Privacy Policy Il dono della Morte - Un racconto di Claudio O. Menafra - The Serendipity Periodical
Il dono della Morte - un racconto di Claudio O. Menafra

Il dono della Morte – Un racconto di Claudio O. Menafra

Il dono della Morte

Il folclore e la saggezza popolare, che da sempre anticipano le scoperte della scienza la quale sembra così limitarsi a constatare e confermare ciò che è già contenuto nelle immagini dei loro racconti ancestrali, narrano di come la Morte, durante le notti d’inverno, faccia visita alle case degli uomini, decidendo chi risparmiare e chi portare con sé nel regno dell’Ombra. Secondo criteri che sfuggono da sempre al giudizio degli uomini.

I

In una fredda ed assonnata notte d’inverno, di un tempo perso nella memoria delle stirpi degli uomini, una forte tormenta di neve si abbatté sulla piccola cittadina medievale di M., i fendenti del vento colpivano senza sosta le inferriate dell’antico castello di Feldersohn e un manto di neve scura cominciò a ricoprire l’intero paesaggio circostante. La notte inghiottiva e rigurgitava di continuo i pallidi bagliori provenienti dalle abitazioni lontane, sfocandole sempre più. Nel castello tutto taceva. Un re solitario vi abitava assieme al suo giovane figlio e ad un fido levriero. Essi erano la gioia dei suoi occhi, le uniche creature in grado di colmare l’immenso vuoto lasciato dalla morte della regina, così bella e così cagionevole di salute; qualche anno prima l’inverno l’aveva portata via, durante una notte simile, al cadere delle prime nevi. La regina se n’era andata in una sola notte e senza che potesse esprimere le sue ultime volontà. Al re rimasero solamente quelle ultime immagini a fargli compagnia nell’animo per gli anni a venire, di lei assorta nel disumano sforzo di non dargli a vedere le sofferenze, un dignitoso ed impavido contegno nel tormento del suo male. Il suo ultimo dono fu quello di insegnare al vecchio re come affrontare l’amaro distacco dalla vita. 

Per tre lunghi anni il re visse all’ombra di quella tremenda immagine, tralasciando completamente tutti i suoi doveri e annegando ogni giorno nel ricordo di lei. Malediceva la vita, ed ogni sua gloriosa manifestazione. I giardini del palazzo erano lasciati al loro destino, le rampicanti avevano preso d’assalto il castello, le piante fagocitavano tutte le mura inferiori. Nessuno più osava avvicinarsi, quel giardino un tempo meta di tutto il popolo durante i giorni di festa, era ora uno spettro di altri tempi, abbandonato alla noncuranza. Per tre lunghi anni, il re non uscì nemmeno più in pubblico, delegava tutti i suoi compiti istituzionali ai suoi preposti, limitandosi a firmare documenti e ad apporre sigilli reali ovunque. In poco tempo si sparse per il popolo la voce che il suo regno giungeva al termine, che i suoi ufficiali iniziavano a godere del consenso popolare e degli eserciti, e che in qualche anno si sarebbe abbattuta la sciagura di una guerra civile. Il re aveva anche assunto un dignitoso contenimento che si era via via trasformato in solitudine e rammarico. 

L’amore aveva abbandonato il suo cuore, e suo figlio crebbe senza una madre e senza un padre. Ambedue a loro modo assenti dalla sua vita, lasciando dentro di lui un baratro insaziabile che fu la sua rovina. Un enorme vuoto, che spingeva il giovane principe a consumare freneticamente tutti gli agi ed i privilegi che provenivano dal suo status. Le feste, i banchetti, le donne, il potere che aveva presto non gli bastarono più. Ognuna di queste esperienza lo rapiva per qualche ora, scavando, poi, sempre più nel suo animo, corrodendo la sua mente, lasciandolo continuamente insoddisfatto. Non c’era ormai più limite alla sua voluttà, né ai suoi desideri. E fu così che iniziò a serpeggiare nel suo animo il desiderio sempre più pressante di sostituirsi presto a suo padre. Il principe fantasticava ogni giorno di più sull’immenso potere che avrebbe avuto finalmente nelle sue mani. Così, di giorno sperperava e di notte rimuginava sul glorioso futuro che l’attendeva alla morte del padre.

