Abbreviazioni runiche nei manoscritti anglosassoni

Abbreviazioni runiche nei manoscritti Anglo-Sassoni

Abbreviazioni runiche nei manoscritti Anglo-Sassoni – Esempi ed usi

Questo articolo propone di analizzare, traducendo parte di alcuni testi anglosassoni, l’utilizzo di alcune abbreviazioni runiche. L’intento è quello di portare a conoscenza del lettore una chiave di lettura con cui entrare nelle profondità di una cultura che per molti è purtroppo ancora sconosciuta.

 

‘’ Veit ek, at ek hekk                                        ‘’ Io so che da un albero al vento pendetti,
vindga meiði á                                                   per nove notti intere,
nætr allar níu,                                                   ferito da una lancia ed immolato ad Odino,
geiri undaðr                                                       io stesso a me stesso,
ok gefinn Óðni,                                                  su quell’albero che nessuno sa
sjalfr sjalfum mér,                                            da quali radici nasca.
á þeim meiði,
er manngi veit
hvers af rótum renn.

 Við hleifi mik sældu                                          Pane nessuno mi dette, né coppa per bere;
né við hornigi;                                                    io giù guardai:
nýsta ek niðr,                                                      raccolsi le rune, dolorante le presi:
nam ek upp rúnar,                                             e giù caddi di là.‘’
æpandi nam,
fell ek aftr þaðan
. ‘’                     

L’Hávamál (nello specifico il Rúnatal) narra di come Odino si sia immolato a se stesso per donare agli uomini la sapienza delle rune appeso all’Yggdrasill, l’Asse Cosmico, per nove notti e nove giorni. Le rune non hanno solo valenza grafica, ma anche un potenziale magico-religioso. Nonostante il cristianesimo avesse già da tempo sostituito il paganesimo, le rune continuavano ad essere utilizzate anche in manoscritti poetici Anglo-Sassoni come abbreviazioni. Le basi pratiche per questa applicazione derivano dal carattere logografico dei simboli runici, poiché ogni runa ha un proprio significato semantico. La prima lettera di questo significato corrisponde al valore fonetico della runa (es.   man(n)/mon ‘’uomo’’, dæg ‘’giorno’’, eþel ‘’patria’’,  wyn(n) ‘’gioia’’). 

Abbreviazioni runiche nei manoscritti anglosassoni

’Abecedarium Normannicum’’

La prima testimonianza di questo sistema di denominazione è l’ ‘’Abecedarium Normannicum’’, datato alla metà del IX secolo. L’occasionale utilizzo logografico delle rune in opere precedenti, come ad esempio i manoscritti islandesi, suggerisce che gli Anglo-Sassoni non stessero esplorando un territorio nuovo. Il noto medievista e runologo Derolez portò avanti uno studio preliminare su questo fenomeno, spiegandolo con il titolo ‘’Rune scritte per i loro nomi’’. Egli afferma che, oltre all’utilizzo creativo che ne facevano i poeti per inserire i loro nomi tra i versi, le rune possono da sole indicare un’abbreviazione. Nella Scandinavia medievale la runa maðr è utilizzata regolarmente in manoscritti di ogni genere. I vantaggi di questo utilizzo sono visibili in termini di spazio. Ad esempio nel poema antico nordico ‘’Hávamál’’, trascritto nel tredicesimo secolo (Codex Regius), viene utilizzata 45 volte. Si può dedurre, quindi, che anche nei manoscritti Anglo-Sassoni il ristretto spazio riservato alla scrittura e all’inserimento di glosse, abbia portato a questo utilizzo pratico delle rune.

Uso pratico: esempi di manoscritti – ‘’Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum’’

Uno degli scritti anglo-sassoni più importanti per lo studio relativo all’utilizzo delle rune è l’ ‘’Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum’’ di Beda. In questo libro è contenuta la vicenda di Imma, la quale racconta di una giovane donna della Northumbria catturata in seguito ad una battaglia contro l’esercito della Mercia. Imma, però, non poteva essere imprigionata, in quanto le sue catene si aprivano miracolosamente giorno dopo giorno. L’accaduto è stato collegato al concetto di Littera solutoria tramessa dalle Fabulae, o meglio all’idea della “runa del rilascio”, anche se Beda, da convertito e, ormai, monaco ridicolizza questa credenza introducendo il miracolo della fede. C’è da sottolineare, però, che le rune erano intrise anche di valore mistico, non erano solo lettere dell’alfabeto, dunque una credenza pagana così radicata nella cultura anglosassone era difficile da cancellare, tanto che, anche tra i convertiti al cristianesimo, se veniva ricordata questa credenza appartenente ad una visione non religiosa del mondo, non ci si faceva caso.  

