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Quintiliano – La vocazione dell’insegnante

Le coordinate culturali

Il gioco libero delle associazioni dell’allievo non deve essere represso, così come nemmeno la sua creatività di pensiero

L’età in cui visse ed operò Quintiliano si configura pedagogicamente sotto l’aspetto di una completa e mutua compenetrazione tra stile letterario e virtù morali; l’idea, cioè, di una correlazione naturale tra la retorica e la dimensione etico-morale dell’individuo.

Era opinione diffusa al tempo, infatti, che le corruttele testuali e retoriche, nonché gli errori di stile, in generale, fossero direttamente imputabili ai vizi ed alle increspature dell’animo dell’autore che ne era l’artefice; di conseguenza uno smussamento dell’animo umano secondo virtù cardinali doveva necessariamente passare attraverso una rinnovata educazione oratoria; e, viceversa, l’ottimizzazione di uno stile letterario il più possibilmente raffinato ed elegante, la si poteva raggiungere solo mediante una educazione di tipo etico-comportamentale.

Non era insolito sentir parlare, durante l’età imperiale, di corruttela e decadimento dei costumi che dovevano inevitabilmente essere risanati attraverso una ristrutturazione del sistema scolastico e didattico secondo i dettami del passato.

Di grande rilievo per la formazione delle idee pedagogiche di Quintiliano è la famosa faida sull’eloquenza stilistica portata avanti tra i rappresentanti di asianesimo ed atticismo.

Le coordinate storiche dimostrano chiaramente che le accese lotte civili verificatesi intorno al I. sec. a.C. contribuirono enormemente a fomentare l’importanza dell’eloquenza, politica nonché giudiziaria, molto più che nella fase arcaica precedente, all’interno della vita quotidiana a Roma; ogni personaggio politico era tenuto a pronunciare dei discorsi in pubblici, la cui abilità doveva essere direttamente proporzionale al peso della sua posizione ed al suo lustro sociale.

Lo stile Asiano

Lo stile asiano fu elaborato in particolare da Egesio di Magnesia nel III sec. a.C. e si impose nell’Urbe solo a partire dal II sec. a.C. Questa scuola era particolarmente nota per l’enorme importanza conferita alla ‘suppellettile’ retorica, ai ghirigori linguistici ed al sentimentalismo, con l’obiettivo di smuovere e piegare gli animi (obiettivo princeps della retorica); grande importanza era conferita al tono ed alla musicalità, quei tratti che linguisticamente potremmo definire soprasegmentali perché sottratti alle istituzioni della lingua e della grammatica, direttamente imparentati con il sentimento e l’empatia comunicativa.

Lo stile era ampolloso, capzioso ed esuberante, caratterizzato da un’enorme presenza di figure di suono. Anche Cicerone in gioventù prese parte al movimento asiano, schierandosi solo in seguito per lo stile medio.

Lo stile Attico

Diametralmente opposto era, invece, lo stile attico, così chiamato poiché lo sforzo costante dei suoi adepti consisteva nell’emulazione sincera dei modelli retorici tipici degli oratori ateniesi dei secoli V e IV a.C. La forma viene completamente sottomessa al contenuto, nel senso che essa diventa serva significationis, cioè posta direttamente al servizio del significato che deve veicolare nelle modalità più semplici e trasparenti possibili; ne risulta uno stile scarno, semplice e severamente rigoroso nell’esposizione retorica. Tutto ciò non significa di certo che l’eleganza espositiva venga abbandonata, anzi essa consiste nella costante ricerca del lessema più preciso ed idoneo alla denotazione dell’evento.

 

Quintiliano

 

Institutio oratoria, la formazione dell’uomo e del cittadino

Date tali premesse, non sorprende dunque il fatto che L’Institutio oratoria (90-96 d.C.), opera massima di Quintiliano, nata dalla lunga pratica di insegnate presso le scuole di retorica di Roma, si incentra sulla convinzione che il restauro della perduta moralità pubblica deve passare attraverso la formazione del buon cittadino e quindi del buon oratore.

È evidente sin dal titolo l’atmosfera e l’indole che animano l’intero trattato pedagogico: non la si definisce ‘Ars’ perché altrimenti la trattazione subirebbe un’inclinazione di tipo tecnico, quindi un’esposizione che potremmo definire specialistica.

La principale preoccupazione di Quintiliano è qui quella di formare individui attraverso il suo progetto pedagogico; interessante e metodologicamente giustificata è l’assenza della forma dialogica nella trattazione, tanto cara invece al Cicerone del Brutus o del De oratore, poiché il dialogo presuppone implicitamente un discorso tra pari che tendono al raggiungimento di una verità sconosciuta ad entrambi. Nel nostro caso specifico, però, Quintiliano veste i panni dell’insegnante di retorica e quindi stabilisce, mediante trattazione monologica, un’asimmetria tra sé e i lettori/allievi.