II

Quella stessa notte, quando la tormenta sembrava aver raggiunto il suo apice, il sonno del re solitario fu destato all’improvviso da alcuni colpi vigorosi che battevano sull’enorme portone dell’ingresso principale. Ci volle del tempo perché la servitù, mezza sopita, scorgesse quei rumori tra le raffiche di vento che scuotevano le finestre. Quando ebbero piena coscienza dell’accaduto, mandarono prontamente a chiamare il re. Con non poco sforzo il re si trascinò via dalla sua dimora, abbandonando il tiepido calore delle lenzuola. Nel cuore gelido della notte discese lentamente con passo austero l’enorme scalinata che lo avrebbe condotto al portone principale. Una volta giuntovi si meravigliò non poco di quella visita così inaspettata, una visione che gli apparve quasi spettrale, seppure tanto gradevole. Vide una fanciulla di candido aspetto, ferita dal vento e dalla neve, supplicava con tutto il dolore di un corpo raggelato di poter entrare e trovarvi riparo. Tuttavia, lei non profferì parola alcuna, il suo corpo e la sua condizione morente parlarono per lei. Le guardie non avevano osato farla entrare senza il consenso del re, conoscendo la sua riservatezza ed il suo stato d’animo. E quella povera fanciulla era quasi impietrita nell’attesa, ad un passo dal caldo focolare. 

La giovane creatura fu immediatamente fatta entrare e rifocillare meglio di quanto si potesse sperare. Al re ricordava tanto il volto delicato e fiero della regina, visse quell’esperienza come un buon presagio. Il ricordo di lei lo indusse ad incrementare tutte le premure nei suoi riguardi. Notò da subito che la fanciulla era ferita ad una gamba e fu il re stesso ad occuparsene. Le preparò un bagno caldo e profumato, poi la asciugò per bene dinanzi al camino in cui scoppiettavano i tronchi secchi del giardino reale, le curò e ripulì la ferita, infine la fasciò per bene. L’esperienza sul campo di battaglia e le sue letture in medicina lo avevano reso in grado di curare con maestria e precisione qualsiasi male superficiale con abile uso di erbe, unguenti e garze. In poco meno di un’ora la ferita fu sanificata e la giovane creatura si riebbe. I suoi occhi si ridestarono e riprese via via le forze smarrite durante il suo misterioso viaggio di quella notte. 

Fu a quel punto che il re decise di rompere il silenzio di quegli sguardi e dare sfogo alla sua curiosità che non aveva smesso di perseguitarlo dal suo arrivo. Fece molte domande alla fanciulla, chi era? Da dove veniva? E perché viaggiare in una notte simile? Ma l’uomo non ricevette risposta alcuna alle sue pressanti domande. Era come interrogare un oracolo silente che si limitava ad assecondare i movimenti del suo interlocutore, senza asserire o negare. Mantenne per tutto il tempo un silenzio di tenera incertezza. Nonostante ciò, il re non fu dispiaciuto, ed accettò di buon grado il suo silenzio senza chiedere null’altro.

Il suo silenzio non aveva messo condizioni alle sue premure. Senza ripetersi ordinò alla servitù astante di preparare la stanza più ampia e confortevole perché la fanciulla potesse passare la notte al riparo dalla tempesta imminente. Qualche istante dopo, fu scortata in una grande e sfarzosa camera dell’ala est e il re stesso si assicurò che ricevesse le giuste attenzioni. Quando fu adagiata sul letto, il re le augurò con un cenno amorevole la buona notte e si ritirò anch’egli nelle sue stanze. Aveva il cuore un po’ più sollevato del solito, e in poco tempo sprofondò in un sonno pesante e repentino. 