‘’Riddle 91’’ e ‘’Le Rovine’’, Exeter Book – Codice Exeter,

Un importante fonte per gli studiosi al fine di analizzare il fenomeno delle rune singole utilizzate come abbreviazioni per il loro aspetto di pienezza semantica lo troviamo nel ‘’Riddle 91’’ del ‘’Codice Exeter’’. Questo testo prende il nome dall’omonima cattedrale dove giunse nel 1072 come dono del vescovo Leofric che lo definì ‘’mycel Englisc boc be gehwylcum Þingum on leođwisan geworth’’: ‘’un grande libro inglese di opere poetiche’’. Presumibilmente fu compilato tra il 960 e il 980 nella zona sassone occidentale dell’Inghilterra. Il verso da analizzare presenta la runa ‘’wyn(n)’’ (gioia) associata alla parola ‘’mod’’ (cuore): ‘’mod-wyn(n)’’ (‘’mod. .’’) intesa come ‘’gioia del cuore’’. Nel ‘’Codice Exeter’’ è presente un altro esempio del fenomeno nel poema ‘’Le Rovine’’ nel quale troviamo un singolo utilizzo della runa ‘’man(n)/(mon)’’ (uomo) nella parola composta ‘’manndreama’’ (.dreama), ‘’gioia dell’uomo’’. 

Il poema ‘’Elene’’, Vercelli Book – Libro di Vercelli,

Costituisce un altro modello di studio relativamente alle abbreviazioni runiche. Si ritiene probabile che l’amanuense, al quale fu affidato il compito di trascrivere il poema giunto fino a noi, avesse copiato le abbreviazioni runiche presenti nel testo fonte a cui egli faceva riferimento. La runa adibita a tale compito è la ‘’wyn(n)’’ (gioia) che appare in due versi. Il primo utilizzo è riscontrato nel termine presente nella preghiera di Giuda ‘’weorda wyn(n)’’ (weorda. . ), ‘’la gioia delle genti’’. Il secondo è collocato circa 300 versi dopo nelle parole di Elene ‘’wuldres wyn(n)’’ (wuldres. .), ‘’gioia della gloria’’. E’ curioso il fatto che tra i due versi dove è presente l’abbreviazione runica ci siano altre tre opportunità per applicare tale fenomeno, ma, al contrario, la parola viene scritta per intero.  

‘’Historiarum Adversum Paganos Libri VII’’

La traduzione in Antico Inglese di questo testo fatta da Paulus Orosius (scritto nella prima parte del quinto secolo, racconta le calamità che hanno afflitto il mondo pre-cristiano) costituisce un esempio di abbreviazione runica in quanto presenta, in un unico caso, ovvero quando si parla di Alessandro contro i cartaginesi, la runa ‘’eþel’’ (patria, terra natìa) come abbreviazione nella frase ‘’[…] heora ieldrena ’’, ‘’la patria dei loro antenati’’. 

Beowulf

Ritroviamo anche qui la runa ‘’eþel’’  (patria, terra natìa). L’uso della runa potrebbe far pensare ad un intento di rievocazione dell’eredità germanica della saga. Ogni abbreviazione runica del testo è collocata successivamente ad un richiamo alle rune presente nella saga stessa, ad esempio, se si analizza l’ultima abbreviazione del manoscritto, al verso 1702, si nota che essa ricorre in seguito all’analisi minuziosa da parte di Hrothgar dell’elsa della spada sulla quale sono presenti incisioni runiche. ‘’Solomon e Saturn’’, Nel poema ‘’Solomon e Saturn’’ l’abbreviazione runica è utilizzata nel rendere il nome di Salomone usufruendo della runa ‘’man(n)/(mon)’’, ‘’Solo  cwæð’’ (Salomone parlò).

Articolo scritto da,

Erika Inderst

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