Mentre i precedenti manuali di tecniche retoriche erano stati da sempre indirizzati a uomini già ben formati, l’Institutio si rivolge alla formazione globale e continua dell’uomo sin dalla sua più tenera età infantile, periodo critico fondamentale per l’attecchimento dei principi cardine del cives e la formazione dell’uomo. In questo senso il pensiero pedagogico di Quintiliano si avvicina molto al moderno concetto di Life, Long, Learning, in cui la formazione dell’individuo è considerata attività continua durante il corso della vita.

L’impostazione di Quintiliano è indice di un profondo ottimismo nei confronti dei suoi tempi; infatti pur riconoscendo un presunto degrado morale e di costume, la speranza è quella di poter fronteggia il decadimento attraverso una formazione illuminata degli uomini che passi necessariamente attraverso una riforma del sistema stesso di istruzione.

Una pedagogia della parola, perfettiva e unitaria

È in ogni caso questo enorme allargamento del campo didattico che, abbracciando non solo il giovane in età matura ma anche il fanciullo in fasce, consente a Quintiliano di giungere all’area più propriamente pedagogica. È possibile pertanto tentare una delucidazione dei principali motivi che ispirano, durante l’Institutio, tutta la teoria pedagogica di Quintiliano, la quale ha sincere radici in più di venti anni d’insegnamento;

  • La pedagogia di Quintiliano è una pedagogia della parola, essa (ad bene dicendum) deve condurre ogni attività didattica e comprensiva; l’interesse per lo sviluppo e l’evoluzione dell’individuo è costantemente filtrato dalla sua impostazione retorica; non si può di certo parlare di una pedagogia autonoma in quanto scienza, poiché sempre declinata nell’ambito unitario dell’apprendimento retorico.
  • È una pedagogia perfettiva nel senso che tutte le persone che stanno intono al fanciullo/allievo devono puntare completamente su di lui come fosse un predestinato al ruolo di guida della città. Bisogna puntare alla perfezione quale ideale non mai raggiunto nell’eloquenza; la pedagogia si avvale di quell’ideale/orizzonte performativo di cui già Cicerone parla in modo vago nelle sue opere; proprio in vista di tale ideale la pedagogia e la formazione non possono essere interpretate come una cumulazione di tecniche, e l’ideale del bambino predestinato poggia sul presupposto teorico che tutti potenzialmente possono realizzare sé stessi al massimo grado.
  • La pedagogia che ne consegue è stata spesso definita unitaria; di contro ai vari tipi di istruzione che puntavano alla settorialità delle loro materie, Quintiliano assume una prospettiva umanistica: il nostro autore fa di tutto per accorciare le distanze tra gli studi più importanti (maiora) e quelli ritenuti meno aulici (minora).

Non di rado Quintiliano si prodiga durante la sua opera nel dispensare consigli pratici di come la formazione del fanciullo andrebbe perseguita sin dai suoi primi anni.

La perfettività linguistica del bambino deve essere sin da subito stimolata attraverso la correttezza grammaticale nell’espressione della madre e della nutrice (ruolo educativo concesso alla famiglia nei primi anni); l’efficacia della madre (e della nutrice) è assolutamente riconosciuta da Quintiliano per la cultura del futuro cives. La formazione familiare ha per Quintiliano la massima valenza morale e linguistica.

 

Quintiliano

Consigli pratici per formazione in fasce

Quintiliano incita il lettore a non trascurare questo periodo di vita del fanciullo poiché assolutamente recettivo dal punto di vista conoscitivo; un apprendimento che avviene, come voleva anche lo Stagirita, per emulazione dei genitori, le cui espressioni rimangono così incise nell’animo del fanciullo. 2. Il pedagogo deve avere una posizione ben precisa tra gli adulti che stanno intorno all’allievo, con una precisa suddivisione di ruoli e compiti così da non accavallare le diverse figure didattiche. 3. Metodo globale-pratico nello studio e nell’apprendimento delle lettere contro l’usuale uso di tecniche preventive e memorizzazione dell’alfabeto. Nella scrittura è meglio che l’alunno segua dei tracciati già scritti, piuttosto che lasciarsi guidare dalla mano dell’insegnante.

Forte valorizzazione della scrittura celere e precisa, quale strumento per la strutturazione della mente dell’individuo e facilitazione del pensiero. 4. Opposizione strenua nei confronti delle percosse quale metodo didattico; queste erano all’ordine del giorno, oltre ad eventuali soprusi morali. 5. Potenziamento in ambito scolastico delle materie ausiliari, nell’ambito di un ideale conoscitivo di tipo enciclopedico, contro l’idea di coloro che le ritenessero ingombranti per lo studio dell’allievo.

La profonda humanitas che traspare e nello slancio ottimistico presente in tutta l’opera e nella sincera opposizione al metodo delle percosse, porterà Quintiliano a riflettere costantemente anche sul tipo di rapporto che deve intercorrere tra maestro ed allievo, tra la libera espressione dell’alunno e l’auctoritas dell’istruttore.

Il gioco libero delle associazioni dell’allievo non deve così essere represso, così come nemmeno la sua creatività di pensiero; il maestro di lato deve incoraggiare tale gioco, indirizzarlo e correggerlo, non per soffocare o reprimere, ma per migliorare e sviluppare.

 

 

Articolo di

Claudio O. Menafra

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