così che fui costretto ad avanzare tenendole rizzate verso l’alto; pensai in quell’istante che la discesa doveva esser stata progettata appositamente da esseri minuscoli e mostruosi in grado, come i topi o le bisce, di contorcere e snodare il loro corpo infiltrandosi nelle fessure più orrende del sottosuolo.

 

Il tremendo imbuto caliginoso intorpidiva le mie membra e costringeva ad affidarsi ciecamente alla spaventosa voluttà della struttura che avrebbe potuto inghiottirmi per sempre da un momento all’altro, seppellendomi vivo tra le macerie infestate dagli esseri striscianti di cui sentivo la presenza attraverso le scie umide di sostanze muschiose che rilasciavano sulla mia pelle attraversandola. Arrivai a stento all’ultimo gradino che non dava, però, su di un terreno stabile, ma nel vuoto; tastai con il piede destro quanto fosse distante il suolo, ma non ebbi riposta empirica. Un vuoto, nulla di più. Rimasi in quella posizione per alcuni minuti ancora, indeciso se saltare o retrocedere lentamente; la claustrofobia del momento crebbe a dismisura quando sentii mancarmi l’aria. L’agitazione prese il posto di quella poca lucidità rimastami e così iniziai a muovermi freneticamente, tentando, al contempo, di allungare il piede finché potevo, nella speranza di incontrare qualcosa di solito al di sotto per potermi lasciare andare. Gli sforzi furono vani. Gli istanti passati come un incubo in quello stiramento innaturale aumentarono la sconcertante agitazione che orami mi pervadeva e possedeva. Allora, le viscide creature notturne che abitavano il passaggio furono invitate dalle mie contrazioni a partecipare all’orrenda convulsione di un banchetto servito dalle tenebre. I miei movimenti dovevano aver attirato, infatti, qualche insetto ripugnante, poiché iniziai ad avvertire prurito ovunque, come se migliaia di piccole zampe stessero attraversando la mia pelle, alla ricerca di una qualche fessura in cui insinuarsi.

 

In quel momento, però, ciò che temevo di più era la possibilità di rimanere incastrato in quella specie di cunicolo mortale, destinato ad essere divorato vivo da immonde e striscianti creature: i movimenti convulsi contribuivano a peggiorare la mia situazione, le braccia sembravano ora aderire perfettamente alle pareti, per un attimo credevo di dover terminare i miei giorni come una crisalide incappata nella tela di un ragno; più mi agitavo e più quelle creature accorrevano. Ed avrebbero continuato a scavare per tutto il mio corpo, se il troppo affaticamento non avesse rotto fortuitamente il mio equilibrio. Così mi lasciai andare verso il vuoto. Doveva essere di oltre quattro metri a giudicare dalla violenza del colpo che subii dopo la caduta.

La caduta mi portò nella parte più infima della struttura, completamente avulsa dal manto orrido della notte e attraversata, al suolo, di lungo, da un tiepido brodo vischioso di cui ero ormai ricoperto a seguito del brusco tracollo. Quel fiumiciattolo squallido mi indicava la via che dovevo seguire per poter ritrovare me stesso; era illuminato a stento dalla tenue luce lunare che continuava, ad intermittenza, a fare la sua spettrale comparsa; il fioco tepore del nume notturno mi infuse coraggio, e proseguii malconcio la traversata.

 

Camminavo trascinandomi a fatica, poiché le piccole ferite aperte che avevo lungo le braccia non smettevano di sanguinare, bruciavano insistentemente, ed il contatto con il fondo strisciante di liquami ne aveva intensificato la sensazione. Mi guardai intorno alla ricerca di una traccia. Una strana calma regnava in quei sottopassaggi. Al mio avanzare incerto tutto scricchiolava e fracassava, mentre il fiumiciattolo al di sotto andava diminuendo ed infiltrandosi nelle cavità laterali. Il suono delle piccole fratture nella pietra sottostante provocate al mio incespicare veniva amplificato dalla conformazione stessa del luogo, anch’esso claustrofobico e maledettamente lungo. Anche i suoni in quell’ambiente venivano catturati e murati vivi per sempre, costretti a vagare senza sfogo. Sembrava, inoltre, non finire mai, complice l’assenza totale di una luce umana che potesse illuminarne il limite estremo. Il tatto era il senso dominante li sotto, come un tempo lo fu per i nostri antenati.