III

Nel frattempo, lo spirito del giovane principe, che cercava di continuo distrazioni e continue suggestioni per potersi intrattenere e rinunciare alla sgradevole compagnia di sé stesso, aveva osservato, con compiaciuto interesse, tutti gli avvenimenti di quella strana ed inconsueta nottata. Svegliato anch’egli dal baccano tutt’intorno che quella misteriosa visita aveva generato. Non appena udì le porte della camera da letto del re socchiudersi, balzò fuori dal suo letto e con passo incerto, reso stravagante da una diabolica inquietudine, si diresse verso la camera della giovane fanciulla scampata all’ira della tormenta. Lentamente aprì la porta e vi trovò quello splendido corpo disteso fra le morbide lenzuola reali; una pelle bianca come l’avorio più pregiato, in grado di far soccombere gli spiriti più austeri. Le braccia cadenti le cingevano soavemente il ventre, una chioma irta di boccoli dorati le contornavano il viso durante il dolce sonno. 

Il principe fu rapito da quella visione, i suoi occhi si soffermarono a lungo su quel corpo e su quelle labbra rosee, rigonfie d’amore per chi avesse avuto il privilegio di saggiare quella meraviglia. Un impeto vorace e demoniaco si impossessò del principe che non fece nulla per opporsi. Egli accolse in pieno il desiderio sprigionato da quel corpo che lo aveva istigato. Il giovane principe non esitò un attimo dinanzi alla sua eccitazione, non ebbe il minimo dubbio nell’assecondare quell’impeto travolgente; il suo sangue mandava dal basso fumo verso l’alto, verso il suo fragile intelletto che soccombeva alla sua voluttà. Con un balzo le fu sopra e tappandole la bocca con mano violenta profanò selvaggiamente il suo corpo, sfogando per ancora una volta quel recondito inappagamento esistenziale sulla candida ed innocente figura. Quando ebbe finito, senza neppure curarsi dello stato né delle condizioni di lei, abbandonò il giaciglio, ripiegò le coperte sul suo corpo e fuggì via da quella stanza. Un ghigno soddisfatto si disegnò lentamente sul suo volto inebriato, mentre ritornava allegramente alla sua dimora attraverso il maestoso corridoio centrale. Quanto alla povera creatura, ella rimase immobile per tutto il tempo a seguire e fu colpita come da uno scossore quando la porta si chiuse su sé stessa. Nessuno nel castello aveva assistito alla tremenda violazione all’infuori di lei. 

All’indomani, quando il sole era già alto nel cielo, il re entrò nella camera in cui la sera prima si era congedato dalla fanciulla. Ma con enorme e tragico stupore non trovò traccia alcuna della sua presenza. Un senso di profondo rammarico e scalpitante inquietudine si era come impossessato del suo animo. No, non era stato tutto un sogno! Egli l’aveva vista, ed anche la servitù ne era a conoscenza! Freneticamente si aggirava per le sale del castello alla ricerca di lei, chiedendo a tutti della candida creatura, a chiunque incontrasse sul suo cammino. Chiese a suo figlio, ma non ricevette risposta alcuna. Trascorse l’intera giornata e il re non si diede pace, non mangiò nulla fino a sera. Una macabra sensazione si era impossessato del suo corpo che gli evitava tutti quei pochi piacere della giornata. 

Venne di nuovo la sera, con essa l’inquietudine aveva incrementato la sua presa, ma ora si era come diluita, andando a mescolarsi con gli umori nostalgici e malinconici del vecchio re. Quella sera, la tormenta lasciò il posto ad una poderosa tempesta che picchiava senza remore su tutte le mura del castello. Il vento era così forte che spense d’un colpo tutte le fiaccole che cingevano le mura merlate della ronda. Anche le candele della Grande Sala centrale si spensero, facendo piombare l’intero castello in un’atmosfera cupa e segreta. In quel preciso istante il re sentì un brivido raggelante percorrere la sua schiena per intero. In quel preciso istante si ricordò di un vecchio modo di dire che aveva sentito tempo addietro tra le strade del mercato cittadino da un’anziana donna: ‘’quando un brivido freddo ti attraversa, è la morte che ti passeggia di fianco’’. Il raggelante ricordo di quelle parole lo spinse a rintanarsi prima del solito nelle sue camere, deciso a trascorrere la notte tra i libri e le letture, nel tentativo di sopprimere quella macabra inquietudine che perdurava dal mattino e che non ne voleva sapere di scomparire. Il ricordo della fanciulla si fece ancora più vivido.

