La voce del Requiem russo

Il grido di Anna Achmatova

«No, non sotto un estraneo cielo,

Non al riparo d’ali estranee:

Ero allora col mio popolo,

Là dove il mio popolo, per sventura, era.»

1961. [1]

 

Una bambina scalza corre per Carskoe Selo. Si chiama Anna Andrèevna Gorenko, ma oggi è più nota come Anna Achmatova, la grande poetessa russa che adottò come pseudonimo il cognome della nonna tatara. Questa bambina spensierata e un po’ selvaggia non sa che diventerà poetessa, non immagina ancora le difficoltà che dovrà affrontare nella sua vita. Di lei, col tempo, si innamorò perdutamente Nikolaij Gumilëv iniziatore, insieme a Gorodetskij, del movimento acmeista e fondatore della «Gilda dei poeti» (di cui Anna stessa farà parte).[2] Bella forse no, ma affascinante. Quando lei andò in Crimea, Gumilëv

 

«la seguì solo per vederla. Arrivò vicino alla casa, si avvicinò al recinto e guardò nel giardino: era seduta con un vestito bianco su una panchina e leggeva un libro. Gumilëv la guardò, non osò chiamarla, e se ne ripartì per Pietroburgo».[3]

 

Nobile – ecco Anna. E la sua nobiltà era molto più che uno stato sociale, molto più di un titolo, era un’inclinazione dell’animo che attraeva irresistibilmente tutto e tutti, fagocitandoli. Nel 1914 dirà Mandel’štam di lei: «In tralice, o tristezza, / Ha guardato gli indifferenti, / Scivolando dalle sue spalle, si è fatta di pietra / lo scialle falsamente classico. // La voce dell’infelicità – ebbrezza amara – / Dilania gli abissi dell’anima: / È così – collerica Fedra – che un tempo si ergeva Rachele».[4]

Achmatova di Altman
Achmatova di Altman

Dalla spensieratezza all’austerità poetica

Le prime poesie dell’Achmatova sono molto autobiografiche, più spensierate e vivaci: gira tutto intorno ai sentimenti «interpretati non in termini simbolici o mistici, ma nel linguaggio più semplice e intellegibile».[5] Ma arriva la guerra e quella cara spensieratezza si tramuta in una quieta austerità che riflette tutta la disperazione della vita in quegli anni. La Musa che l’ha sempre accompagnata, cambia. L’allegra Euterpe lascia spazio alla sorella tragica, Melpomene [6] come dimostrano questi versi del 1924: «Quando la notte attendo il suo arrivo, / la vita sembra sia appesa a un filo. / Cosa sono onori, libertà, giovinezza / Di fronte all’ospite dolce col flauto nella mano? / Ed ecco è entrata. Levato il velo mi guarda attentamente. / Le chiedo: “Tu dettasti a Dante / Le pagine dell’Inferno?” Risponde “Io”».[7]

Un grido di donna

Queste sono le poesie per le quali oggi conosciamo Anna Achmatova, grida che testimoniano il lato più disumano della Russia, la rivelazione bruciante che le promesse dello Stato erano solo menzogne. Non c’è scampo per nessuno, ogni vita viene degradata, la paura soffoca e acceca, il vicino di casa diventa il nemico e la popolazione precipita nel caos. Un cancro che corrodendo il popolo, minaccia il crollo della Russia stessa.

La censura, però, soffocava tutto. Moltissime opere vivevano solo nella memoria di coloro che le avevano lette, respiravano nel loro cuore, in attesa, sempre. Così la moglie di Mandel’štam, Nedežda, decise di imparare tutte le sue poesie, di nasconderle dentro di sé e di sacrificare tutta se stessa al ricordo dell’uomo che amava, del poeta che aveva narrato quella Russia crudele.

La voce dell’Achmatova si unisce a questo coro

La sua vita difficile non è riuscita a piegare la sua forza: circondata da altre grandissima personalità del panorama letterario russo che si sono lasciate consumare fino al suicidio (Marina Cvetaeva e Esenin, tra gli altri), non smise mai di gridare con la sua voce di donna, dilaniata dal dolore e dall’insicurezza del domani. In un periodo nel quale molti letterati decidevano di abbandonare la Russia, lei resta. E scrive.

«A poco a poco, le umiliazioni, i dolori, scrostavano dalla lirica di Anna Achmatova ogni patina letteraria, ogni aureola acmeista; sospinta della folla anonima dei perseguitati, ella si ritroverà nuda nella sua umanità: così le antiche icone delle chiese russe, spogliate da mani avide della “riza” d’oro e d’argento che le rivestiva, riacquistavano la loro semplice, antica bellezza».[8]

Una voce collettiva

Sopportò tutto, una torre incrollabile, fino all’arresto del figlio durante le purghe staliniane e la sua lunga prigionia: «diciassette mesi che grido»,[9] dirà. La aspettavano lunghe file sotto le intemperie, fuori dalla prigione di Kresty. Donne piangenti con preziosi pacchi tra le mani, le labbra blu socchiuse in un grido morto. E una voce: «- Ma lei può descrivere tutto questo? / E io dissi: / – Posso».[10] Così nasce Requiem. Da una voce, che diventano due voci e cento e mille: dalla voce di Anna Achmatova che diventa il grido di un popolo offeso, privato persino del diritto di sentirsi umano. Lei lascia che la sua poesia accolga il popolo russo nell’atto estremo di ergersi, insieme, per combattere – e restare.

 

«E se mi chiuderanno la bocca tormentata

Con cui grida un popolo di cento milioni,

Che esse mi commemorino allo stesso modo

Alla vigilia del mio giorno del suffragio.

E se un giorno in questo paese

 Pensassero di erigermi un monumento,

  Acconsento ad essere celebrata,

  Ma solo a condizione di non porlo

 

  Né accanto al mare dov’io nacqui:

 Col mare l’ultimo legame è reciso,

 Né nel giardino dello zar presso il desiato ceppo,

 Dove l’ombra sconsolata mi cerca,

 Ma qui, dove stetti per trecento ore

 E dove non mi aprirono il chiavistello.

 Perché anche nella beata morte temo

 Di dimenticare lo strepito delle nere «marusi»,

Di dimenticare come sbatteva l’odiosa porta

 E una vecchia ululava da bestia ferita.

 E che dalle immobili palpebre di bronzo

 Come lagrime fluisca la neve disciolta

 E il colombo del carcere tubi lontano

 E placide per la Neva vadano le navi».[11]

Articolo di

Lisa Ceccarelli

 

Note

[1] A. Achmatova, Poema senza eroe e altre poesie, prefazione traduzione a cura di C. Riccio, Einaudi, Torino 1966, p. 25.

[2] D.P. Mirskij, Storia della letteratura russa, Garzanti, Milano 1977, p. 432.

[3] Storia della letteratura russa. Il Novecento, vol. III: Dal realismo socialista ai giorni nostri, diretta da E. Etkind, G. Nivat, I. Serman e V. Strada, Einaudi, Torino 1991, p. 535.

[4] Storia della letteratura russa, p. 536.

[5] D. P. Mirskij, Storia della letteratura russa, p. 435.

[6] Storia della letteratura russa, p. 537.

[7] Ibidem.

[8] Ibi, p. 9.

[9] Ibi, p. 41.

[10] Ibi, p. 27.

[11] Ibi, p. 55.

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