L’importanza delle parole per Esther Dischereit

L’importanza delle parole per Esther Dischereit

Traduzioni di parti dei saggi – Vom Verschwinden der Worte e Kein Ausgang aus diesem Judentum.

Il presente articolo ha come oggetto la proposta di traduzione dal tedesco all’italiano di due piccole porzioni dei saggi  Vom Verschwinden der Worte [Della scomparsa delle parole] e Kein Ausgang aus diesem Judentum [Nessuna uscita da questo ebraismo], tratti dalla raccolta Übungen jüdisch zu sein [Esercizi per essere ebrea] di Esther Dischereit, un’autrice tedesca di origini ebraiche, e di una piccola analisi dei testi.

L’importanza delle parole per Esther Dischereit

Esther Dischereit

Questa nasce il 23 aprile 1952 a Heppenheim nel Land dell’Assia. Tutta la sua infanzia fu segnata dalla sopravvivenza di sua madre allo sterminio degli ebrei durante il regime nazista in Germania. Fin da piccola rifiuta le proprie origini ebraiche finché non si rende conto di voler riscoprire se stessa e infatti in uno dei suo romanzi afferma: “Nach zwanzig Jahren Unjude , will ich wieder Jude werden” [Dopo vent’anni da non ebrea, voglio diventare di nuovo ebrea]. Questi “esercizi” servono proprio a riconquistare una propria appartenenza e acquisire una nuova consapevolezza: l’aver capito di voler essere ebrea, non di doverlo essere.

Il peso delle parole

Centrale nella sua opera è il ruolo della lingua nella politica della memoria, il peso di una coscienza storica difficile da cancellare o da dimenticare. Questo dimostra come la vita intera di questa scrittrice sia stata influenzata dai ricordi dolorosi di sua madre e di come lei arrivi alla consapevolezza di essere troppo sensibile per poter continuare a utilizzare determinate parole senza che il ricordo della “normalità” della vita nazi-tedesca, seppur non vissuta in prima persona ma attraverso i ricordi di sua madre, riaffiori alla sua mente. Parliamo qui di parole comuni cui il nazionalsocialismo ha cambiato il significato connotativo, modificando le associazioni di idee connesse a quel vocabolo per determinati gruppi di persone.

Ed è proprio questo che crea dei problemi all’autrice, l’accorgersi di non potrerle proprio più utilizzare, tanto da farle asserire: “Tutte le parole non sono più a mia disposizione”. La riflessione nell’autrice circa questa problematica strettamente linguistica nasce con la parola rampe. Una parola apparentemente priva di qualsiasi senso negativo, se non si ha l’esperienza del nazionalsocialismo, dei campi di concentramento nel proprio retaggio mnemonico. È in questi casi che la parola assume un senso distorto dal proprio significato originario ed è a questo punto che diventa impossibile nominare la parola rampe senza pensare subito alle rampe ferroviarie dei campi di concentramento: era proprio da queste rampe che iniziava la cosiddetta selektion delle persone “abili al lavoro” nel campo e delle persone “non utili allo sforzo bellico”, che dovevano invece essere mandate a morire nelle camere a gas. 

Nessuna uscita da questo ebraismo: traduzione pp. 19-20.

Anche il tedesco in quanto lingua mi è indifferente e non indifferente. Tutte le parole non sono più a mia disposizione. Per esempio la parola “rampa”: non posso più utilizzare con leggerezza la parola “rampa”, per niente al mondo. Lei sa, per esempio, di norma i mobili vengono ritirati durante la vendita dal magazzino da una rampa. Non posso mai sentir dire da qualcuno che ritira i propri mobili dalla rampa. In questo caso i miei capelli e le mie mani diventano ebrei. Nell’altro presente tedesco l’elemento ebraico è una faccenda delle ore commemorative, delle riflessioni socio-psicologiche. La persona ebraica diventa nella percezione pubblica sempre soltanto “ebreo” e nient’altro che ebreo, in un certo qual modo morto per quel che concerne la sua appartenenza alla specie. E sotto un certo aspetto questa designazione non è nemmeno sbagliata. Sopravvissuti– figli dei sopravvissuti: concetti di vita o di morte?

La lingua del terrore

Ci sono poi alcune parole richiamate all’interno del testo che fanno parte della cosiddetta Nazi-Sprache, la “lingua del nazionalsocialismo”. Queste parole sono indubbiamente percepite e considerate dalla collettività come inadatte all’uso. Sono termini talmente inopportuni che il loro utilizzo viene oggi considerato socialmente disdicevole. La Dischereit si rende conto però come sia difficile estirpare le radici di queste parole dal vocabolario linguistico di persone più anziane e ce ne rendiamo conto quando parla di una vecchia ex-partigiana, di cui l’autrice si stupisce, del fatto cioè che “Lei ritiene possibile parlare delle persone come ‘feccia’”.  Anche parole come Entartung [degenerazione] o Artfremde [estraneo alla razza] fanno parte di questo pesante fardello che la lingua tedesca è costretta a portare sulle proprie spalle storiche. Entartung è in realtà il titolo di un libro del 1892 di Max Simon Nordau, un artista ebreo-tedesco che credeva erroneamente – sulla scorta di Lombroso – che i criminali mostrassero dei tratti somatici particolari e che dunque avessero subito un processo di involuzione, cioè appunto di degenerazione. La propaganda del regime nazista individuò perciò delle forme d’arte che erano contrarie alla visione nazista e che quindi potevano ledere e contaminare i valori della razza ariana e della sua cultura: la famosa entartete Kunst. Anche il sostantivo tedesco Artfremde faceva parte del linguaggio della propaganda nazista, secondo i dettami del regime si veniva considerati artfremd quando si aveva il 25% di sangue non ariano.

Della scomparsa delle parole: traduzione pp. 41-42

Lei non trova che le parole malvagie emanino un cattivo odore? L’occhio sull’amuleto dovrebbe proteggere dal malocchio. Non potrei mai confrontare la lingua con un simbolo. Contro la lingua posso tapparmi le orecchie e posso pensare. Il veleno della lingua del nazionalsocialismo non deve più distinguere tra colpevoli e vittime; proprio il pensiero cambia, se si parla di “degenerazione”, di “estraneo alla razza”. Di questo parlava una vecchia signora, un’ex-partigiana, cioè di quale “feccia” si sia appropriata del potere oggi nell’est – lei si riferiva all’ex DDR. Lei ritiene possibile parlare delle persone come “feccia”.

Queste parole hanno un peso notevole nella memoria collettiva ebraica ed è questo che Esther Dischereit vuole far capire: bisognerebbe dare più importanza alle parole e condannare in tal modo un retaggio linguistico vecchio e mortificante, che a volte riemerge nel linguaggio quotidiano, anche al di là delle intenzioni di chi lo usa.

Articolo di

Manuela Griffo

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