Scelse con cura il tomo che lo avrebbe accompagnato quella notte. Il suo sguardo ricadde sull’Ars Memoriae di Giordano Bruno, un imponente manuale di mnemotecnica che la tradizione aveva consacrato. Si diceva che lo stesso Bruno avesse carpito i segreti della memoria dopo aver letto e studiato attentamente la biografia di Pico della Mirandola e di altri maestri del passato. L’intento del re era ormai da tempo quello di saldare col sacro fuoco del ricordo le immagini della sua amata regina. Di fatto, quasi ogni sera applicava maniacalmente i dettami contenuti in quello straordinario manuale, ed ogni sera come quella, particolarmente inquieta, ripescava dal suo archivio personale l’immagine e il ricordo con il quale si sarebbe addormentato dimentico della sua triste condizione, nella speranza di rivivere, almeno in sogno, qualche istante con la sua amata regina. 

Anche quella sera piombò di colpo in un sonno profondo e le immagini dapprima pensate si trasformarono a poco a poco in sogno.

IV

Sognò intensamente che la regina gli parlava, tenendolo amorevolmente per mano. Erano frammenti di discorsi in parte realmente avvenuti ed in parte creati dalla sua mente lasciata libera dal giogo della coscienza. I due reali erano dinanzi ad un enorme camino ardente, il fuoco scoppiettava con regolarità e gli occhi della regina erano profondamente commossi. Ad un tratto, la sua dolce figura si alzò di scatto, salutò fugacemente il vecchio re e sparì nel manto scarlatto delle tende che cingevano le finestre intorno alla sala. Il re fu preso dal panico, pensò che fosse precipitata al suolo, al di là della finestra, si affacciò prontamente ma non vide il suo corpo. Scrutando al di fuori di quella finestra intravide, invece, una scena già nota che stava quasi per ridestarlo dall’incoscienza del sonno: la candida figura della misteriosa fanciulla lo attendeva, ancora una volta, dinanzi al maestoso portone del suo castello, invocando di poter entrare. Ancora una volta il re si precipitò giù dalle scale per farla entrare, con un balzò fu immediatamente all’ingresso, aprì l’enorme porta ma non vi trovò nessuno. Sconsolato ed irrequieto ritornò nelle sue camere, pensando di aver smarrito due angeli nello stesso istante, ma fu allora che, aperta la porta della sua camera da letto, ecco che vi trovò una spettrale e raccapricciante visione. Ecco, lì dinanzi a sé vide la giovane fanciulla sospesa a mezz’aria, fluttuava sul suo letto in posizione eretta e lo stava fissando con due enormi occhi di fuoco. 

La paura fu enorme ed immediata. Lo sgomento gli si avvinghiò violentemente alla gola e quasi non riusciva a respirare. Si sentì venire meno. Riconobbe la fanciulla a fatica, perché il volto e il suo intero corpo erano completamente trasfigurati, dilaniati nelle carni e di un bianco lattiginoso e raccapricciante. Ora sembrava una vecchia dalle pelli smorte e cadenti, con capelli radi che le colavano lungo il volto simili a ragnatele. Il corpo era ossuto e ricurvo, e faceva da mostruoso sostegno a quegli occhi orrendi ed incavati. Il re non aveva dubbi, si trattava della fanciulla, la riconobbe con una di quelle fitte al petto che sorgono quando s’incontra qualcuno di inaspettato ma conosciuto. Impietrito da quella visione, il re tentò di parlarle, ma le parole non uscivano, erano strani mugolii privi di senso; la sua bocca sembrava come cucina strettamente, pochi lamenti sconclusionati ne fuoriuscivano senza regolarità. Allora fu quella diabolica creatura a parlargli, per la prima volta:

