“Il professore, la morte e la ragazza” di Antonio Saccà

Tra eros e thanatos, due poli dell’essere si stende l’enigma intricato dell’esistenza. Un intellettuale, la controfigura dell’autore, vive le contraddizioni dell’esistere come una vertigine, scandagliandone gli angoli ed i pertugi per scoprire, senza smascheralo, il nulla che ci avvolge tutti.

La storia del romanzo è storia morale. Come nei gironi di un inferno dantesco, il protagonista incontra le mille facce della condizione umana ed ogni personaggio diviene spunto di una riflessione morale. Per concludere che non siamo che attori destinati a scomparire nel teatro dell’esistenza. Il nulla è destinato alla vittoria, ci inghiotte ci annichilisce. Ed alla fine del romanzo, dopo le mille contorsioni della storia del protagonista non ci viene restituito che questo vorticoso andamento dell’essere.

Saccà
Saccà

Il romanzo del prof. Saccà ha un titolo eloquente: Il professore, la morte e la ragazza. Un titolo che afferma una triade in cui si muove l’io esperienziale del protagonista, un intellettuale che ricerca freneticamente i motivi dell’esistere. Una ricerca che diventa vertigine senza freni abisso in una tensione narrativa fortissima che lascia senza fiato.

Saccà lo fa con coraggio, rimandando allo specchio l’immagine di un intellettuale su cui pesano le inestricabili condizioni del nostro tempo. Contraddizioni che lacerano la coscienza: dal tema morale del male ai nessi sulla morte. Saccà è un pessimista cosmico che non offre soluzioni ma vie vorticose  ed impervie per dirci alla fine che è il vivere stesso il male maggiore. Eppur si vive.

Il protagonista sceglie come reazione al nulla l’esplosione dell’eros. Tante le donne possedute laddove il corpo diviene il porto sicuro, il riposo caldo e sontuoso del guerriero. Resta però sotteso un immaginario patriacale dell’immagine femminile cui non si sottrae neppure Parvati, la ragazza che l’intellettuale ama: rimane un corpo sullo sfondo. Oppure in alternativa all’eros il superamento del limite di sé stessi.

La condizione dell’intellettuale moderno travalica più livelli. Dall’interrogazione sulle migrazioni, all’analisi dello sfruttamento cui siamo tutti sottoposti, all’angoscia della riflessione sulla morte, al tema dell’importanza del denaro per un uomo di studio, alla crisi dell’economia e dunque del decadere sociale e politico.

Ma la via d’uscita non c’è se non quella di pendere atto di un caos che la ragione cartesiana stenta ad ordinare. In questo senso la ricerca di Saccà si muove su più livelli: da quello sociologico a quello più squisitamente filosofico ed esistenzialista. Spesso però i livelli di ricerca si giustappongono come volessero essere una summa conclusiva del sapere. Una sorta di grande scrigno in cui riporre le riflessioni di una vita.

Nella vertigine del perdersi arriva fatale il crollo alla cui fine non rimane che l’enigma dell’esistere. E quando tutto crolla e l’intellettuale si vede solo e perso arriva un biglietto con sopra “ti amo”.Dopo la vertigine non rimane che lo specchio cui si ritorna a guardarsi lacerati e disperati. Chi è allora che corre a dare sollievo dopo che si è sperimentato l’abisso?

Articolo di

Stefania Pavone

Un commento su ““Il professore, la morte e la ragazza” di Antonio Saccà

  1. Una recensione ben scritta, dà la misura di un romanzo di vera letteratura. Ho letto il testo, vertiginoso, appunto, arte e pensiero, ma soprattutto sempre vita, vera, sublime, paradossale.

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