Era necessario toccare tutto, assaporare le crepe e le sporgenze delle mura soffocanti ai miei lati per potersi orientare verso una meta divenuta ormai ignota. Umida e fredda, una pietra nuda e viscerale accompagnava silente il mio respiro; la paura prendeva il sopravvento ogni volta che la mia mano incappava in una qualche irregolarità o fenditura che sembrava volerla ingoiare nell’abisso lontano. Allora la ritiravo. Ma poi, l’oscurità mi costringeva ad affidarmi ancora al giudizio del senso primitivo. Il tempo era una dimensione estranea a quei luoghi. Credevo di aver rintracciato una regolarità nel tonfo sordo delle gocce che a tratti lacrimavano dal soffitto, ma poi di nuovo il silenzio. Un eterno e muto respiro proveniva da quelle pietre smorte, la mia discesa aveva assunto i caratteri di una regressione non solo sensoriale, ma anche esistenziale: quel dannato buio fradicio costringeva a fare i conti con le immagini vivide della mia mente, che lentamente prendevano il sopravvento sostituendosi ad una realtà esterna assente e fagocitata dal buio tremendo.

 

Finalmente la mia mano perse il contatto con la superficie muraria, che sembrò allargarsi all’improvviso anticipandone la fine. Sul fondo del cunicolo senza tempo, riuscii a scorgere un’enorme porta in legno, che un tempo doveva esser stata illuminata da una fiaccola di cui rimaneva, ora, solo il sostegno rigido sul quale veniva un tempo presumibilmente riposta; i bordi del sostegno erano di manifattura pregiata ed antica, riportavano delle miniature in stile medievale che mi pareva riproducessero scene campestri di uomini intenti nella caccia e nella raccolta. Con mia sorpresa non fu necessaria alcuna chiave, il portale non aveva serratura, la sua sagoma era perfettamente incastonata nell’architrave che lo contornava dall’alto, ed il suo peso era l’unico fattore che ne garantiva l’inamovibile chiusura.

Fu allora che la mia vita venne irrimediabilmente profanata da un orrore insopportabile. Non mi fu chiaro da subito il tremendo tiro che mi giocò il destino, e questa fu, forse, la più grande sventura. Se avessi saputo, allora la soluzione non avrebbe tardato così tanto ad arrivare. Neppure queste righe sarebbero sopravvissute, ne tutto quello che ne conseguì. Gli dei hanno fatto un dono antico all’uomo chiudendo entro uno scrigno di immagini effimere e transitorie, il tremendo segreto di tutta una vita. Se sapessimo ciò che in realtà siamo, dovremmo maledire ogni giorno la natura per aver consentito una tale mostruosità, ed io non dovrei ammettere la mia stessa esistenza.

Venne sancito come un punto di non ritorno, poiché ogni possibilità di salvezza e di redenzione si sgretolò assieme ai residui della mia integrità psichica. Il cuore sembrava esplodermi nel petto ad ogni battito, accelerando la sua corsa frenetica. Il terrore che ne conseguì mi pietrificò all’istante. La notte incalzava, nessuno sbocco verso l’esterno, solo un tanfo pestifero di animale rinchiuso e dei respiri intensi brucavano l’aria. Le sensazioni anticiparono la percezione, come se l’intero mio spirito avesse intuito da subito la sua demoniaca presenza.

 

Non appena la grande porta di legno fu spalancata, la fioca luce lunare proveniente dal cunicolo appena attraversato fece breccia nel buio della nuova dimora, illuminandone gli angoli e incitandomi a varcarne la soglia. Sul fondo di quella camera, vidi un certo oggetto che gli uomini hanno voluto dimenticare tra le spoglie membra del mio castello, nascondendolo alla vista degli innocenti ed illusi uomini di sopra. Come appena riposta, il simulacro di una Dea ibrida, a metà tra una donna ed una scimmia, illuminata a stento, se ne stava lì, matrona incontrastata delle oscurità e nel vuoto silenzio che la contornava. Ebbi come la sensazione che stesse aspettandomi, poiché tutta la sua possente figura matriarcale mi lanciava pericolose allusioni ad un tempo arcano, lontano dalla geografia di questi luoghi. Quel simulacro doveva esser stato eretto da una razza diversa dalla nostra, esotica, dedita alla vita nella giungla, perché i tratti di quella creatura non erano certamente stati ingentiliti dagli agi e dalle comodità della moderna umanità; questo provocò in me un terrificante miscuglio di terrore ed attrazione fatale.

La femminilità espressa da quel corpo era grottesca, sebbene le sinuosità dei seni e dei fianchi non lasciavano spazio a nessuna ambiguità: si trattava di un femmineo quasi primitivo, una venere tracotante e fastidiosamente esagerata. Winckelmann ne avrebbe avuto ribrezzo, così come io stesso provai repulsione in un primo momento. Tuttavia, riconobbi a quella strana figura la capacità di ammaliarmi. In un qualche strano modo, era ipnotica e terrificante, dall’aspetto straordinario: piccola e muscolosa esprimeva fierezza e vigore ferino.