‘Mio re, mi riconosci? Sono colei che toglie la favella. Che non può essere nominata. L’inesprimibile. Sono il gorgo muto in cui gli uomini perdono loro stessi. Essi mi conoscono come Morte e tu mi hai ospitato nella tua dolce dimora quando ne avevo più bisogno. Ogni inverno vago per le città degli uomini per scrutare i loro animi e mettere alla prova il loro spirito. In pochi sono coloro che mi accolgono benevolmente come hai fatto tu, mio re, nel mezzo di una tormenta. La maggior parte di essi è indifferente, come le loro inutili vite, non bada alle pene altrui e preferisce non curarsene. Le loro vite sono nulla, diventano nulla, per questo sono legittimata a prenderle con me prima del tempo. Sono venuta in questa città per dare il mio Giudizio e ho deciso di valutare il valore dei suoi uomini a partire dal primo di essi, da colui che li ordina e li governa. Un re dice molto del suo popolo, ne è l’espressione più viva. Un popolo che accetta il proprio re e non rivoluziona, è un popolo che si rispecchia in lui. E dunque, mio re, mi hai accolta, mi hai curata e mi hai fatta riposare nella seta, in un letto reale, senza neppure chiedermi chi fossi, da dove provenissi né la mia estrazione. Ti è bastato vedermi in difficoltà per donarti completamente e, soprattutto, le dolci forme della mia carne quando mi hai denudata per guarirmi non hanno tentato il tuo spirito. Sei forte, mio re, e virtuoso, questo ho pensato finché non ho ricevuto l’oltraggio peggiore che si possa ricevere. La tua superficie, la tua tenuta, è virtuosa e saggia, ma il tuo seme, ciò che lasci, è malato. Quella notte, mio re, tuo figlio, l’erede al trono del tuo regno, ha riversato tutta la sua smania di possesso su di una povera fanciulla indifesa, e questo a causa tua. Sono anni che hai rinunciato a prenderti cura del tuo popolo, e con esso del tuo stesso figlio, mandandoli in malora. Il loro spirito si è corrotto. È un fatto, questo, irreversibile. I figli sono peggiori dei padri nel tuo regno. Quanto di più disdicevole possa accadere su questa terra, ove la Natura tende sempre a migliorarsi. Immagina, quale futuro attenderà i figli dei tuoi figli? A cosa porterà la corruzione dei costumi già in corso sul tuo popolo? Farò quello che deve esser fatto. Come ogni medico, o botanico, dovrò amputare e recidere l’ultima generazione di questo popolo. Da domani tutti i primogeniti figli degli uomini moriranno, solo così avrete una seconda possibilità per redimervi.’

In quel momento, udendo quella straziante sentenza, il vecchio re si lanciò a terra in un impeto di dolore, vinse la paura di quella tremenda visione e supplicò meglio che poteva. La morte gli concesse la parola per quell’unica volta, al che il re disse: 

‘Mia signora, madre della vita stessa. Ho già perso la mia amata regina solo qualche inverno fa. L’hai portata via e non ne ho mai chiesto la ragione. Non volermi dare, ora, anche questo affanno. Il mio cuore non lo sopporterebbe. Ho abbandonato me stesso, perdendo la mia vita, non ho forse sofferto abbastanza? Non c’è limite alle sofferenze nel tuo Giudizio?’