 

Mi avvicinai, poiché non riuscivo a distaccare lo sguardo dai suoi orripilanti particolari. La luce, sempre più rada e nebulosa al mio avanzare, faceva in modo che la mia immaginazione fosse caldamente invitata a sovrapporre sempre nuovi elementi alla mia visione, ricucendo gli angoli ciechi ed esaltando alcuni particolari, come quegli occhi vitrei e quelle gambe robuste, ancorate alla nuda terra. A poco a poco che la vista si abituava alle tenebre, e che il mio animo prendeva coraggio, l’attrazione si fece spazio tra i timori che l’avevano da subito accompagnata. I miei occhi stavano avidamente cibandosi di quelle voluttà ferine e paraumane, ne avevano lussuriosamente osservato le terminazioni, le appendici, ed avevano più volte cercato di penetrare gli angoli più remoti, alla ricerca di una qualche soddisfazione ulteriore. Ma ora, anche il senso più primitivo voleva la sua parte; fui come inebriato dalla vorace volontà di toccare e premere su quel selvaggio corpo e la mia mano naturalmente seguì il pensiero e cercava di affondare in quell’essere senza ritegno. La Dea primigenia mi stava invitando a godere della effigie del suo corpo, come se l’immagine avesse conservato in sé qualcosa del corpo che un tempo doveva sostituire; essa trasudava un narcotico splendore e richiamava a sé gli istinti sopiti di una generazione avvezza alle comodità della nuova era.

 

Nella confusione trasognata del momento, facendomi sempre più prossimo al corpo selvaggio, intravidi tra le ombre che l’espressione della creatura sembrò quasi mutare di umore. In quel frenetico istante, un cenno di stupore pareva solcare ora i suoi tratti sempre più immersi nella cavità della camera oscura in cui vi si trovava. L’odore che emanava da vicino era quello della Morte che attraversa il mondo accatastando cadaveri, pungente ed acre.

Fui colpito da una fitta tremenda al petto mentre un urlo improvviso fuoriuscì dalla mia anima esasperata quando mi resi finalmente conto che ciò che la mia mano stava toccando ormai da tempo non era una superficie statuaria, rigida e fredda, al contrario, quel corpo sembrava esser stato vivo un tempo. La mia mano era affondata in quelle carni putride ed imbalsamate, rinsecchite e disidratate. L’epidermide della bestia sembrava essere un qualcosa di profondamente vivo e ben conservato. Un terrore dilagante attraversò tutto il mio essere, l’attrazione si convertì definitivamente in cieca repulsione alla vista di quei tremendi occhi vitrei incavati nelle orbite evidenti e livide, sulle quali lembi di pelle smorta cadevano quasi come lacerati dalla fame.

 

Tutto l’orrendo scenario mi spinse istintivamente a rintanarmi nell’anticamera da dove ero venuto, sbattendo la porta con tutta la forza che mi era rimasta. Risalii in fretta verso la porta che mi aveva condotto in quell’antro infernale, attraversai furiosamente gli stanzoni e mi precipitai con un balzo verso l’imbuto fetale da cui ne ero fuoriuscito qualche ora prima.

Ma la strettoia era fin troppo viscida e le sue parenti non mi consentivano di risalirla. Preso dall’ansia, con l’immagine raccapricciante della bestia femminea che rimbombava nella mia testa, feci molti tentativi, fracassando più volte al suolo. Il panico mi assaliva ad ogni tentativo fallito, credetti di dover rimanere lì sotto per l’eternità, finché non mi sarei mutato io stesso in un ammasso irriconoscibile di carne ed ossa putrefatte.

 

Nell’agitazione crescente ripresi la fuga nell’oscurità. Nessun chiaro segno di riferimento, sembrava quasi che quei cunicoli sotterranei non li avessi mai visti ed avevo la mente offuscata ed avvelenata dalla tremenda visione.

 

Ad un tratto, forse per fatalità divina, mi trovai dinanzi una porta tenuta in piedi da un bizzarro sistema di travi di legno che, per forza della pressione, erano incassati agli angoli della sua struttura e la mantenevano chiusa. Come un dannato iniziai a colpire i suoi cardini con ogni forza residua in me riposta, accentuata dal panico e dalla paura che non avevano smesso di accrescersi nel mio animo. Continuai a colpire, le braccia e i pugni erano ormai un frammisto di sangue e schegge. Ma alla fine il portone cedette; sfondai definitivamente la porta e m’incamminai per l’esile scala che mi ritrovai dinanzi, certo che l’uscita doveva trovarsi verso l’alto.

Continuai furentemente a risalire quell’esile scala di legno traballante per molto tempo, credo, e cieco dinanzi le molteplici deviazioni di cammino che mi si prospettavano di volta in volta e che verosimilmente corrispondevano ai vari piani di cui era costituita l’ignoto labirinto sotterraneo. La certezza di un’uscita posizionata verso l’alto era corroborata dalla semplice volontà di allontanarmi il più possibile dai fondali demoniaci di cui ero stato vittima; man mano che risalivo la struttura terrificante, il tenore rischiarante della luce aumentava, rendendo ora i miei sensi capaci di individuare la mia collocazione nello spazio.

 

Racconto di

Claudio O. Menafra

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