E la morte gli rispose tonante:

‘Non sei un qualunque uomo che possa crogiolarsi nel narcisismo del proprio dolore! Se ogni uomo è nulla senza l’Altro, cos’è allora un re senza il suo popolo? Hai abbandonato il tuo popolo e, ciò che è peggio, tuo figlio. Non biasimo lui per ciò che ha fatto, ma te. La morte della tua amata regina è stata anch’essa vana ed inutile. Tu, come tutti gli altri uomini banali e dalle vite nulle, hai creduto che la morte ti abbia tolto qualcosa, ma vedi, non è così. È il dono migliore che gli dei potessero fare all’uomo. Ogni morte avviene per ricordare a coloro che vivono di seguire allegramente il corso del grande fiume. La tua regina ti ha fatto un dono e tu, mio re, l’hai ripudiato dimenticando di vivere per te e per gli altri. Tu, che sei un re, che sei per gli altri.’

Il vecchio re ebbe una forte fitta al petto, ricordò d’un sol colpo la sua vita passata affianco alla regina: le sue parole, i suoi sguardi, i suoi tremendi dolori. Così chiese alla Morte di poter prendere il posto del figlio, che del resto la colpa era la sua, ed il figlio ancora giovane aveva la possibilità di cambiare. Disse che era più conveniente di sperare in un’anima giovane che in un vecchio ormai sull’orlo dell’esistenza:

‘Prendi me, ti supplico, e concedi a mio figlio di riprovare un’ultima volta! Concedilo a tutte le giovani anime del mio popolo. Esse sono duttili, e come giovani arbusti possono ancora essere piegati nella giusta direzione perché i loro frutti escano puri e gravidi di ogni meraviglia. Cosa ti aspetti da vecchi arbusti come noi? Credi che possano davvero generare ancora qualcosa di buono? Se non lo hanno fatto in tempi migliori, potranno forse farlo ora che rasentano la demenza? Dici di essere la morte che dona la vita, allora perché fai vivere i morti e uccidi i vivi? Perché non hai fiducia nelle capacità rigenerative della vita?’

Un attimo di infinito silenzio trascorse dopo le ultime parole del vecchio re. La Morte sembrava stesse rimuginando su quelle parole, gettò uno sguardo incandescente al re, che già aveva volatilizzato tutte le sue speranze e si apprestava a subire l’amara sentenza. Allora, lei disse: 

‘Ebbene, se è questo che vuoi, allora prenderò te. Ma ricorda, sarà il tuo popolo a pagare il prezzo della condotta di tuo figlio. E questa volta lascerò le tue genti al loro destino, non interverrò. Tu li vedrai andare in rovina, li vedrai annientarsi vicendevolmente nelle loro sofferenze.’

Un sorriso di serena rassegnazione solcò il volto teso del re, il quale, proprio in quel momento evocò nelle sue memorie il sorriso di sua moglie, la regina, lo stesso che vedeva di fianco a lui alla sera prima di addormentarsi tra le sue braccia. Ancora una volta si sarebbe addormentato con lei e questa volta al suo risveglio l’avrebbe ritrovata, più bella che mai, per sempre. La morte gli si fece vicino, posò le sue mani sulla testa canuta del re ed un tremendo calore iniziò a scendergli lungo tutto il corpo, le forze gli vennero meno, la sua coscienza si assottigliava, il sorriso della regina si fece sempre più vivido e sembrò chiamarlo a sé. Dimenticando ogni cosa il vecchio re si vide scomparire progressivamente. Fu il buio totale. Fu come attraversare una stretta fessura calda. All’inizio bisognava sforzarsi per passarvi attraverso, ma ad un tratto fu tutto più semplice e naturale. Si lascò andare in un abbraccio eterno con il suo ultimo ricordo.

Stette per qualche instante che sembrò un’eternità in quel limbo in cui fioca brillava la sua coscienza. E poi, essa si risvegliò all’improvviso e tutta la sua vita gli ritornò di colpo addosso. Il re si risvegliò nella sua camera. Le sue mani stringevano il braccio freddo e rigido di una gentile figura affondata nelle morbide lenzuola del suo letto. Stropicciò i suoi occhi, e la vide. Vide sua moglie, la regina, distesa e pesante. Era da poco morta tra le sofferenze di tutto il suo regno. Era morta tra le sue braccia, e questo fu il suo dono più grande.

Un racconto di

Claudio O. Menafra

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